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Familismo morale

“Ai tuoi padri succederanno i tuoi figli;
li farai prìncipi di tutta la terra.”
(Salmo 45,17)

All’inizio fu Damian Lillard. Per un Blazers-addicted all’inizio c’è sempre Damian Lillard.

All’inizio fu Damian Lillard e suo figlio Damian jr (maddai). Il quale, un anno di età, ha ben pensato di compiere il gesto del Lillard-time mentre guardava, dagli spalti, il papà tirare a canestro.
“Bisogna insegnargli fin da piccoli” – potremmo tradurre il commento ironico della point guard di Portland, nel tweet a corredo del filmato. In realtà Dame ha rilasciato una lunga e toccante intervista a SBNation sul come la vita gli è cambiata, da quando la sua storica compagna Kay’la (sono insieme dal College), nel Marzo 2018, gli ha donato il piccolo Damian:

La cosa migliore che mi sia mai successa, e nella mia vita di cose belle ce ne sono state. Non mi importano più le cose di prima, tipo chi è il miglior playmaker o cose simili. Cerco di fare il mio dovere pensando solo a me ed alla mia squadra, poi arrivo a casa e per mio figlio sono il papà. Mi sorride, mi corre incontro: avere questo ti fa affrontare tutto il resto con il giusto approccio. Ci sono cose più importanti, fuori dal campo.

Probabilmente non è nulla di particolarmente originale, convengo, ma non significa necessariamente che sia meno vero. Il difficile, continua Lillard, è anche nell’evitare di essere eccessivamente protettivi:

Ti preoccupi per tutto: che non cada, che non si faccia male… quando arriva a casa e sta camminando, io cerco di prenderlo, sono tutto “è il mio piccolino”, ma lui non vuole, è piuttosto sul “papà, mettimi giù, lasciami fare da solo!”. E io rimango sempre stupito, wow!

Ben strana impressione, vedere campioni così abituati a pressione e palcoscenici planetari, alle prese con le stesse incertezze e gioie della paternità di qualsiasi altro “comune mortale”. E alle prese con i “rischi” dell’educazione, costantemente in bilico tra protezione e necessità che i figli camminino con le loro gambe, disegnino i loro percorsi. Di certo, se qualcosa può far sparigliare le carte e farci scoprire l’umanità, a volte fin tenera e fragile, di questi grandi e famosi personaggi, è proprio la paternità.

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LeBron James, che ha un figlio primogenito 14enne (LeBron jr… eh insomma, è un vizio?!) non si è espresso in termini molto dissimili:

L’anno scorso è stata la prima volta che ho avuto davvero tempo di vedere giocare i miei figli in estate, sedermi tra il pubblico. Quindi sono seduto e sto guardando la partita, e sento che le mie mani iniziano a sudare. Sento che il mio petto inizia a sudare. Mi chiedo, cosa sta succedendo? Dei ragazzini di 13, 10 anni stanno giocando, perché mi sento in questo modo? Poi da semplicemente essere tra il pubblico sono passato a sedermi in panchina, e anche a partecipare ad una discussione. E non con un padre di un giocatore, ma con una mamma… E sapete con chi mi sono scusato per prima cosa? Con mia mamma. Perché quando ero piccolo cercavo sempre di calmarla durante le mie partite. Le dicevo: “Mamma, stai tranquilla!”, e poi sono impazzito per i miei figli”
(intervista a ESPN riportata da Basketuniverso.it).

LeBron si è poi fatto saggio, quando ha dichiarato di essersi pentito di aver messo al figlio lo stesso nome, comunicandogli così una pressione eccessiva: “I miei figli faranno esperienze diverse dalle mie, io devo dargli le basi e poi saranno loro a scegliere la propria strada”.

Meno saggio, in realtà, il 3 volte MVP delle Finals si è mostrato quando ha introdotto il ragazzo nel mondo Instagram, aprendogli un account e rilanciandolo con le seguenti parole: “Date il benvenuto all’erede al trono”. Oppure quando, in occasione di un match, ad un (entusiasmante) canestro in alley-oop del rampollo, ha iniziato ad esultare smodatamente, correndo per tutto il parterre. Ma che volete, i figli sono piezz’e core e sì certo, devono fare la loro strada… purché sia costellata di cesti e con una spicchia arancione in mano.

In realtà, il peso di una tale paternità non è semplice, e Bronny jr ha già dovuto fare i conti con il lato buio della situazione. L’approdo sui social è stato accompagnato dalla “solita” schiera di haters, di lunga e rinomata esperienza… per lo più maturata nei confronti del padre (ci sono più haters di LeBron in USA che CT della Nazionale di calcio in Italia).

A volte si è sentito innalzare contro dagli spalti, nel campionato universitario, il coro “overrated!” (“sopravvalutato!”). Sono sbucati video – assolutamente e del tutto privati e non destinati al pubblico social – dove il figlio del King scherzava pesantemente con gli amici su sesso, droga & rock’n’roll (più o meno).

E, in fondo, sì per tutti, per ognuno di noi, il pregiudizio rimane.
È lì, riuscirà, avrà più possibilità e porte aperte perché “…è figlio di…”.

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Il piccolo grande blackout di intelligenza, sul tema, lo abbiamo avuto anche in Italia, con le recenti vicende della nazionale. Le premesse sono note: la situazione è di grande urgenza e difficoltà, è necessario creare qualcosa di nuovo e diverso, per sopperire alle carenze strutturali della selezione azzurra.
Coach Meo Sacchetti sta cercando di impostare soluzioni di gioco alla “fàmolo strano”, e in tale logica ha dato seguito alla dolorosa scelta del taglio di una storica colonna delle estati nazionali, e capitano decisivo nelle qualificazioni al Mondiale, Pietro Aradori. Scelta tecnica discussa e discutibile finché si vuole, ma è montato, nelle ore successive, qualcosa di diverso, di “orribile”, e cioè una delle polemiche più cretine delle pur in media non entusiasmanti vicende nostrane:

“Lo lascia a casa per portare suo figlio”

.

Eh niente, questo pare il verdetto ineluttabile della Rete… e non provate a contrastarlo!

Un bel da dire che il “2-3” Aradori non si giocava certo il posto con il “4” figlio del coach Brian Sacchetti, e che difficilmente un terminale offensivo viene posto in competizione con uno specialista difensivo. Chi scrive poi è reggiano, e ciascun cestofilo residente fra gli Appennini e il Fiume Po potrebbe agevolmente quanto atrocemente spiegarvi l’importanza fondamentale, nell’impostazione di gioco di Meo, della duttilità e della tigna di Brian (citofonare “triplete, 2015”).

Si può, insomma, cercare di argomentare in mille modi razionali, ma quando la marea social monta sembra di dibattersi nella classica ragnatela, che più ti muovi più ti aggrovigli; e c’è seriamente da pensare che, se la spedizione azzurra dovesse raggiungere un onesto 9-12° posto, qualche genio che si aspettava “almeno l’argento” cercherà di sfogare le proprie frustrazioni da tifoso illuso, tirando fuori robaccia come il “familismo amorale all’italiana”, e simili.

In tale contesto, viene sinceramente da chiedersi quando, esattamente, l’idea di trasmissione di una professionalità, di una esperienza di vita e di lavoro, da un padre ad un figlio, è diventata una colpa più che una risorsa.

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La saggezza antica già aveva intuito quanto la moderna pedagogia chiama “intelligenza emotiva”: il patrimonio di conoscenze trasmesso attraverso un legame familiare e affettivo passa più e meglio e in modo più intenso e interiore e convinto di quanto qualsiasi altra modalità o tecnica possa garantire.

Lo avevano capito gli Ebrei che, grazie alla leggendaria saggezza del Re Salomone, avevano trovato il modo migliore di trasmettere la sapienza divina, consegnata agli avi sul monte. E il monito “Ascolta Israele”, con cui Dio istruiva il suo popolo, nella vita di tutti i giorni era divenuto “Ascolta, Figlio, la voce di tuo padre” (Libro dei Proverbi, attribuito al mitico sovrano ebraico).

Anche nel Medioevo italiano, le botteghe d’arte come le corporazioni dei mestieri, artefici di capolavori eterni e culla del Rinascimento, non costituivano solamente luoghi di trasmissione e perfezionamento delle professioni “di padre in figlio”: venivano addirittura impostati, in modo aperto e deliberato, sul modello famigliare. Tanto che il rapporto in bottega tra maestro e apprendista era, secondo gli studiosi, del tutto assimilabile a quello paterno.

E, in fondo, anche le nostre attuali piccole imprese “di famiglia” rappresentano pur sempre la ricchezza più rilevante del tessuto economico italiano, forse le uniche ancora in grado di tenere in piedi il Paese.

Che sia saggezza di vita, di spirito, religiosa, professionale, tecnica, se passa da un rapporto familiare… è più bello. È curioso riflettere di come, in certi ambiti, l’idea di “conduzione familiare” ci trasmetta esattamente tale impressione di continuità nell’amore e nella cura, come nella professionalità; altre volte, per altri aspetti, in altre professioni ed in altri ambiti, essere “figlio di” assurge praticamente a condanna. Senza appello.

Ma il figlio di LeBron James – e di Lillard, e di Sacchetti… - potrebbe essere figlio non solo di King James e del suo talento per così dire “genetico”, ma anche della sua passione, della sua determinazione, della sua precisione, della sua etica e cultura del lavoro, della sua volontà di migliorarsi, della sua leadership… Insomma di tutto quanto può ricondursi ad una sorta di “familismo morale”, un patrimonio intergenerazionale, di cui, forse, c’è molto più bisogno di quanto non si creda.

E che anche Bronny jr, un giorno, trasmetterà ai suoi figli.

LeBron James and Dwyane Wade Watch Zaire Wade's AAU game

Matteo Fortelli

Matteo Fortelli

Nasce nel 1977 - prima stagione della Pallacanestro Reggiana in biancorosso - con sei mesi esatti di vantaggio su Emanuel Ginobili. Nel prosieguo, si accontenta di pareggiarlo nel numero dei figli. Catechista, avvocato, fanatico acritico di tutto quanto venga da Reggio Emilia, trova bellissima la definizione del basket come "l'unico sport che guarda verso il cielo". Romantico sostenitore delle bandiere come Manu, il turbinoso mercato NBA, dove cambiano squadra anche le città, è il peggiore fra i suoi incubi.

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