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Finals da “no comment”? Noi ci proviamo…

Mai come in occasione del recap delle Finals appena concluse ci troviamo spiazzati e con un “c’è veramente poco da dire” (e da scrivere) che circola sconsolato in redazione. In effetti sarebbe tutta una ripetizione di cose già dette e ridette, scritte e riscritte, a tutte le latitudini. Warriors troppo forti, James da solo contro il resto del mondo, ecc. ecc.

Come trovare spunti se non guardando all’immediato futuro invece che al passato? Ci sarà tempo in estate, per quanto stiano già impazzando previsioni e scommesse a Las Vegas sulla prossima destinazione di LeBron James, sempre più lontano dalla “sua” Cleveland. Dall’altra parte Golden State che in qualche modo dovrebbe poter tenere intatto il core che gli ha consentito di vincere 3 titoli su 4 Finals giocate negli ultimi 4 anni, con l’eccezione firmata Kyrie Irving e il titolo dei Cavs del 2016.

Ecco, la versione dei Cavs, vista e rivista, stravolta, rivoluzionata dopo la partenza di Irving destinazione Celtics e dopo l’ennesimo remix alla scadenza della deadline di Febbraio, è stata tra le più deboli, inconsistenti, meno competitive dell’era James. Forse solo prima dell’approdo del Prescelto agli Heat con la tuttora discussa “decision” Cleveland aveva presentato ai massimi livelli, ovvero le NBA Finals, un roster ugualmente scarso, ma probabilmente non è vero al 100%. Questi Cavs hanno fatto pena!

Gli eroismi di LBJ non sono bastati, e non potevano bastare, al di là degli episodi sfortunati di Gara 1 che avrebbero per lo meno potuto allungare la serie, se fossero andati a favore di Cleveland. Nemmeno quello. Il destino era già segnato, lo stesso destino – che ognuno si costruisce, fin dove può, e che LeBron si sta costruendo e definendo da solo, sia chiaro – che porterà il nativo di Akron lontano dall’Ohio.

Nessun onore ai vinti

2018 NBA Finals - Game Three

Sì è così e non potrebbe essere diversamente. Nessun onore a chi ha disonorato le NBA Finals. Giocatori molli, mai in partita, altalenanti tra il mediocre e l’inguardabile, nessun picco, nessun aiuto alla causa, che è la squadra, non il singolo James. Un allenatore in preda agli eventi, uno staff tecnico in generale impreparato per fronteggiare una squadra di questo livello. Non importa, a questo punto, il cammino percorso, l’eliminazione in gara 7 ai danni dei Celtics, lo sweep contro Toronto, non contano nulla.

Conta aver dovuto assistere per colpa loro (e meriti degli avversari, ci arriviamo tra poco) a una delle serie finali più penose di sempre, almeno da quando ci è stata concessa la grazia, in TV o via web, di poterle ammirare. Cleveland deve a tutti noi parecchie ore di sonno buttate per assistere ad uno spettacolo disarmante. E qualcuno ancora pensa che LeBron, se lascia come lascerà, meriti il titolo di traditore, nuovamente, con tanto di canotte bruciate e pagliacciate del genere? Io no.

LeBron James, e non sono qui a scrivere per incensarlo o meno, ma solo per constatare i fatti incontestabili, è e rimane il miglior giocatore al mondo. Oggi su un parquet è davvero difficile fare meglio, fare tutto, e farlo essendo così determinante per le sorti della propria squadra. Paragonare KD a lui è per me un insulto a chi ama questo Gioco davvero. A chi va oltre le “urla nella notte” di onnipotenti giornalai televisivi e delle opinioni che non puoi non condividere. Ma per favore…

Durant è fortissimo, un attaccante nato, che può segnare sempre e comunque, che ha una versatilità data dalle capacità atletiche che aiuta eccome il proprio staff nel proporre quintetti una volta impensabili. Ma ormai anche questa non è più una novità, il basket è cambiato perchè sono cambiati gli interpreti, è così in tutti gli sport (aggiungendo poi quegli sport dove anche i materiali sono determinanti, tennis, sci, ecc.), sveglia!

Ma nonostante la presenza nella Lega di giocatori come il citato Kevin, come il Barba, Westbrook, PG, Anthony Davis, Antetokounmpo e tanti altri, questo rimane di un altro livello. Eppure la sua presenza resta ingombrante, intimidatoria per i compagni, per gli allenatori, per il frontoffice. Io però questo discorso l’ho già sentito ai tempi di un altro #23, con il quale però avevano a che fare, a livello di gestione tecnica e non solo, gente che i piedi in testa non se li è mai fatti mettere nemmeno dal più forte di sempre (Jackson, il sottovalutatissimo Krause, l’owner di quei Bulls Jerry Reinsdorf…), a dimostrazione che poi un campione va anche gestito e che un campione lo è in campo e non per forza – e contemporaneamente! – in panchina o dietro la scrivania. Oh a me non è riuscito fare al meglio l’allenatore/giocatore a livello CSI, figuriamoci!

Una mente sicuramente superiore, a livello cestistico, quella di ‘Bron, ma che non è stata per nulla aiutata da chi avrebbe dovuto. Poche storie, nessuna scusa, semplice constatazione. Di fatto i Warriors erano e restano nettamente più forti, e lo saranno ancora a meno di rivoluzioni copernicane durante l’estate, che si prospetta come molto interessante per gli amanti del mercato, quella splendida fase della stagione dove le chiacchiere riempiono il vuoto lasciato dal Gioco. Ma poi qualcuna diventa anche realtà. Nel frattempo i sogni (che sono gratis, almeno ad oggi) li coltivano a Houston, a San Antonio, a Los Angeles, a Phila… La lista è lunga e altre pretendenti verranno giornalmente aggiunte all’elenco, finché King James non comunicherà l’ennesima tappa dei suoi (ancora molti) talenti.

A mio avviso, cosa che la redazione già sa e non da oggi, il miglior fit tecnico, come dicono quelli bravi, resta San Antonio: un allenatore come James non ha mai avuto e, se confermasse la sua presenza in maglia nero-argento, un compagno come Kawhi Leonard, oltre a LaMarcus Aldridge e qualche giovane rampante già ammirato in questa stagione. Houston sembra invece la scelta più ovvia, chiamato dall’amico Paul e da Harden, per unire le forze e superare finalmente la corazzata Warriors nella finale del West. I Lakers rappresentano una scelta di vita e di business fuori dal campo, più che un’eventuale decisione tecnica e improntata sul “proviamo a vincerne un altro”, anche dovesse arrivare Paul George, la squadra, a tratti intrigante soprattutto considerando Kuzma ed Ingram, sembra ancora acerba. Le altre non entrano nella reale considerazione di LeBron, a mio avviso, pur permettendo allo stesso #23 di restare ad Est, nel caso dei Sixers o di altre nominate in queste settimane come Washington o (!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!) i Celtics. Ma torniamo alle Finals.

Ad un passo dalla dinastia

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Nessuna implosione interna, massimo amalgama tra le stars e il resto del roster, puzzle perfetto costruito da Kerr, Mike Brown e dalla dirigenza. Tutti gli ingredienti, contratti ed incastri a livello di salari permettendo, per definire una nuova dinastia, la prima dopo quella degli Spurs, visto che nessuna squadra che ha vinto un anello dopo i Lakers di PJ e Kobe (Shaq ovviamente nei primi 3) ha saputo dare continuità ai propri successi.

Qui parliamo di 3 anelli in 4 anni, e come detto in apertura, col 4° sfuggito solo perchè effettivamente quel roster dei Cavs era il più completo e forte affrontato nell’arco delle 4 Finals consecutive. Quindi in gara 7, dopo essere stati sopra 3-1, dopo aver fatto il record di vittorie in regular season, avendo ancora quel difetto dello specchiarsi un po’ troppo, non scomparso del tutto, ma decisamente limato nelle ultime due avventure in finale, ci sta la sconfitta. Ma dall’approdo di KD in poi, con le condizioni di cui sopra, non ce n’è stato più per nessuno.

Vero che contro Houston poteva succedere il patatrac, non possiamo sapere come sarebbe andata con CP3 in campo, sano e “scalciante” come nelle prime 5 partite della serie, sta di fatto che anche la fortuna (o sfortuna per gli altri) rientra nelle componenti che un minimo incidono quando tutto è livellato (al massimo livello, in questo caso) e un infortunio, un episodio, una casualità possono spezzare questo equilibrio. Negli annali resterà una vittoria schiacciante, probabilmente più di quello che chiunque, pur pronosticando Warriors, si sarebbe mai aspettato. I demeriti degli avversari li abbiamo già elencati, ma guardando quest’altra faccia della luna, è giusto anche riconoscere i meriti di chi il Larry O’Brien Trophy l’ha comunque conquistato grazie alle sue eccelse qualità.

In queste stagioni Golden State è stata “la Squadra”, con iniziale obbligatoriamente maiuscola, quella che ha dettato i trend nella Lega, quella che ha riportato – con protagonisti diversi e gioco diverso, ma con punti di contatto tecnico a mio avviso – ai Bulls di Phil Jackson (non un caso…) e alla capacità di giocare in modo altruista pur mettendo in campo tante stelle tutte insieme. La difesa ha impressionato anche quest’anno, quando riesce a farsi asfissiante per l’avversario, quando può contare su mobilità laterale e lunghezza delle braccia fuori dal comune, in soccorso ai compagni battuti in penetrazione o sui close-out.

E’ insomma una squadra completa, in tutto e per tutto, che sfrutta sì il tiro da 3 punti ma senza ossessioni, che può concedersi seratacce al tiro del proprio giocatore simbolo, che rimane Steph Curry, perchè non perderà mai la fiducia di Kerr. Che ha una sorta di “protezione” nei confronti di Draymond Green, che se fischiassi io non chiuderebbe in campo una singola partita, che può permettersi di inserire nuovi elementi secondo l’avversario che ha di fronte (ed è successo nel riadattare soprattutto la difesa nel passaggio tra il gioc… vabbè quella roba lì dei Rockets e i “nuovi” avversari delle Finals), che in generale dimostra ancora una completezza alla quale solo i Celtics probabilmente si stanno avvicinando. Che siate tifosi o meno dei paladini della Oracle Arena, non potete non provare ammirazione per tutto questo.

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Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

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