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Playoffs 2014, un punto di vista: l’esteta

Odio gli Spurs.
E’ un odio atavico, iniziato oltre 20 anni fa per ottime ragioni, anche se la squadra di oggi ha alcuni nuovi interpreti e un atteggiamento tutto diverso che forse consiglierebbe un riappacificamento.
Ma non ce la faccio. E quindi continuo a odiarli.
Li odio così tanto che in queste finali mi sono visto costretto (per mancanza di alternative) a simpatizzare per un’altra squadra che non gode proprio della mia simpatia, gli Heat.
Ovviamente è stato il proverbiale bacio della morte, e la squadra che TUTTI pronosticavano per il threepeat esce di scena come dei Pacers qualunque…

Del resto, diciamocelo, ci sono due tipi fondamentali di “utenti” dello spettacolo NBA: il tifoso e l’esteta.
Il tifoso è un fanatico, un talebano, uno per cui importa solo che la propria squadra vinca. Va bene anche 1 a 0, ma è meglio 130 a 0 perchè un po’ di sana umiliazione all’avversario non guasta mai. Resta in stato d’ansia anche a 3 minuti dalla fine sopra di 40, perchè si sa, quei bastardi sono capaci di tutto. E poi gli arbitri sono sempre dalla loro. In campo potrebbe anche svolgersi una partita di “pancrazio con cesti ornamentali”, che se alla fine la vincono i suoi, va bene così. Del resto è la difesa che vince le partite, no?

L’esteta invece è uno che non tifa nessuna squadra in particolare, ma che guarda l’NBA per il bel gioco, per lo spettacolo, per la tensione delle gare, per love of the game. Mi permetto di unirmi a questa categoria un po’ perchè fa figo, un po’ perchè effettivamente mi ci ritrovo, un po’ anche perchè per uno che tifa Celtics o fai così o ti ricoverano per un travaso di bile…
L’esteta dicevamo è quello per cui ogni serie di Playoffs dovrebbe finire a gara 7, ogni partita dovrebbe andare ai supplementari (meglio se più di uno), essere decisa con un tiro allo scadere ed essere costellata di giocate da highlights (sia tecnici, che di cattiveria agonistica, che di spettacolo vero e proprio). Ogni squadra dovrebbe segnare circa 190 punti, non ostante le due difese ci diano dentro come i Pistons degli anni 90 targati Bad Boys.

Ecco, qualora non fosse chiaro, io sono un esteta…

Il miglior primo turno di sempre

Le cose erano partite piuttosto bene. Certo, purtroppo l’est esiste, e tocca fargli giocare dei Playoffs, verso i quali non è lecito aspettarsi granchè. In compenso gli accoppiamenti ad ovest sono da bava alla bocca, soprattutto Clips-Warriors e Thunder-Grizzlies.
Nell’incredulità generale siamo tutti testimoni del più bel primo turno dei PO della storia della lega. O almeno: per gli ultimi 25 anni garantisco io per esperienza diretta, ma anche prima dubito siano riusciti a fare di meglio…
Su 8 serie, 5 finiscono a gara 7. Permettete anche una piccola chiosa di un vecchio cuore biancoverde che ancora sanguina: gara 7 Toronto-Brooklyn, a Toronto, la serie termina con il solo e unico Capitano (e se non avete capito che si tratta di Paul Pierce, non voglio nemmeno conoscervi), avvolto nella maglia minimal/orrenda dei Nets, che vince la partita andando a stoppare il tiro del pareggio dalle mani di un eccezionale Kyle Lowry; certe cose non hanno prezzo.
5 serie a gara 7, ma anche Portland-Houston pur durando una partita in meno non fa proprio schifissimo: 3 gare finite all’overtime e l’ultima decisa con buzzer beater di Lillard da 3 punti.

Un drammatico calando

Dopo questa partenza indimenticabile l’asticella era piuttosto alta: il tonfo è stato discreto.
Ad est, mentre gli Heat passeggiavano in ciabatte sui resti avariati di Brooklyn, giocando seriamente in media dai 10 ai 15 minuti a gara, a Indiana la serie dava diversi spunti di interesse e discussione, ma quasi mai sul campo: la vicenda dei Pacers è stata una telenovela incredibile, piana di drammi umani e vaccate, segnata indelebilmente dal geniale acquisto di Andrew Bynum, che è arrivato a metà stagione, ha rovinato lo spogliatoio e se n’è andato senza colpo ferire… Poi ci sono state le mirabolanti avventure tra il comico e l’erotico della premiata coppia Stephenson/George, e il dramma semiserio di Hibbert, l’aspirante centro più forte della lega capace di una spettacolare doppia singola da 0 punti e 0 rimbalzi, come solo i migliori sanno fare. Che non siano materiale da titolo è ormai abbastanza evidente, ma i motivi per cui debbano faticare contro Washington e rischiare l’eliminazione contro Atlanta restano oscuri.

A ovest, mentre i ragazzini prodigio di Rip City si fanno sculacciare dai vecchietti irriducibili con gli Speroni, si gioca un’altra serie ai limiti dell’insondabile: Thunder contro Clippers. Si parte bene, con i Velieri che asfaltano OKC in trasferta con una partitella di Paul che passa quasi inosservata: 32 punti, 10 assist e uno scarsissimo 8 su 9 da tre. Poi OKC si ricorda di essere una contender al titolo e regola gli angeleni in 2 gare a fila, non indimenticabili. Poi 2 partite di totale incoscienza in cui, a ruoli invertiti, una squadra è avanti di 20 punti a pochi minuti dalla fine, e poi ovviamente vince l’altra. La serie si conclude in 6 gare, con Durant e soci che passano il turno, ma anche con l’impressione netta che dei Clips così forti non si erano mai visti: incredibile cosa può succedere dando un allenatore a una squadra, eh? A saperlo prima…
In effetti, a parte un Paul in stato di grazia, lasciano a bocca aperta i progressi di Griffin, che fino allo scorso anno sembrava solo una (magnifica) bestia da esibizione, del tutto inutile a vincere alcunché, e che quest’anno si è rivelato giocatore completo e con leadership anche durante l’assenza di Paul. L’impressione è che sotto Rivers possa crescere ancora. Anche DeAndrè Jordan pare finalmente aver raggiunto tutto il suo potenziale: certo, non dipingerà mai la Gioconda, ma con quell’apertura alare è finalmente diventato un ottimo imbianchino, invece di continuare a ostinarsi a pitturare coi pastelli sul divano.

Passano i turni, ma i risultati (sempre nell’ottica dell’amante del belgioco) non migliorano molto. Ad est si assiste finalmente a qualcosa di bello da parte degli Heat, che tolgono le infradito e allacciano le scarpe, esibiscono un Wade dominante versione vintage e un LeBron forte, cattivo e decisivo. Dall’altra parte solo una Indiana in crisi tecnica e d’identità: personalmente (come credo tutti) adoro Lance Stephenson, ma se è la tua prima opzione offensiva e la mente (!?) del tuo attacco, evidentemente c’è un problema. Paul George alza episodicamente il volume della radio con gare da all star, che però non fanno che far arrabbiare di più: se quelle cose le puoi fare, perchè non le fai sempre? Tieni il meglio per gara 8?

Se l’est è il regno della noia (cestistica) e dei drammi (umani), l’ovest si riconferma terra dell’insondabile: dopo 2 gare nessuno immagina come i Thunder possano vincere anche solo una partita. Dopo altre 2 gare non si capisce come gli Spurs possano aver vinto le prime 2. Poi si cambia ancora registro e i cugini grandi bastonano ancora una volta quelli piccoli. Verrà mai il momento dei Thunder? Beh, il prossimo anno finalmente non avranno più il problema degli Spurs, che sono troppo vecchi per vincere qualcosa… o no?

The Finals

E siamo alle finali. All’interno di un ideale passaggio di consegne Silver fa harakiri con la stessa spada con cui l’aveva fatto l’anno prima Stern, una volta appreso che lo scontro (con uno zinzinello di appeal mediatico) tra LeBron e Durant non si fa, perchè i nonni rompiballe tornano ancora in finale.
Pazienza, si comincia lo stesso, altra formalità prima di incoronare gli Heat dominatori del quinquennio e LeBron il più forte di tutti. Gara uno la vincono gli Spurs, ma del resto non si poteva chiedere a Miami di essere già in forma alla PRIMA PARTITA DI PLAYOFFS DELLA STAGIONE…

E infatti in gara 2 torna la difesa, torna un attacco scintillante, torna l’atletismo, 1 a 1 e fattore campo rubato: missione compiuta.

Gara 3 è un massacro, ma per i padroni di casa. San Antonio segna in ogni modo possibile, grazie a una difesa un po’ poco convinta di Miami, ad un’esecuzione perfetta dell’attacco neroargento, ma anche grazie a tiri onestamente rivedibili che invece decidono di entrare. Tutti quanti. Prima dell’intervallo gli Spurs stanno tirando con l’89%: neanche Jeeg potrebbe restare in partita.
Ma è un caso: quando mai a quelli ricapita un’altra partita con quelle percentuali?
Non so, forse in gara 4?

40 punti di scarto in 2 partite, giocando in trasferta. Ginobili è la mente, il cuore e la mano di questi Spurs, prendendosi la più dolce delle rivincite, dopo aver sostanzialmente tradito i compagni nell’edizione precedente. Ma più di lui sorprendono Green e Leonard: il primo tira uscendo dai blocchi come Reggie Miller, e va in penetrazione come Micheal Jordan; il secondo è più forte di Leonida in 300, e riesce anche a portarsi a casa il lieto fine.

Sul 3 a 1, con 2 delle 3 eventuali gare rimanenti in casa, San Antonio ha di fatto già vinto il titolo. Gara 5 esiste per 12 minuti, il tempo che serve a James per rendersi conto che, ancora una volta, è troppo solo. Un primo quarto insensato da 17 punti, praticamente senza sbagliare mai, ma poi i compagni non lo seguono, e gli Spurs inseguono, accostano, sorpassano, e in un attimo sono di nuovo a più 20. Sembravano i tempi della finale a Cleveland, quando questo gigante Golia solitario era attorniato da tutto un esercito neroargento, che alla fine lo sopraffava. Allora LeBron era un freak, un giocatore fantastico, ma senza direzione e senza prospettive. Oggi è innegabilmente il giocatore più forte della lega, ma ancora una volta questo non basta. Lato Miami è andato storto tutto: Wade evanescente, Bosh non decisivo in difesa e scomparso in attacco, Chalmers del tutto fuori dalla serie, Allen buono, ma non eccezionale come in altri momenti. Spoelstra viene chiaramente surclassato da Popovich, prova un po’ di cose, ma né lui né la squadra ci credono. Abbiamo visto la miglior San Antonio possibile, compresi il miglior Duncan degli ultimi 10 anni (ma questo ormai lo diciamo ogni anno, che stia tornando indietro nel tempo?), un Patty Mills a tratti dominante, e un Boris Diaw che ha trovato la pace dei sensi tecnica: difende su James, porta a scuola tutti in post basso, crea gioco dal post alto, tira perfino a canestro.

Se però non è giusto togliere merito agli Spurs, che si sono sudati la vittoria con un interpretazione perfetta, ben oltre il limite delle loro capacità, a me resta sempre l’impressione che sia stata più Miami a perdere, perchè se avesse fatto “la Miami”, alla fine avrebbe trovato una strada per vincere. E visto che questa squadra ha dimostrato di avere tutto ciò che serve per vincere, e che non soffriva di particolari infortuni, direi che è evidente che il problema è stato soprattutto di motivazioni: forse che il fatto di essere arrivati in finale senza nessun test minimamente impegnativo non abbia loro permesso di entrare nello stato mentale giusto, di trovare i giusti equilibri di gioco? Forse che ‘sta cosa delle conference è una vaccata e ci ha un tantino rotto?

MVP

Chiudo con un commento sul nuovo MVP: nessuna discussione sul fatto che lo meritasse, che sia stato il migliore dei suoi e che sia stato fondamentale per la vittoria; sono perfino contento per lui, però non posso fare a meno di evidenziare 2 cose.
Non aspettatevi che Leonard sia questo: in difesa magari si, ma in attacco ha forzato oltre i limiti imposti dal suo talento, e semplicemente il mix di convinzione, trance agonistica e fortuna ha fatto sì che la palla entrasse ogni volta che ha alzato la mano; su base ripetitiva, sicuramente ha ancora margine di miglioramento in attacco ma, soprattutto per il suo bene, non aspettatevi che questo sia Kawhi Leonard.
Anche facendo finta che quello visto sia il suo livello reale, vogliamo parlare del fatto che si tratta indiscutibilmente del PEGGIOR MVP di sempre? Per gli scettici segnalo la lista di tutti gli MVP delle Finals, e direi che a parte 2, forse 3 casi dubbi, l’affermazione è inattaccabile. E’ vero che gli Spurs sono un collettivo, però anche questo tassello sembra indicare un’edizione delle Finals sottotono.
La cosa più bella che ho letto dopo l’elezione di Leonard a MVP comunque è stato un tweet di un giornalista di ESPN che diceva: “Smiling it’s ok now, Kawhi”.
A 23 anni sul tetto del mondo, è sicuramente così.

PS: vi lascio un po’ di corsa (oddio, non proprio di corsa dopo 5 cartelle di Word…) perchè ho un impegno. Quale? Beh, tra pochi giorni c’è il Draft, e i Cavs con la loro milionesima prima scelta in 5 anni quasi sicuramente quest’anno sceglieranno me.

Vae Victis

Carlo Torriani

Carlo Torriani

Colpito a tradimento dal virus della palla arancione nel lontano ’92, quando sono rimasto folgorato vedendo giocare il ragioniere di Spokane (John Stockton, per chi colpevolmente non lo sapesse), da allora non sono più riuscito a disintossicarmi, e sono diventato un NBA addicted. Mi diletto maniacalmente anche nella pallacanestro giocata, con risultati che di rado superano la soglia del dilettantismo spinto. Ah, ho anche un lavoro vero (per quanto lo possa essere un’occupazione nell’informatica), ma quello è meno interessante... Sposato e con 2 figli, il primo già sapientemente instradato sulla via della palla cesto.

 
7 commenti
  • Marco scrive:

    Sì, ma perché odi gli Spurs?? Sono la squadra (sottolineo squadra) che gioca meglio, hanno il miglior allenatore (di quest’anno)… eppoi un piccolo accenno al Beli in 5 cartelle di word, dai ;-)!

  • Carlo Carlo "Stock" Torriani scrive:

    La spiegazione è un po’ lunga (e con me quando mai non lo è!), comunque visto che gli Spurs sono il topic del momento, mi riprometto di farlo nel prossimo pezzo (generando così un Hype fuori scala …).
    Sul Beli, che letteralmente ADORO, non ostante lo ritenessi (erroneamente) inadeguato all’NBA quando c’è arrivato, c’è poco da dire rispetto alle finali: praticamente non ha mai giocato. Certo, in quei pochissimi minuti a disposizione ha dato ulteriore conferma di maturità e durezza mentale (impensabili per un esordiente) svolgendo al meglio il compito assegnato dal Pop: peccato solo che nello scacchiere tecnico/tattico/atletico della serie il suo ruolo fosse del tutto marginale. Speriamo in meglio per il prossimo anno, perchè per me se lo merita tutto.

    ciao

  • low profile scrive:

    ti autodefinisci esteta e odi gli Spurs?

    complimenti

  • LbJ scrive:

    Ci vuole anche un po’ di ironia e trovo che lo slogan “odio gli Spurs” la racchiuda assolutamente. Poi sul Beli già detto e quindi concordo sia sui meriti che sul ruolo marginale. Oh poi il titolo dell’articolo mi sembra chiaro: un punto di vista. E tale è. Bravo. Attendo dunque il prossimo articolo.

  • Lemmy scrive:

    Definirsi un esteta del gioco ed odiare gli Spurs è un pò come dirsi un gourmet e andare fuori a cena in compagnia di Gianni Morandi…

  • LbJ scrive:

    Spoelstra ha trovato poco dai titolari e ancora meno per non dire nulla dalla sua panchina. Come ho scritto commentando il podcast, la colpa è di Riley e del roster davvero scarso assemblato per questa stagione

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