Jordi Bertomeu

FIBA-NBA: attrazione fatale

QUESTIONE DI MERITO

Le tormentate vicende dell’estate cestistica, soprattutto per chi è italiano e ahimè ancor più per chi è reggiano, trentino o sassarese, smuovono passioni profonde. Basta dare un’occhiata ai dibattiti social, per comprendere che in ballo pare esserci assai di più che la semplice partecipazione di qualche club ad una o all’altra competizione.

Forse viene rispecchiato, nelle discussioni, qualcosa di più della semplice “idea di pallacanestro”, e spesso ci dice qualcosa sulle convinzioni, sulla weltaanschaung di ciascuno, anche in altri ambiti esistenziali.

Qual è infatti la questione di fondo, che sostiene il sistema FIBA o quello ECA? Crediamo che ciò che più di tutto sommuova gli animi sia il tema del “merito sportivo”.

Le competizioni targate federazione, il sistema collegato di affiliazione FIP-FIBA Europe-FIBA, con tutto l’apparato di funzioni e poteri “pubblici” che si portano dietro, propongono una gerarchia chiara. Raggiungi un risultato “omologato” da una federazione? Ottieni il diritto di passare a quella successiva, in una posizione che fa della gerarchia il suo fulcro. Come la federazione internazionale è superiore a quella nazionale, così – il passaggio è automatico nella mente di ogni tifoso, compreso chi scrive – chi primeggia nella competizione nazionale merita l’accesso a quella superiore, europea. È, in fondo, il logico sviluppo, anche dal punto di vista culturale, del sistema di promozioni e retrocessioni, che guida tutto l’impianto federale.

Viceversa, l’essenza della competizione “privata”, i cui risultati, si badi bene, potrebbero non essere tenuti in alcuna considerazione dalla federazione nazionale o internazionali (chi vince l’Eurolega non entra negli albi d’oro federali), è quella dell’invito, magari spesso pluriennale. Il merito sportivo non c’entra più o quasi. La logica degli inviti non è evidentemente arbitraria, e il “merito” viene comunque preso in considerazione, ma concerne parametri economico-gestionali soprattutto, o comunque con un peso maggiore rispetto a quelli sportivi. In tale sistema, ciò che diviene poco rilevante è proprio il risultato della squadra in una singola stagione: solo il ripetersi di stagioni negative potrebbe portare conseguenze eventualmente a lungo termine.

SENZA SOGNI?

Il sistema da ultimo esposto rappresenta un modo di vedere le cose per noi europei soprattutto abbastanza sconvolgente, quasi imbarazzante. Si vede, in esso, la preminenza del solo fattore economico, laddove ne uscirebbe frustrata la possibilità di farsi valere, al di là della potenza degli investimenti, per capacità, genialità, abilità nel costruire una squadra; nonché di vivere “sogni” tipo la vicenda Leicester, che sono, alla fin fine, le storie che più appassionano il tifoso.

Viceversa, chi sostiene un modello diverso, evidenzia come l’assenza di stabilità in realtà metta in notevole difficoltà gli stessi operatori, i proprietari delle squadre, da cui vorremmo gli investimenti necessari a rendere la pallacanestro migliore: palazzi nuovi, ampi e dotati di tutti i confort; prodotto televisivo eccelso; top player; settori giovanili curati; organigrammi societari ricchi di personale, ovviamente competente e specializzato; eventi spettacolari anche per il contorno; il tutto a costi dei biglietti ridottissimi.

Non sappiamo come uscire da questa schizofrenia, sinceramente. Probabilmente il modo migliore è abbandonare il profilo ideologico (una soluzione, sempre comunque e per forza migliore delle altre e senza alcuna controindicazione) e decidere caso per caso o meglio periodo per periodo, luogo per luogo.

In un presente caratterizzato da forte crisi economica, e in Italia, dove il basket perde visibilità e si sconta una cronica arretratezza specie in termini di impianti, ad impulso sceglieremmo forse il modello NBA-Eurolega; fermo restando la non definitività della scelta, la possibilità di applicare correttivi (in fondo il campionato nazionale federale già lo è), l’attenzione alle conseguenze che l’estremizzazione di una tale scelta può comportare.

CONFRONTO APERTO

Dovendo pensare, in ogni caso, ad un raffronto fra i modelli, ci sono domande che personalmente rappresentano punti controversi, enormi interrogativi che giriamo a chi legge, più che altro a mo’ di domanda aperta, di problematizzazione della questione.

1. Retrocessione vs. franchigia

 

I difetti del modello “a retrocessione” sono, per noi che li viviamo, assai chiari: il fatto che una sola stagione “storta” possa far precipitare in una serie inferiore rappresenta una vera e propria sciagura, per appeal, interesse, ritorni economici. Negli ultimi anni, in Italia, è andato poi acuendosi il problema, prima rendendo sempre più difficoltosa la risalita, poi addirittura prevedendo, per la seconda serie, lo statuto dilettantistico. Entrambi tipici casi di eterogenesi dei fini: ciò che doveva mitigare l’effetto, lo ha in realtà acuito. Oggi salire in A è sommamente difficile; una volta raggiunta, la differenza di situazione è tale, che ridiscendere è un vero e proprio incubo, un “ritorno al nulla” che scoraggerebbe, sul piano degli investimenti, anche il più inguaribile degli ottimisti. Per cui, chi è “su” cerca di fare il possibile e l’impossibile per non essere ricacciato “giù”, ipotesi che, una volta verificata, si tramuta in una condanna a tempo indeterminato o comunque lunghissimo.

Inutile negare tuttavia che, se il modello a franchigia affascina, alcune storture sono evidenti. La gara ad arrivare ultimi, ad esempio, per conquistare la scelta migliore al draft; ma vorremmo mettere al pari quelle franchigie le cui stagioni sono noiose cavalcate votate all’insignificanza già da metà dicembre (vogliamo parlare, chessò, di Sacramento?). La stessa lunghezza della stagione, le molte partite portano alla conseguenza negativa che se il campionato si indirizza male fin da subito, raddrizzarlo e dargli un significato diventa molto complicato.

La lotta per non retrocedere nei campionati europei regala spesso emozionanti finali, mentre la sola battaglia playoffs in NBA non pare sufficiente correttivo. Sorprende che la NBA negli anni non abbia trovato rimedio alla situazione, specie per quanto concerne il tanking, operazione davvero brutta a vedersi (vogliamo parlare, chessò, di Philadelphia?).

2. Disponibilità economica illimitata vs. salary cap

Il modello europeo genera mostri, anche questo ci è chiaro. Basta vedere Milano, in Italia, a confronto con le altre squadre nazionali; ma anche CSKA, Fenerbahce, le greche, Real e Barcellona rispetto agli avversari, sia nei campionati nazionali che nelle Coppe. Nessuna limitazione, nessun tetto, determina uno scollamento eccessivo tra le realtà con disponibilità economica e le altre, tanto da creare competizioni dove la vera lotta si riduce a due team o addirittura non esiste (leggasi sempre alla voce Milano, Italia).

Al contrario il salary cap, che riteniamo un sistema per certi versi geniale. Non può però mancare il rilievo che, in realtà, anche in NBA vi siano franchigie sempre al top, mentre altre rimangano costantemente al flop. Conseguenza che sempre ci ha incuriosito, ma che in realtà rappresenta un dato ineliminabile. La luxury tax permette, di fatto, alle franchigie con più denari di procurarsi egualmente dei vantaggi, con una disponibilità ed un conseguente prestigio che permetteranno sempre di cambiare, rialzarsi, attirare i migliori.

Inoltre, pare di poter ravvisare altre deformazioni. Primo, operazioni di mercato che spesso non hanno alcun senso sportivo. Cambiamento dall’oggi al domani, slittamento di blocchi di giocatori, tali da togliere completamente l’identità a team consolidati (vogliamo parlare, chessò, della partenza di Nene da Denver?). A volte, la stessa costruzione di squadre è falsata, fin dall’inizio finalizzata solo a “liberare” il tetto salariale, magari esclusivamente in vista della stagione successiva o addirittura guardando alla situazione dei free agent di tre-quattro anni più avanti. Tale strumentalizzazione porta a “perdere” intere stagioni.

Infine, la fissazione, come negli ultimi anni, di salary cap molto elevati e, in conseguenza, di altrettanto elevati livelli di salary floor, gonfia indebitamente i costi, determinando prezzi assolutamente fuori scala anche per giocatori modesti e, di fatto, annullando i benefici effetti di livellamento.

3. Settori giovanili vs. sistema del draft

I settori giovanili mancano di competitività, specie in Italia, ritardando in modo indebito ed indefinito il lancio dei giovani all’agonismo professionistico.

Tuttavia, spesso il problema opposto ha il sistema del draft, con quindicenni o sedicenni già mezze star nazionali, presi dalla tentazione di enormi ed immediati guadagni.

Quanti sono i giovani che si perdono nel passaggio tra College (a volte High School) e NBA? Quanti hanno pagato anche fisicamente l’inadeguatezza di una scelta forse effettuata troppo presto, anche dal punto di vista dei carichi muscolari richiesti nel professionismo? Non ha davvero alcuna incidenza la circostanza che, chessò, gente come Oden e Rose si siano preparati con un solo anno di College?

Un sistema del genere regge perché ha una capacità di autoalimentarsi praticamente infinita, in ragione della base enorme, della diffusione dello sport, della sua incidenza nella vita universitaria. Tuttavia, il grado di aspettativa e competitività, gli altissimi livelli salariali fin da subito, la linea vita/morte rappresentata dall’essere dentro o fuori, genera pressioni indicibili, specie per le primissime scelte, spesso schiacciate proprio da quel ruolo (vogliamo parlare, chessò, di Bargnani o dello stesso Bogut, da anni underrated chiaramente in ragione della allora alta pick al draft?).

4. Coppe vs, Campionato unico

Le vicende estive hanno mostrato in modo fin troppo evidente la difficoltà e gli ostacoli che può determinare la partecipazione a più competizioni, gestite da soggetti diversi. Il legame ad un’unica organizzazione porta alle benefiche conseguenze che sappiamo: gestione unitaria, strategia di promozione, merchandising, comunicazione tanto professionale quanto stringente, unitarietà di obiettivi, obbligo per tutti di adeguarsi a logiche incentrate sulla prospettiva del bene di tutti.

Tuttavia, ci chiediamo se l’esaurirsi, il nascere e morire di tutto dentro l’NBA non sia un elemento eccessivo di diminuzione di ogni alternativa possibile, tanto da trasformare il massimo campionato statunitense in un mostro onnivoro, al di fuori del quale nulla esiste. Così la NCAA è una grande preparazione all’NBA, le altre leghe, dalla D-League in poi, un sottoprodotto di rilevanza infinitamente inferiore o comunque una mera “palestra” dove non può neppur esistere un minimo gioco di squadra, perché unicamente finalizzate a permettere ai giocatori di crearsi visibilità, strettamente funzionale al rientro al piano superiore.

Il dualismo delle competizioni, al contrario, consente una maggiore pletora di possibilità, in primis quella già accennata di contemperare, nella stessa stagione, un sistema a puro merito sportivo (campionato federale) con uno a franchigia (le Coppe a invito).

IL MEGLIO?

In conclusione, credo siano problemi da porsi, per evitare di darsi soluzioni troppo “facili” che vedano tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra.

In fondo, a ben vedere, anche lo spostamento continuo dei “top player”, o i vari episodi di “big three” o “the choice”, possono considerarsi un effetto complessivo dei vari punti deboli del sistema NBA, che abbiamo cercato di focalizzare: eccessivo accentramento su un solo campionato, su pochi top player (specie rispetto a quanti il draft ne promette ogni anno), chiaroscuri del salary cap, gestione schizofrenica del mercato ed incapacità cronica di costruire team razionali e stabili – per più di un paio d’anni – intorno agli stessi campionissimi. Tanto che una San Antonio, che dovrebbe essere la regola di come si costruisce la squadra, e che fa le sue fortune su giocatori presi a pick molto basse, diventa una straordinaria e quasi inimitabile eccezione.

Teniamo conto di ogni cosa, nel momento in cui dobbiamo scegliere per il meglio.

Matteo Fortelli

Matteo Fortelli

Nasce nel 1977 - prima stagione della Pallacanestro Reggiana in biancorosso - con sei mesi esatti di vantaggio su Emanuel Ginobili. Nel prosieguo, si accontenta di pareggiarlo nel numero dei figli. Catechista, avvocato, fanatico acritico di tutto quanto venga da Reggio Emilia, trova bellissima la definizione del basket come "l'unico sport che guarda verso il cielo". Romantico sostenitore delle bandiere come Manu, il turbinoso mercato NBA, dove cambiano squadra anche le città, è il peggiore fra i suoi incubi.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Editore ENBIEILAIF - Nacho Symbolic Associazione Culturale
P.IVA - COD. FISC. 03383520545
Direttore Responsabile testata on line: Luca Fiorucci
Server Provider: Aruba
Registro Stampa Tribunale di Perugia N°9 27/05/14
Email: info@nbalife.it

© 2019 Copyright NbaLife.it, tutti i diritti riservati