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L’equazione irrisolta di Michael Jeffrey Jordan

Viviamo in un’era senza sogni.

Intenti a rimirarci ed ammirarci attraverso lo schermo di uno smartphone entriamo e usciamo costantemente, a batter di dito, da una realtà aumentata, attraversando con la massima e più disattenta naturalezza quell’allegorico specchio intramondo di cui ebbe a narrare Lewis Carroll. Al di là dei 5.8 pollici di quel prolungamento neurosensoriale dei nostri polpastrelli non si apre però alcun mondo incantato, nessun universo fantastico. Nessuna Alice, nessuna terra delle meraviglie. Oltre lo schermo ultrasottile dei nostri telefoni si cela e si svela ogni giorno un’incommensurabile costellazione di verità e finzione abbrancate così profondamente da divenire spesso indistinguibili. È la Rayuela, il Gioco del mondo di Cortàzar. Come il personaggio letterario di Horacio Oliveira alla volta del Circo Ferraguto, un giorno ci ritroviamo tra saltimbanchi, acrobati e giocolieri, il giorno seguente quello stesso tendone, casa d’ininterrotti funambolici volteggi, diviene ricovero per malati di mente e nevrotici. Agorafobici, anedonici, egocentrici dispersi a manciate lungo catatonici deserti di ecolalie, ecoprassie, egocentrismi e stati confusionali. Imbottiti di insicurezze e complessi da un’epoca che ci vuole volubili e precari, abbiamo bisogno di eroi usa e getta, istrionici youtubers, popstars sovrassaturate, casi giornalistici a breve termine, notizie compostabili. Necessitiamo di una morale idrosolubile e di un senso civico riciclabile. Marchiamo la nostra identità sulla pelle, riempiendoci di cicatrici ricolme di china come i nostri antecessori tribali, eppure disdegniamo l’esistenza selvaggia, il corpo a corpo con la vita, la ricerca socratica, la lotta per l’ideale. Preferiamo rivelarci dietro le luminescenze di uno schermo, affidarci ai post, ai like, ai feedback, ai quote. E tutto ciò è logico, consequenziale, comprensibile. Perchè viviamo un’esistenza da 5 euro l’ora, in metropoli ricolme di disconnesse miriadi di sconosciuti , tra muri di cartongesso in cubicoli di dodici piani, in periferie post-apocalittiche o in centri storici da esposizione. Il proletariato esiste senza saperlo, la lotta di classe è stata comprata e venduta al metro quadro dai borghesi lenoni della sofistica post-modernista, i figli della classe lavoratrice si sono persi tra i cubicoli di facoltà universitarie che li hanno masticati e sputati in un post-2007 di apprendistati e impieghi semestrali. Siamo la generazione dei Foodora, dello swipe left/swipe right, del quinto e del sesto potere, dei furti di personalità, delle identità a noleggio, degli hashtag, dei duecentottanta caratteri. Al crepuscolo degli idoli abbiamo preferito l’eterna alba della società dello spettacolo.

E allora, caro lettore, voglio condurti per i sordidi meandri delle teorie più oscure su uno dei grandi idoli del nostro tempo. Un umano così venerato dai propri simili e così caro agli dei da tramutarsi in semidio. His Airness, arrivarono a nominarlo gli esegeti contemporanei, gli agiografi in tempo reale, i cantori in prima serata. Voglio portarti, signor lettore, lungo la twilight zone, ai confini della realtà. Cammineremo attraverso i paragrafi che ci rimangono sulla corda sottile che separa la realtà dall’illazione, il manifesto dall’occulto, la fisica dal paranormale. Ci stiamo addentrando, poco a poco, senza accorgercene, tra cunicoli di catacombe e memorie del sottosuolo, all’interno dei Vangeli apocrifi su Michael Jeffrey Jordan.
Non alambiccarti, stimato lettore, non tentare di capire nel corso della lettura quale sia la mia posizione. Non sforzarti di interpretare la mia trasposizione di sfiziosi cospirazionismi tratti da antologie del Chicago Tribune e da racconti a mezza voce tra i tavoli verdi di Las Vegas. Sto narrandoti per il piacere di narrare. E spero tu legga con lo stesso entusiasmo con cui, ad inizio ‘90, mi perdevo tra le immagini in bianco e nero e i brividi in technicolor di programmi televisivi e riviste su leggende metropolitane e misteri più disparati.

La più grande e forse la più antica tra le tesi cospirazioniste che ruotano attorno al personaggio di Michael Jordan riguarda il suo precoce e repentino primo ritiro dal palcoscenico della NBA. Il 6 Ottobre 1993, contro ogni attesa, il trentenne nativo di Brooklyn annuncia di fronte a schiere di reporter e piogge di flash il proprio addio al Gioco. In sala stampa lo sconcerto è totale. Un atleta nel pieno della carriera, della maturazione tecnica e della forma fisica abbandona le luci della ribalta dopo aver conquistato solo pochi mesi addietro il terzo titolo consecutivo. Una scelta senza precedenti o quasi.
Uno tra i primi atleti ad aver imboccato la via del ritiro nel momento più fulgido era stato, ad esempio, George Best. Ma del Quinto Beatle si sapeva già tutto. Una vita privata di fantasia e godimento, notti interminabili, auto veloci, dame, damigelle e miss. Il George Best fuori dal campo finiva spesso e volentieri con l’esser ancor più rischiarato dalla polvere di magnesio di giornalisti e rotocalchi di quanto non facessero i riflettori dell’Old Trafford.
Quel giorno, invece, nella press conference room del Berto Center si materializzò l’imprevedibile, l’inspiegabile, l’illogico.
Tra le strade di Chicago la notizia aveva iniziato ad aleggiare la notte precedente. Alle 21.58, per essere precisi. Jordan aveva da poco lasciato la tribuna d’onore del Comiskey Park di quella Gara 1 tra White Sox e Blue Jays di cui aveva persino effettuato il lancio cerimoniale d’apertura. Nel settimo inning, mentre i Sox procedevano inesorabilmente verso la sconfitta, il funesto responso dell’aruspice: “The Chicago Bulls have called a press conference for tomorrow morning, and there’s high speculation that Michael Jordan will retire from basketball forever”. Oggi giorno un annuncio del genere avrebbe scatenato in rete una psicosi collettiva, una crisi epilettica di massa. Sul calare dei ‘90 o al principio del terzo millennio avrebbe surriscaldato le batterie dei Motorola dei redattori dell’intero globo, da Los Angeles a Pechino. Ma nel lontano 1993 un tifoso Lakers residente nella East Coast doveva ancora attendere due giorni prima che i giornali locali pubblicassero i tabellini dei match giocati sul Pacifico. Fu così, dunque, che, nonostante lo scompiglio generatosi sugli spalti del Comiskey, con reporter e fans alla caccia di uno smaterializzato Jordan, il mondo arrivò impreparato a quella famosa mattina di inizio Ottobre a Deerfield, Illinois. Nei cinquantotto minuti davanti alle telecamere di Channel 5, l’uomo franchigia dei Bulls parlerà di “lost that sense of motivation” e “the desire was not there”. Per gran parte del discorso e poi ancora dopo, addetti ai lavori e appassionati videro nelle parole e nelle intenzioni di Jordan una motivazione fortemente emotiva. Tre mesi addietro nel verdeggiante Luglio del South Carolina, James Jordan, padre di Michael, era stato ritrovato, dopo settimane di ricerche, privo di vita in una palude ai margini della Highway 74. Tenete a mente questo episodio, perchè ci torneremo più tardi.
In quei tremilacinquecento secondi che fecero tremare le fondamenta della Lega, The Air ricamerà però un’ammiccante fregio sibillino. Interrogato da un cronista su un possibile ritorno, la risposta si rivelò, infatti, quantomai controversa e subliminale. “I think everyone knows exactly what the circumstances are right now in terms of my decision not to play the game of basketball — in the NBA. It doesn’t mean I’m not going to play basketball somewhere else”. E ancora: “Five years down the road, if the urge comes back, if the Bulls will have me, if David Stern lets me back in the league, I may come back”. Perché David Stern? Cosa c’entrava il Commissioner della NBA con il ritiro e l’eventuale possibilità di ritorno del più grande sportivo del pianeta? Ebbene, secondo la lunga e tortuosa via del cospirazionismo, Jordan, notoriamente avvezzo al gioco d’azzardo (anche questo particolare mettetelo in saccoccia per il prosieguo), sarebbe stato coinvolto in sordidi giri d’affari e scommesse su match NBA. Avvisato dalle autorità di vigilanza, Stern avrebbe dunque deciso di pattuire segretamente con lo stesso Jordan una sospensione non ufficiale di 18 mesi, salvando così l’immagine della Lega e del suo principale testimonial, nonché gli introiti di ambo le parti in termini di diritti televisivi, merchandising, partnership e sponsor. Osservando a posteriori lo svolgimento dei fatti, la tesi troverebbe un punto di forza nella sospensione, pochi giorni dopo il ritiro, di un’inchiesta su comportamenti inappropriati e illeciti da parte di alcuni giocatori, tra cui spuntava, tra gli altri, il nome dello stesso Jordan.

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Veniamo dunque al gioco, inteso questa volta, come ludomania.
Che Mike fosse avvezzo al gioco d’azzardo è ormai risaputo da tempo, così come che tendesse a giocare piuttosto forte.
Nell’estate del ‘92, tra i fasti del secondo titolo coi Bulls e la medaglia d’oro del Dream Team a Barcellona, l’UNC alumnus sarebbe stato chiamato a testimoniare nell’ambito del processo Bouler. Gran parte della presenza in aula del signor Jordan si concentrò su un punto: perché James “Slim” Bouler, narcotrafficante e controversa presenza nel mondo del golf, fu trovato in possesso di un assegno da 57.000 $ datato Dicembre 1991 e siglato dallo stesso Jordan? Seduto al banco dei testimoni, il volto del basket mondiale, teso e corrucciato, dapprima cercherà di giustificare la somma come un investimento, poi, torchiato dal procuratore distrettuale, cambierà la propria versione senza indugi: risanamento debiti di gioco contratti tra poker e scommesse in un singolo week-end.
Bouler all’epoca veniva facilmente confuso con un altro traffichino originario del North Carolina: Eddie Dow. Ma tra Bouler e Dow esistevano due differenze sostanziali: Dow era un cacciatore di taglie e non era più in vita. Era stato ucciso durante una rapina presso la propria abitazione di Charlotte nel Febbraio 1992. Il malcapitato si era fatto distinguere nell’ambiente per due peculiarità: il revolver sempre carico alla cintola e la ventiquattrore di acciaio inossidabile sempre alla mano. Riverso a terra nel proprio soggiorno, il riflesso del volto senza vita nella fredda lastra argentata della valigetta, Dow avrebbe inconsapevolmente lasciato agli inquirenti un enigmatico indizio. Nella ventiquattrore, immancabile oggetto di scena hitchcockiano, gli agenti avrebbero infatti ritrovato tre assegni per un ammontare complessivo di 108.000 $. La firma apposta sul margine sinistro della carta zigrinata? Michael Jeffrey Jordan.
Ad invischiare ulteriormente Mr. Air uscirà nel 1993 il libro “Michael & Me: Our Gambling Addiction…My Cry for Help” del multimilionario Richard Esquinas. In un passo del manoscritto il businessman di Columbus descriveva minuziosamente l’escalation di uno zelante MJ verso un debito cumulativo di 1.25 milioni di dollari durante dieci giorni di vacanza sul green di San Diego. Calmierata la cifra a 902.000 $ grazie ad una serie di colpi vincenti, Jordan avrebbe successivamente rinegoziato il debito a 300.000 $, finendo poi col pagarne solo 200.000. Questo, almeno, stando alle parole di Esquinas. Nota a margine: uno dei principali fattori ostativi nella corresponsione dei propri debiti pare fosse rappresentato all’epoca dalla moglie di Michael, Juanita Vanoy, estremamente vigile sui conti del marito. Ad ogni modo, al momento dell’uscita del “j’accuse” di Esquinas, i Chicago Bulls stavano affrontando i Phoenix Suns di Charles Barkley per il titolo NBA 1993. Nel pre-partita la NBC aveva mandato in onda un estratto dell’intervista realizzata pochi giorni prima da Ahmad Rashad all’idolo di Chicago. Il cut della regia cadde non a caso sul passaggio in cui il numero 23 veniva incalzato su una sua documentata presenza a notte fonda presso il casinò di Atlantic City poche ore prima di Gara 2 delle Eastern Conference Finals contro i New York Knicks. Secondo il New York Times Jordan, avvistato al tavolo verde intorno alle 2.30, a due ore di limousine dal proprio albergo, avrebbe poi perso quella stessa notte all’incirca 5.000 $ tra una mano e l’altra di blackjack. Di qui le paturnie di David Stern, le investigazioni private di Frederick Lacey (che già aveva avuto a che fare con Jordan due anni prima nel caso Bouler) e, quattro mesi più tardi, il misterioso ritiro. Va detto, per consegnare tra le tue mani, egregio lettore, la versione più autentica possibile dei fatti, che Lacey ufficialmente non riscontrò mai alcuna irregolarità nel corso delle proprie indagini.

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La morte di James Jordan si inserisce anch’essa nel tetro filone dell’occulto jordaniano tra i chiaroscuri del tavolo da gioco.
Alcuni giorni dopo il ritrovamento del corpo, i notiziari di mezza America proclamarono la risoluzione del caso. Il padre del mito in terra dello sport a stelle e strisce sarebbe caduto per mano di due pluripregiudicati: Daniel Green e Larry Demery. Trovati in possesso di numerosi averi della vittima, molti dei quali regalati da Mike, nonché di un videotape amatoriale nel quale rappavano circa la recente uccisione di un uomo mostrando in camera vari oggetti personali di James Jordan, Green e Demery furono presto condannati per sette capi d’imputazione. Mentre Demery si dichiarò arrendevolmente colpevole, il partner in crime sostenne ripetutamente nel corso del processo di essere nient’altro che una pedina nell’ambito di un disegno criminale più complesso. Mark Whicker dell’Orange County Register avrebbe scritto:

“Al momento abbiamo alcune evidenze riguardo i problemi di gioco del figlio e diversi sospetti riguardo i problemi di debiti del figlio. Il padre di questa persona è stato ucciso. Coincidenze?”

Molto probabilmente. Rimane il fatto che il padre di cotanto figlio venne ucciso in South Carolina, non lontano da quell’Hilton Head dove Michael era solito trascorrere lunghi fine settimana di golf, poker, debiti e scommesse.

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Veniamo al Flu Game

Quell’11 Giugno 1997 rappresenta una delle pagine più iconiche nell’epica jordaniana. Quel numero 23, ipoteticamente avvelenato da una pizza ordinata nella notte di Salt Lake City e recapitatagli presso la propria camera d’albergo poche ore prima della decisiva Gara 5 delle Finals contro i Jazz, incapace di stare in piedi, madido di sudore ancor prima di aver iniziato il riscaldamento, abbrancato al costato del compagno di squadra Scottie Pippen al termine di un tremendo 90-88 con 38 punti, 7 rimbalzi, 5 assist e 3 rubate. Quarantaquattro minuti di sofferenza, ipertermia, tremori, allucinazioni e disidratazione profusa. Il campione barcollante, ad un passo dal collasso, risolutore e risolutivo fino alla fine. La leggenda è scritta e consegnata agli annali. Tim Grover, (personal trainer di MJ N.d.r.) ricostruendo i fatti di quella vigilia di tribolazione, avrebbe raccontato:

“A consegnare la pizza vennero in cinque. Presi la pizza e dissi ai miei colleghi <<Ho un brutto presentimento…>>. MJ fu l’unico a mangiare quella pizza tra i presenti in camera. Alle due in punto ricevetti una chiamata. Raggiunsi la stanza di Mike. Era rannicchiato in posizione fetale. Lo guardammo e subito chiamammo lo staff medico”

Eppure esisterebbe una versione discordante. Jalen Rose, all’epoca in forza agli Indiana Pacers, avrebbe più volte sostenuto in situazioni ufficiose (la più nota una festa collegiale a Bloomington), lontano dai microfoni (ma non dalle talpe), che il Flu Game sarebbe in realtà stato un Hungover Game. Nessun virus intestinale, semmai una sonora sbornia rimediata la notte prima del match. Questa teoria, inizialmente molto osteggiata dalla stampa, ha pian piano preso piede nel sottobosco della NBA grazie, pare, a numerose altre testimonianze ufficiose a supporto di Rose. Dunque Grover mentì? Effettivamente non sarebbe stata la prima volta tra i corridoi e dietro le scrivanie di quei Bulls anni ‘90…

Come già ebbe a raccontare l’Avvocato Buffa in una delle sue sontuose narrazioni, il figlio della Carolina del Nord si sarebbe caratterizzato al lungo della propria esistenza per una particolare capacità mnemonica applicata ad un vetusto, quanto sempre attuale sentimento: la vendetta (ricorderete l’aneddoto dell’apposita agenda nera dedicata ai patronimici degli invisi).
Ebbene, Jordan a Chicago, tra un Horace Grant silurato e una scazzottata con Steve Kerr, trovò il tempo di coltivare un particolare e smisurato odio per il GM Jerry Krause. La faccenda, d’altronde, è ormai nota e arcinota da tempo, dunque nessun segreto. Gli scontri verbali tra i due avrebbero avuto luogo negli anni ai Bulls sia a porte chiuse, sia di fronte ad altri membri di dirigenza e team. The Air era solito colpire nel vivo e accanirsi con due delicate caratteristiche del proprio contendente: il sovrappeso e le difficoltà relazionali. Come sul campo, Mike colpiva per vincere, colpiva per far male, colpiva per distruggere. Ebbene, quando nel 1998, conquistato il sesto titolo, l’uomo franchigia dei Bulls annunciò per la seconda volta il proprio ritiro, Krause sobbalzò dalla sedia, prese a saltare su e giù per l’ufficio in pieno visibilio, poi sedette, accese un Partagàs e iniziò a pianificare il futuro della compagine più vincente dell’ultimo decennio. Due anni di assets e draft alti, dunque, finalmente, l’allargamento a dismisura dello spazio salariale. Tutto con un solo obiettivo: portare a Chicago nuove superstars. Tutto torna, il piano è perfetto, ben ponderato, razionale, lungimirante. Eppure a Windy City non arriva nessuno. Neppure l’ombra di un giocatore di prima fascia. L’annata sembrerebbe propizia, i tempi maturi, l’occasione ghiotta nel 2000. Grant Hill, Tim Duncan, Tracy McGrady, Eddie Jones sono free-agents. Non rimane che muovere la macchina della trattativa e provare a portarne almeno uno tra le colonne del Millennium Monument. Jones è sul punto di firmare, salvo poi mandare carte all’aria e portare i propri talenti a Miami. Ecco dunque l’oscuro presentimento: la lunga ombra di Jordan sul destino di Krause.
Certo, forse anche aver inviato quel pupazzo di Benny The Bull ad accogliere McGrady all’aeroporto, in assenza di alte cariche dirigenziali, potrebbe non aver agevolato. Chissà.

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La faida con Thomas

Nel 1992 la più florida delegazione olimpica per singola disciplina mai vista atterrò all’aeroporto internazionale di Barcellona-El Prat. Nel roster del team USA c’erano letteralmente tutti i massimi rappresentanti della pallacanestro mondiale. Tranne Isiah Thomas. Perchè? Ebbene, qui siamo di fronte non tanto a una teoria cospirazionista, quanto al proverbiale segreto di Pulcinella. Jordan odiava Thomas, non poco e non da poco. I rancori tra i due avrebbero trovato origine durante l’All-Star Game 1985, quando, secondo l’entourage di MJ, la point-guard di Detroit avrebbe ordito un fitto intrigo affinché i compagni della selezione dell’Est tenessero Michael lontano dal gioco. Sei anni più tardi le finali di Conference, con i Pistons spazzati via dai Bulls e il saluto negato da parte dell’intero roster di Detroit. Moleskine fuori dal taschino (alcune voci vorrebbero che ne avesse riservata una appositamente per l’acerrimo rivale), penna a sfera, inchiostro nero sulla pagina, la mano si muove freneticamente e lascia sulle trame di cellulosa un nome scritto a chiare lettere: Isiah Thomas. Il destino è scritto.
Arriva il 1992. Le Olimpiadi sono ad un passo. Il Dream Team si accinge a decollare con la medaglia già al collo. Ma manca lui, Thomas, rapito dalle Erinni di quell’idolo controverso oltraggiato sette anni prima.

Queste, dunque, sono le apocrife, incerte, sensazionali e oltraggiose sei tesi sul più grande idolo sportivo del nostro tempo. Forse, leggendo, avrai sentito solleticare quel recondito angolo dell’umano genere che tanto desidera avvertire gli idoli a sé vicini, simili, fallaci, imperfetti. O, forse, sarai arrivato al fondo sdegnato e beffardo, pensando a quali illazioni, quali onte siano state indirizzate contro il simulacro del tuo idolo. O forse, caro lettore, né l’uno, né l’altro. Forse, terminato questo articolo, avrai proseguito lungo le strade della tua giornata conscio del fatto che in fondo gli idoli non esistono.

Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

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