Houston Rockets v Golden State Warriors - Game Three

Cartoline da gara 3 Warriors – Rockets

Eccola, la partita spacca-serie che tutti si aspettavano: quella che fa gongolare gli eterni detrattori di Mike D’Antoni, da troppi mesi ormai un po’ disorientati, e che rimette tutto nella corretta prospettiva, ovvero gli Warriors davanti e tutti gli altri a inseguire, da molto lontano. Lo confesso, c’è stato un momento in cui la mia adorazione per quanto stanno facendo nella Baia da qualche tempo ha vacillato. Forse per abitudine (ammesso che ci si possa assuefare a cotanta bellezza), più probabilmente per il crescente interesse suscitato ad altre latitudini. Certamente non per un’esigenza di benefica (?) alternanza sullo scranno più alto del podio, ché la pallacanestro di Golden State rappresenta quanto di più salutare possa esistere per gli occhi di un appassionato. Fatto sta che il 126-85 finale di gara 3 ha quantomeno scalzato dalla testa di tanti il concetto di equilibrio che aleggiava intorno a questa serie da ben prima che cominciasse. In effetti la supremazia giallo-blu è apparsa evidente e il destino dei malcapitati Rockets piuttosto ineluttabile. La terza partita, gara pivotal per definizione, è durata meno di due quarti, fino al momento in cui Durant, prima con un uno contro uno di stordente leggerezza e dopo con un implacabile coast to coast, ha scavato i primi segni di quel solco (allora appena 52-41) che poi sarebbe stato dilatato fino ai 41 punti di scarto conclusivi. QUARANTUNO. E allora via con il più classico dei festival dei: “Io lo dicevo, la pallacanestro dell’ex-baffo non è efficace nei playoff…” Come se i Rockets 2018 giocassero come i Suns di Nash-Marion-Stoudemire… Più probabile che li ricordino gli altri. Appunto, gli altri. Gli Warriors hanno spolverato nuovamente il loro abito da invincibili. Curry e soci hanno talmente tante (e diversificate) frecce in faretra che noi che li osserviamo divertiti corriamo il rischio di scordarcene ogni volta qualcuna. Se prendiamo gara 3, soltanto in questa si possono identificare almeno 4-5 modi diversi per vincere una gara di finale della Western Conference, tutti appannaggio dei ragazzi di Kerr, sfoderati in momenti successivi della partita. Nel primo quarto si sono portati avanti con la transizione (alla fine 28 punti da palle perse – 20 – degli avversari e 23 in contropiede); a cavallo fra il primo e il secondo hanno alimentato un solido +10 grazie ai rimbalzi offensivi (decisivi quelli di Iguodala, Thompson e Livingston) e al muretto di cemento eretto davanti al proprio canestro; quindi hanno cucinato i Rockets con i backdoor di Thompson ma soprattutto le evoluzioni senza senso di Durant e Curry nella tipica “risciacquata” da terzo quarto Warriors.

Sì, perché volendo essere pignoli e non accontentandosi, come commento, dei pur sufficientemente indicativi “wow” oppure “bene, bravi!” si potrebbe anche entrare nelle pieghe della partita e osservare come l’inizio di gara 3 sia stato tutt’altro che in discesa per Golden State. Poi è successo qualcosa. Qualcosa allo stesso tempo difficile da spiegare ma tremendamente semplice da sintetizzare: gli Warriors si sono messi a fare gli Warriors. Sopra al proprio ferro è apparso un tappo impermeabile e il pitturato è sembrato come transennato e reso definitivamente inaccessibile. Gli stessi Rockets che col quintetto da poco rinominato “Tuck-wagon”, quello piccolissimo con Gordon al posto di Capela e Tucker da 5, avevano attentato al record ogni epoca di punti in area in gara 2, ne hanno messi a referto soltanto 40 alla fine della 3 (erano stati 56 nella gara precedente.) Le primissime fasi della contesa però sembravano far pensare ad altro: di questi inconsueti, scarni 40 punti nel pitturato, addirittura 12 sono arrivati quando ancora mancavano 6 minuti e 23 secondi sul cronometro del primo quarto e sul tabellone segna-punti ve ne erano in totale 15 per i Rockets. Quasi ogni azione praticamente finiva con Capela al ferro oppure con Ariza e Gordon in penetrazione, come se fosse un ideale prolungamento della gara precedente.

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Layup o bimane di Capela? Come in gara 2, Curry non cambia sui pick and roll di Houston, si limita ad aiutare forte e tornare sul suo uomo. Tucker va ad occupare correttamente il midrange costringendo Draymond Green ad aiutare a centro area. Così facendo però il 23 lascia a Capela la libertà di concludere con la schiacciata. Secondo esempio e ancora l’uomo di Curry, questa volta Ariza, che sfrutta il ritardo nel recupero del 30 per attaccare il ferro. Green memore dell’azione precedente non lascia la marcatura di Capela, offrendo ad Ariza una via aperta al tabellone.

Da qui in poi per Houston non è stato più possibile arrivare fino in fondo. Lo spazio di fronte agli incursori ospiti si è chiuso irrimediabilmente. Già quando mancavano 3:35 alla fine del secondo quarto Harden e Paul, in coppia, avevano sbagliato ben 11 layup. Alcuni di questi propiziati da errori banali, forse per via della frustrazione montante, degli attaccanti, la maggior parte però frutto dell’imponente sforzo difensivo dei Campioni in carica. Golden State, con in regia il solito Draymond Green da 4 deflections, 13 tiri contestati, 5 palle vaganti recuperate e 10 tagliafuori, ha riscritto nuovi standard di eccellenza per la fase difensiva. Buon per loro perché nei primi 24 minuti le polveri erano risultate decisamente bagnate: 8-23 al tiro per il duo Curry-Durant. Kevon Looney è tornato sui livelli di gara 1, quanto a capacità di tenere le penetrazioni degli esterni. Col passare dei minuti nel secondo parziale di gioco, in area al primo aiuto, in genere di Green, sempre più spesso ha incominciato a far seguito un secondo, per bloccare l’uomo lasciato da Green (viene in mente la stoppata di Looney sul malcapitato Mbah a Moute.) I Rockets non sono andati al tappeto già ad inizio secondo quarto soltanto perché hanno messo a posto la transizione difensiva: solo 2 punti concessi agli Warriors da palle perse e 4 in totale in contropiede (in una serata, come abbiamo visto, poco fortunata da questo punto di vista.)

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Tucker rolla dopo aver bloccato ma non trova spazio nel midrange per i tempi corretti di aiuto (di Green) e recupero (di Iguodala.) Riesce fortunosamente a rigiocarla fuori per Gordon, la cui penetrazione trova però l’opposizione al ferro di Bell e Green, con lo stesso Iguodala pronto a erigere un terzo muro.

Persino Curry, dopo una disastrosa gara 2, è sembrato ispirato nel difendere gli 1 vs 1 avversari. La differenza più rilevante rispetto ai precedenti episodi però è stata marcata con l’impiego più continuativo di Iguodala su Harden: in gara 3 Andre si è trovato opposto al Barba per la maggior parte del tempo passato in difesa (19 possessi.) Sommando i possessi delle due partite di Houston arrivava appena a 7. In questi 19 possessi Harden ha segnato soltanto 2 punti, con 2 palle perse. Abbiamo il Barba-stopper! Se non fosse che l’MVP delle finals del 2015 ha messo in fila le seguenti statistiche nei matchups contro gli altri: vs Paul (10 possessi) 3 punti subiti; vs Gordon (10 possessi) 0 punti subiti; vs Ariza, Tucker, Capela, Green e Mbah a Moute (11 possessi totali) 0 punti subiti. La sua classica postura con entrambe le braccia spiegate lateralmente, oltre a scoraggiare lo step back più immarcabile del mondo, ha contribuito ad alzare il numero di palle perse degli avversari, inserendosi in linee di passaggio per la verità fantasiose e oscurando i timidi tentativi di backdoor. Fra le cose che finora avevamo dimenticato sugli Warriors c’è l’assioma che alla base della difesa più “orizzontale” del mondo vi siano senza dubbio la sua apertura alare e l’invidiabile mobilità laterale. D’Antoni si è potuto permettere il tanto acclamato Tuck-wagon lineup in campo solamente per 5 minuti. Il risultato? Offensive rating fermo a 89,3 punti e 4 miseri punti in area. L’eroe di gara 2, Eric Gordon, è stato il peggiore in campo per plus/minus: -33. Il fatto che Iguodala sia in dubbio per gara 4 assomiglia tanto all’unica parvenza di possibilità per questi Rockets di rimanere nella serie.

Continuo personalmente (e ingenuamente) a pensare che Houston abbia ancora le carte in regola per dire la sua nello scontro coi Warriors. Perché questo sia possibile però deve necessariamente modificare l’atteggiamento in tutti i suoi uomini. Se i continui cambi difensivi erano stati alla base dell’ottimo piano partita messo sul parquet nella vittoria di gara 2, nella prima alla Oracle le disattenzioni sistematiche nella metà campo dietro hanno aperto la strada alle razzie dei padroni di casa.

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In una sola azione Ariza perde il contatto visivo con l’uomo (che lo grazia non prendendo il tiro) mentre in punta Capela viene sorpreso dal taglio repentino del più rapido Thompson.

Vedere un combattente come Ariza in piedi sulle ginocchia, senza spendersi in difesa, è un brutto segnale per D’Antoni. Avvisaglia ancor peggiore potrebbe rivelarsi, in vista delle prossime partite, aver definitivamente fatto entrare nella serie l’idolo della Oracle, Steph Curry. Nei precedenti episodi il 30 si era accontentato di ciò che gli lasciava la difesa, ovvero ben poco. Quasi sempre contestato, con la mano in faccia, oltre l’arco, non aveva disdegnato l’utilizzo della penetrazione. Sembrava destinato allo stesso trattamento anche nel primo tempo di gara 3. Giocatori del suo calibro però, puoi fermarli una-due sere. Già nel corso della terza è possibile che si prendano ciò che spetta loro, senza interpellare davvero nessuno. Il secondo tempo di Curry è stato a dir poco sontuoso. Il 10/12 al tiro con 4/5 da tre ha spezzato definitivamente ogni velleità di rimonta dei texani. Siamo curiosi di vedere se avrà spento anche i loro desideri di finale…

Curry: la variabile che fa impazzire la serie. Se lo marchi stretto oltre l’arco, lui segna uguale. Ma se per caso non avesse voglia di tirare, nessun problema: entra col cameriere.

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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