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Finals 2018: Warriors – Cavaliers

GOLDEN STATE (58-24) VS CLEVELAND (50-32)

Finally mine. A queste parole si è appellata la National Basketball Association in uno degli spot più emotivi che la storia delle Finals possa ricordare.

Osservando lo stato umorale degli appassionati di tutto il mondo in questi giorni di avvicinamento all’atto finale della stagione 2018, la scelta del media staff al servizio di Silverman risulta quantomai provvidenziale. Indipendentemente dal tifo, dalle speranze e dalla frenetica necessità di novità continue del nostro tempo, è bene ricordare che, con passi felpati, nell’oscurità dei riflettori appena spenti delle Conference Finals, ci stiamo avvicinando al sacro palcoscenico sulle cui assi di legno si è scritta l’intera epica dell’NBA.

Ebbene, molti avrebbero voluto un altro finale per il nuovo capitolo dell’eterna mitologia dei Celtics, così come altrettanti, se non di più, avrebbero voluto vedere i Rockets di nuovo in finale dopo 23 lunghi anni, o, meglio, non avrebbero voluto rivedere i Warriors in finale per il quarto anno consecutivo. Perché le saghe, si sa, diventano noiose non tanto e non solo al variare del giudizio della critica, quanto al variare del giudizio, dei gusti e delle simpatie del pubblico.

Dal canto mio, penso non avremmo potuto avere epilogo migliore dal punto di vista storiografico. Da un lato il giocatore più dominante degli ultimi anni, l’emblema prescelto di un’epoca continuamente alla ricerca di leader e sempre più estranea al concetto di comunità, dal lato opposto uno dei gruppi necessariamente destinato a rientrare nel computo delle squadre più forti di ogni epoca.

E, dunque, rieccoci, sarà ancora una volta Warriors-Cavaliers, nel quarto atto di una saga che, indipendentemente dalle simpatie e dalle mode cestistiche del momento, in passato ha saputo trascinare davanti allo schermo 20 milioni di spettatori di media, arrivando fino a 31 milioni in gara 7 il 19/06/2016 (solo Jordan aveva saputo fare meglio nella storica gara 6 contro i Jazz del duo Stockton-Malone, raggiungendo quasi 36 milioni di sintonizzazioni in tutto il globo e, ancor prima, nel 1993, contro i Suns di Charles Barkley, oltrepassando i 32 milioni).

Dunque, quello che più realmente conta, a prescindere dalle polemiche di sorta che ogni anno accompagnano, come da tradizione, il cammino verso il Larry O’Brien Trophy, è che anche quest’anno un intero popolo insonne di astenici e romantici appassionati di basket inseguirà la fuga della storia attraverso le due coste, attraversando con lo sguardo oceani e continenti, cercando di tendere l’orecchio alle voci attorno alle lavagnette dei coach e all’interno degli spogliatoi, solo ed unicamente per un motivo: assistere al mito prima che divenga letteratura, prima che le cineprese tentino d’intrappolarne l’anima.

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SEASON SERIES

Lo scontro tra The Land e The Bay si è già proposto due volte nel corso della regular season 2017/2018.

Primo episodio nel proverbiale Christmas Game del 25/12/2017, nel tepore dell’atipico Natale californiano della Oracle Arena. In quell’occasione vittoria per la compagine di Kerr, orfana di Curry, con Durant e Thompson in un’inedita versione Splash Brothers (49 punti in due, con il 33.3% da oltre l’arco per KD ad affiancare il glaciale 57.1% di Klay) e, soprattutto, un Draymond Green in versione tripla doppia da 12 punti, 12 rimbalzi e 11 assist. Sul fronte opposto (alquanto atipico, viste le presenze di Calderon e Crowder in quintetto) 31 punti in 35 minuti, corredati da ben 18 rimbalzi, per uno dei rari ruggiti di questa stagione di Kevin Love, per LeBron, invece, 20 punti, 6 rimbalzi e 6 assist in 40 minuti, tirando il 38.9% dal campo e il 28.6% da 3.

Tre settimane dopo, nel quindicesimo giorno del nuovo anno, replica Warriors alla Quicken Loans Arena. Sugli scudi ancora Kevin Durant, in un’insolita versione assist-man, a trascinare i suoi con 32 PTS conditi da 8 AST e 5 REB in 34 minuti sul campo (56.3% FGM 66.7% 3P%). Ad affiancare l’ottima prova dell’MVP 2014, la solita prestazione di sostanza di Green (11 PTS, 16 REB e 9 AST) e l’effervescenza degli Splash Brothers (questa volta gli originali) a regalare complessivamente 40 punti alla causa. Non basta agli uomini in vinaccia un James da 32 PTS in 36 minuti di gioco, affiancato dai 19 punti in 21 tiri del tanto vituperato Isaiah Thomas.

24 giorni più tardi una delle trade destinate a conquistare quantomeno un angolo, anche se non esattamente il più radioso, nell’ampio proscenio della storia della Lega: via Thomas, Frye, Rose, Crowder, Shumpert, Wade e la prima scelta 2018 per Hood, Hill, Clarkson e Nance Jr. Il destino degli allora nuovi vassalli alla corte del nativo di Akron è oramai, a quasi cinque mesi di distanza, noto ai più…

COME CI ARRIVANO

Entrambi gli schieramenti arrivano a queste Finals con un carico di fatica decisamente differente rispetto a quello di un anno fa.

I Californiani escono dalle WCF dopo un elimination game fuori casa e una gara 7 interamente decisa negli ultimi due quarti di gioco, con le due sconfitte patite contro uomini di D’Antoni ad aggiungersi alle due precedenti rispettivamente contro i Pelicans e gli Spurs. Nel 2017, invece, approdarono al confronto finale con un serafico 12-0.

I beniamini del Monster on the lake hanno dovuto sgomitare più del previsto nella bagarre della Costa Est, ritrovandosi costretti a ricorrere a gara 7 per ben due volte, prima di poter eliminare rispettivamente i Pacers (primo turno) e i Celtics (ECF). Lo scorso anno fu quasi percorso netto anche per loro (12-1), segno di una Eastern Conference che pare mostrare segni di competitività crescente soprattutto in ottica futura.

Golden State ha faticato non poco a uscire dalla morsa della difesa coordinata da Jeff Bzdelik in panchina e da Trevor Ariza sul campo, riuscendo a tornare alla propria fluidità solo dopo aver perso ben due match consecutivi (G4 e G5) contraddistinti da numeri decisamente al di sotto delle proprie medie stagionali soprattutto alla voce PTS (107.4 vs 113.5) e AST (21.1 vs 29.3). In particolare è risultata decisiva la voce “assistenze” come segno dell’efficienza in termini di produzione di gioco ed efficacia nel generare punti, se consideriamo che in G4 gli assist a referto crollati a 14, mentre in G5 sono risultati in totale 18, per poi risalire a 26 in G6 e a 25 in G7. Nell’ultimo scontro contro i texani, con Paul e Iguodala costretti al ruolo di spettatori, dopo l’impasse iniziale, nel terzo quarto si è riconfermata la furia su ambo i lati del campo degli uomini della Baia, con gli 8 punti di Curry a sugellare il 76-69 Warriors con un parziale di 33-15 nel più totale sbandamento di Harden e compagni (0/14 da 3 punti nel quarto, dando il la all’ormai celeberrima striscia da 0-27). L’epilogo è ben rappresentato dalla “Cartago delenda est” degli ultimi minuti della serie, con le velleitarie speranze residue tra le ceneri di Houston spente dalla pioggia di sale dell’attacco californiano e dall’hack-a-Capela di popovichiana memoria a togliere ritmo e ossigeno ai disperati tentativi di rimonta.

Parallelamente, sulle coste del lago Erie, è continuato l’annoso dibattito sul supporting cast dei Cavs, con la corsa all’oro della franchigia dell’Ohio trasformata dai media a tratti in una via crucis di un uomo abbandonato al proprio destino tra le ripide del Golgota, a tratti nell’azzimato red carpet del factotum in marcia verso la propria ottava finale consecutiva. E quindi ecco lo Usage di LeBron crescere ulteriormente dal 36.2% alle porte delle ECF al 37.2% nei 7 confronti complessivi contro Tatum e compagni, il tutto in un crescendo di isolamenti e 1vs1 del numero 23 (28.7% dei possessi gestiti). In G7 a Boston, data l’assenza di Kevin Love per commozione cerebrale, coach Lue è ricorso ad un quintetto pressoché inedito composto da J.R. Smith, Jeff Green, Tristan Thompson, George Hill e LBJ (prima di allora per questi cinque 24 minuti totali assieme sul parquet), garantendo un’ottima efficienza soprattutto in fase difensiva, tra cambi sul blocco, poliedricità in termini di posizione e affidabilità in condizione di difesa 1vs1 senza aiuto. A completare la strategia, le rotazioni serrate a otto giocatori, con Korver, Nance Jr. e Clarkson ad alternare gli starting five e Stevens a cercare il punto debole proprio nei tre uscenti dalla panchina, limitati, dunque ad un impiego complessivo pari a 35 minuti. È così, dunque, che i Cavs hanno sbancato il TD Garden, soffocando sul nascere qualsiasi momentum offensivo dei Biancoverdi, costringendoli ad un misero 7/39 da oltre l’arco e limitando i gregari (Brown 5/18 dal campo, Rozier 2/14, Smart 1/10, Morris 5/14) di una squadra che, priva di Irving e Hayward, aveva fin qui fondato le proprie, inattese quanto mirabolanti, fortune proprio su giovani e gregari. Citando le parole di Steve Aschburner in questi giorni, il supporting cast dei Cavs è “predictably unreliable, or reliably unpredictable”

MATCHUP

Mentre si attendono aggiornamenti da Chelsea Lane e dallo staff medico di Golden State in merito alle condizioni di Andre Iguodala, sicuramente il matchup più atteso di queste Finals è quello che vede contrapposti Kevin Durant e LeBron James.

Nei due confronti stagionali, infatti, l’MVP delle scorse Finals ha fronteggiato The Chosen One per ben 77 possessi, concedendogli una media di 11.5 punti. James, dal canto suo, ha tirato con il 50% dal campo quando sottoposto alle cure di KD, raccimolando solo il 16.7% da 3 punti. A coadiuvare nell’arco dei 48 minuti ci saranno in ogni caso Draymond Green ed eventualmente David West. Chiaramente tutto ciò nel caso non dovesse tornare Iguodala o qualora, seppur recuperato, non dovesse garantire un impiego continuativo.

Ribaltando la prospettiva, sarà altresì interessante capire quali accorgimenti Mike Longabardi e Tyronn Lue decideranno di adottare per arginare Durant, dal momento che in regular season la scelta era caduta su Jae Crowder, attualmente in vacanza (ipoteticamente lontano da Salt Lake City, ma sicuramente pronto a rientrare nello Utah in tempo per il tip-off 2018/2019). Chi si contrapporrà alla principale macchina da punti al servizio di Kerr? Si potrebbe pensare a Jeff Green, dato l’ottimo contributo in gara 7 contro Boston. Difficile pensare che James possa passare molti minuti in un accoppiamento difensivo così impegnativo, dal momento che, come prevedibile, sarà già costantemente coinvolto in attacco, macinando almeno 40-45 minuti di media sul parquet. Ad ogni modo, a titolo informativo, in RS LBJ si è trovato a difendere sull’ex-Thunder complessivamente in 20 occasioni, subendo il 66.7% di efficacia dal campo.

Di grande rilevanza sarà anche la sfida tra i rispettivi back-court, con George Hill difensore designato su Curry. Per il nativo di Indianapolis numeri da autentica criptonite difensiva in carriera contro Steph: record di 10 vittorie e 4 sconfitte, con 13.1 punti di media (per Steph 19.0, rispetto alla media in carriera di 23.0). Non solo, nel complessivo dei matchups, l’ex-Spurs ha tirato con il 48.4% dal campo e il 51.1% da oltre l’arco, limitando sul fronte opposto il figlio di Dell al 46.1% e al 42.9% rispettivamente.

Houston insegna, tagliare fuori dal gioco il più possibile lo Unanimous MVP significa togliere il punto di riferimento più importante in termini di circolazione di palla e creazione di punti e gioco dal palleggio ai Warriors, costringendo Durant a giocare ripetutamente in isolamento e Thompson a mettere palla per terra, rinunciando all’amato catch-and-shoot.

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X FACTOR(S)

Prima di ogni finale che si rispetti ogni analista tende a scegliere la propria Chiave tra le chiavi, il grimaldello che potrebbe spalancare le porte della vittoria all’uno o all’altro schieramento.

Ebbene, mentre gli sguardi di molti appassionati e addetti ai lavori sono concentrati (a ragione) su James, Durant e Iguodala (nel mentre, stando agli ultimi aggiornamenti, confermato come indisponibile per gara 1), io mi prendo la licenza di suggerirvi un altro nome: Steph Curry. Per il capitano dell’ASG 2018 medie in PS da 24.8 PPG, 47.2% FG, 38.5% 3P, 6.1 REB, 4.9 AST con il 28.6% di Usage, un PACE di 101.8 un +/- di 9.1.

In un’annata in cui gli assiomi fondamentali dei Warriors sembrano a tratti tradursi sul campo in una copia sbiadita e confusa del sistema che tanto aveva sbalordito negli ultimi tre anni, la capacità del numero 30 di entrare nelle dinamiche della serie da protagonista potrebbe definitivamente scardinare gli equilibri, per certi versi già precari, di queste Finals.

Ancora una volta lo sfida contro i Rockets è stata maestra: quando Curry riesce a piegare la difesa alle logiche offensive di Kerr fin dai primi secondi del possesso, allora la matrioska di Golden State può schiudersi a pieno, offrendo possibilità di gioco in penetra e scarica per tiri aperti di Thompson o Durant, maggior coinvolgimento dalla media, sotto il ferro o oltre l’arco per Green e Iguodala o, perché no, soluzioni in lay-up o tiri direttamente dal palleggio per lo stesso Steph. Per fare questo, però, è necessario che l’ex-Davidson Wildcats abbia più possessi, sacrificando il numero di isolamenti nei 48 minuti per KD, in questi PO divenuti troppo spesso più un problema che una soluzione. Rimane comunque inamovibile il jolly in maglia 35 ex-Texas Longhorns, nella duplice veste di LeBron-stopper e, soprattutto, di realizzatore, alla luce anche di quanto accaduto nel 2017 (35.2 PTS, 55.6% FG, 47.8% 3P prima di sollevare al cielo il Bill Russell Award). Attenzione anche al “silenzioso” (assolutamente non in senso letterale) Draymond Green, oggetto di ripetute critiche in questa stagione, accusato di aver abbassato il proprio rendimento eppure capace di dominare le statistiche generali della Lega in questi PO alla voce “rimbalzi” (198, primo assoluto), “assist” (137, secondo assoluto), “palle rubate” (33, secondo assoluto) e “stoppate” (25, secondo assoluto).

Sul fronte orientale, invece, è inutile rimarcare come gran parte delle sorti dei Cavaliers si regga sulle spalle di James, chiamato a confermare le medie surreali di questa post-season (612 PTS in 743 minuti, per 34 PPG, tirando con il 54.2%, con 8.8 AST e 9.2 REB, per un +/- complessivo pari a 38). Attendendo il recupero di Love (in questi PO 13.9 PPG, 38.8% dal campo, 34.6% da 3P e 10 REB per un +/- di 2.3), già decisivo nelle sorti finali dei Landers nel 2016, saranno dunque chiamati a salire di livello i veterani George Hill (9.7 PPG, 49% FG, 2.2 AST, +/- 4.6), Tristan Thompson (6.1 PPG, 6.1 REB, +/- 0.4) e Kyle Korver (9.8 PPG, 44.9% da 3P, +/- 2.9)

Ultimo elemento: il terzo quarto. Si deciderà anche questa volta tutto nella penultima frazione di gioco? Ipoteticamente. I Cavs hanno la tendenza a tornare in campo dall’half-time break in una condizione piuttosto soporosa in questa PS, se contiamo che al momento il computo delle 18 gare precedenti al termine del trentaseiesimo minuto dice 438-437 per gli avversari di turno, trovando il fondo della retina con solo il 34.6% dei tiri tentati. Nelle 17 partite giocate fino ad ora Golden State ha invece surclassato i propri avversari con un vantaggio di 130 punti complessivi nel terzo quarto (nelle altre tre frazioni, invece, il computo totale dice +20), tirando il 51.9% per una media letale di 30.5 punti nel periodo.

X STATS

I key numbers in avvicinamento alla serie:

  • 4.3 à quando i Cavs si sono trovati in uno svantaggio massimo di 5 punti negli ultimi 5 minuti di gioco sono stati pressoché imbattibili, vincendo per ben 7 volte su 8 partite in questa PS e registrando un +/- di 4.3, il migliore tra tutti i team partecipanti ai PO.
    I Warriors, invece, come è noto, non sempre riescono a dare il meglio nel gioco punto a punto con pochi minuti sul cronometro. In “clutch situations” questi i loro numeri: 26.3% dal campo, 14.3% da oltre la linea da 3 punti e un +/- di -1.2;
  • 4.5 à in termini difensivi Golden State si è rivelata la squadra più progredita nella transizione tra RS e PS, riducendo di 4.5 di media/100 possessi i punti concessi agli avversari (da 104.2 a 99.7).

Cleveland ha comunque saputo rimanere in scia, affermandosi come la seconda difesa più progredita nei Playoffs, concedendo una media di 3.6 punti in meno/100 possessi (da 109.5 a 105.9). Non dimentichiamo, però, che in RS quella dei Cavaliers è stata la seconda peggior difesa dell’intera Lega.

X HOMECOURT

I Californiani hanno giocato alla Oracle Arena 9 volte in questi PO, perdendo solo in G2 contro HOU e mettendo a segno una media di 113.1 PTS (8.5 in più rispetto alle medie fuori casa) con il 48.4% al tiro (vs 45.7%) e il 36.5% da 3 (vs 33.7%), catturando 48.9 REB (vs 43.1), distribuendo 28.1 AST (vs 22.9) e ottenendo un +/- generale di 16.3 (vs 0.4).
La compagine dell’Ohio ha giocato tra le mura amiche lo stesso numero di partite, ottenendo lo stesso risultato in termini di bilancio vittorie/sconfitte, grazie a una media di 105.8 PTS (9.2 in più rispetto a quanto registrato fuori casa) con il 47.7% dal campo (vs 44.5%) e il 37% da oltre l’arco (vs 31.3%), conquistando 40.7 REB (vs 39.8), siglando 19 AST (vs 18.7), seppur perdendo più palle (14 vs 11.7), pe un +/- complessivo pari a 8.7 (vs -6.2).
Al di là dei numeri, guardando a quanto avvenuto in questa PS, così come nelle serie finali precedenti, giocare al 7000 Coliseum Way di Oakland, così come al 1 Center Ct di Cleveland, è stato e sarà cosa tutt’altro che semplice per entrambi gli schieramenti.

HISTORY SERIES

Dacché esiste il basket in quanto tale, le due franchigie hanno giocato l’una contro l’altra un totale di 18 partite di Playoffs, con un record che recita 11 vittore Warriors e 7 Cavaliers, per 2 serie conquistate dai campioni uscenti contro 1 portata a casa dai campioni 2016. Per stuzzicare ulteriormente l’appetito degli affamati di albi e peculiarità storiche: tutti gli incontri si sono tenuti tra il 2015 e il 2017, tutti nel contesto delle Finals (2015: 4-2 Warriors, 2016: 4-3 Cavs, 2017: 4-1 Warriors).

PRONOSTICO

Warriors – Cavaliers 4-1

Di recente ESPN si è chiesta se questo quarto capitolo lungo l’asse Oakland-Cleveland possa rappresentare il mismatch più evidente nella storia moderna delle Finals NBA.
Ebbene, in prospettiva la serie finale più sbilanciata in termini di differenza di rating tra le contendenti è stata Lakers-Sixers 2001 (23.3 vs 3.2), seguita da Bulls-Sonics 1996 (20.7 vs 7.3), fino ad arrivare, appunto, a questa Warriors-Cavs 2018 (15.1 vs 4.8).
Sarà veramente così? Stiamo per accomodarci ad assistere alla terza serie di Finals più scontata della storia della NBA moderna? Forse.
Però, tornate un momento con la mente al 2011 (Mavs vs Heat, Nowitzki vs James-Wade-Bosh) o al 2004 (Lakers vs Pistons, la dinastia di Kobe&Shaq vs Hamilton-Billups-Wallace) o ancora al 2006 (Heat vs Mavs, con Wade a guidare la rimonta dallo 0-2, dopo aver già sorpreso nella ECF contro i Pistons)…o perché no, al 2016, l’anno del famoso “Warriors blew a 3-1 lead”.

Certo, non questa volta non ci sarà Kyrie. Ma, in fondo, non è sempre questione di fatalità, quanto, a volte, di scelte.

epa04260341 San Antonio Spurs players hold up the Larry O'Brien Trophy after beating the Miami Heat in the NBA Finals game five at AT&T Center in San Antonio, Texas, USA, 15 June 2014. The San Antonio Spurs are 2014 NBA Finals Champions.  EPA/LARRY W. SMI

Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

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