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Eastern Conference Finals: il commento alla serie

Lo so, sono in ritardo con questo pezzo, ma l’elaborazione di un lutto richiede un po’ di tempo…

L’altra mattina guardando gara 7, quando i Celtics nel primo quarto erano sul +12, stavo già iniziando a pensare al titolo per questo pezzo: “il Re è morto, viva il Re”.

Come al solito, la realtà mi ha superato a destra…

Mancavano 3 minuti alla fine della partita, punteggio ancora in parità, un miracolo pronto ad accadere per coronare una delle più belle storie dei Playoffs degli ultimi anni.

Poi, d’improvviso, la favola finisce: Rozier si ritrasforma in un topo, Horford in una zucca, mentre il Principe Tatum perde la scarpina di cristallo inciampando sulla scalinata. L’incanto si interrompe e LeBron riporta alla realtà (la SUA) i Celtics.

Certo, ci sarebbe da lamentarsi del fatto che per 3 interi minuti, gli ultimi 3, i più importanti della loro stagione, tutti i Celtics hanno deciso di comune accordo che l’unico modo di vincere la partita era che chiunque avesse la palla in mano doveva attraversare la metà campo e, senza nemmeno degnare di uno sguardo compagni e avversari, prendersi subito il primo BRUTTO tiro da tre che poteva. Inaspettatamente questa geniale visione tecnica ha regalato ai Cavs un parziale di 10 a 0 con cui hanno vinto partita e serie.

La Serie

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Mettiamola così: per un non tifoso di Cleveland o Boston la serie non ha detto un granchè: a parte un (1!) sorpasso dei C’s sui Cavs nel secondo quarto di gara 2, per il resto non c’è stato nessun cambio di lead in nessuna partita fino a gara 7: chi era davanti a fine primo quarto vinceva sistematicamente la partita con ampio margine; non esattamente una serie per gli amanti dell’adrenalina. Non  che siano mancate le belle giocate singole: potete sceglierne una qualunque tra TUTTE le giocate di James (la mia “preferita” è la stoppata in chase down su Scary Terry), o distillarne alcune di classe purissima di Tatum, o apprezzare la precisione millimetrica dei dettagli del gioco di Horford. Se però parliamo di partite indimenticabili, forse l’unica che può concorrere è gara 1, in cui i Celtics sono stati praticamente perfetti nell’arrestare l’arma totale col numero 23.

Pochi anche gli aggiustementi tecnici: Stevens ha cambiato il suo quintetto rinunciando a partire da gara 3 a Baynes per poter contenere Thompson; è stata una rinuncia che ha fatto a malincuore, perchè in attacco la squadra ha perso parecchio e non era possibile fare altrimenti, ma da gara 3 in poi l’attacco biancoverde è stato sensibilmente peggiore.

Poi la contromossa per gli switch ossessivi chiamati dall’attacco Cavs per portare Rozier a difendere su LeBron: a partire da gara 4 i Celtics, una volta avvenuto il cambio difensivo, facevano ruotare immediatamente Baynes su di lui, con Rozier a correre più rapidamente possibile verso il primo uomo libero: mossa rischiosa, ma un decoroso aggiustamento per controbattere ad un’azione non difendibile altrimenti.

Il boccone amaro

Boston Celtics v Cleveland Cavaliers - Game Four

Se LeBron è stato l’evidente carnefice dei Celtics, gli ultimi chiodi nella bara li ha piantati il più insospettabile di tutti: Jeff Green, il journeyman meno apprezzato della lega, capace di un highlight mozzafiato ogni 200 giocate, di metterti un ventello in garbage time e poi di punirti per un mese per esserti ancora una volta innamorato di lui. Perfino un Ex (non particolarmente rimpianto) dei Celtics. Ecco lui è stato il più improbabile dei sicari, con 14 punti in gara 6 e 19 in trasferta (?!) in gara 7.

Il futuro dei Cavs

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Cleveland ha un promettente futuro prossimo, con il (non così atteso) quarto rematch delle ultime finali con i Warriors, che permetteranno a LeBron di entrare ancora di più nella storia (ottava finale di fila, 24 serie di PO vinte consecutivamente ad est), mentre i Warriors più apatici di sempre probabilmente gli regaleranno anche 1-2 partite.

LeBron è il giocatore più forte dell’NBA di oggi (no contest), dell’ultimo decennio (no contest) e ha giocato quest’anno la miglior annata di Playoffs di ogni epoca (no contest). Si può discutere se sia o no il più forte di sempre: probabilmente alla fine la spunta sempre il simpatico (ad altri) Michael, ma il fatto che oggi questa discussione si possa fare senza scoppiare a ridere dà la misura del giocatore di cui stiamo parlando. Fino a 3-4 anni fa LeBron era SOLO fortissimo ed immarcabile in ogni fase del gioco. Oggi è cattivo, determinato, dominante, in perfetto controllo di compagni, avversari e di qualcosa succeda in ogni angolo del campo, per 48 minuti.

Il futuro nel medio-lungo appare invece ben più triste. LBJ sarà free agent fra pochi giorni, e le possibilità che voglia legarsi ulteriormente a questa squadra palesemente scadente (sia come roster, che soprattutto come dirigenza) per un altro periodo sono direi praticamente 0. Qualunque franchigia sia in grado di mettere insieme economicamente una contender (grazie a quanto ha già a roster, agli scambi che riesce a fare e alla disponibilità ad andare in Luxury Tax) potrebbe essere una destinazione appetibile.

A Cleveland restano quindi un Kevin Love demotivato, che potrebbe aver pescato la carta “torna al via senza ritirare il premio”, dovendo quindi tornare ad essere la stella di una squadra perdente, e tutta una serie di mestieranti NBA, da Hood, a Clarkson, da Thompson a JR Smith, il già citato Green e i poveri resti di George Hill. Insomma, gli ingredienti perfetti per garantirsi 2-3 anni di mediocrità, sempre al pelo dell’ottavo posto ad est, senza nessuna possibilità nel breve di ricostruire. Anche la prima scelta dei Nets avuta come preziosissimo premio dai Celtics (sostanzialmente in cambio di Kyrie Irving) si è concretizzata in una tutt’altro che decisiva ottava scelta in un draft molto “front loaded”.

Morale: tifosi di Cleveland godetevi queste ultime 2 settimane, perchè poi si prevedono parecchi inverni freddi in Ohio

Il futuro dei Celtics

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Al di là dell’amarezza del tifoso per l’eliminazione, la situazione dei Celtics nel breve-medio e lungo periodo è decisamente ottimale.

Stevens ed Ainge stanno un po’ alla volta ricreando una cultura vincente intorno alla franchigia tipo quella che hanno creato il Pop e Buford a San Antonio.

Scelte giuste, valori chiari, un allenatore eccezionale e con il pieno appoggio della dirigenza, in modo che siano chiari i rapporti di forza tra lui e i suoi giocatori.

Un gruppo di veterani all’apice della propria carriera che dall’anno prossimo potranno dare il meglio di sè (Irving, Hayward, Horford, Morris, Smart), si mischia con un eccezionale gruppo di giovani di talento che hanno già avuto modo di sperimentare l’NBA ad alto livello (Tatum, Brown, Rozier) e si appresta a far posto anche ad una corposa selezione di scelte nei prossimi draft (3 al primo giro 2019 in entrata, includendo quelle piuttosto promettenti di Kings e Grizzlies).

Contrattualmente, nessun contratto esoso in essere, con la ciliegina del contratto di Morris per 5mln, avuto in cambio di quello di Bradley che sarebbe stato da estendere per una ventina.

L’unico dubbio per l’estate è se rifirmare e a quanto Marcus Smart: dopo questi Playoffs si è quadagnato la mia stima imperitura, ma la sua permanenza dipenderà soprattutto dal livello di buon senso della sua richiesta economica: Ainge non comprometterà il proprio margine di manovra, anche se sarebbe un bene per i Celtics e per lui se si trovasse il modo di farlo restare.

Infine c’è sempre la possibilità che con tutto questo ben di Dio Ainge provi a mettere in piedi qualche trade.

Fosse per me un pensierino a qualcosa del tipo: “Irving+ 1-2 prime scelte per Anthony Davis”, lo farei …

Ultima cosa, giusto per evitare di valutare in maniera sbagliata quanto è accaduto in questi PO: l’anno prossimo i Celtics non saranno quelli di quest’anno più Irving e Hayward; Hayward è senza dubbio un upgrade rispetto a qualunque combinazione potessero schierare quest’anno, ma necessariamente toglierà minuti a Tatum, o costringerà Stevens a giocare con un intrigante ma anche rischioso (difensivamente e a rimbalzo) quintetto piccolo con Tatum, Hayward e Horford; Kyrie è ovviamente un miglioramento clamoroso in attacco rispetto a Rozier, specie in quelle situazioni di massima difficoltà che i Celtics hanno, specie in trasferta e in cui c’è bisogno di inventarsi attacco “istantaneo” dal nulla. Dall’altra parte però sarà un netto peggioramento in difesa, e se un mismatch dopo cambio difensivo LeBron – Rozier è grave, immaginate cosa sarebbe con LeBron – Irving.

Infine il livello di chimica, comunione di intenti, … magia che i biancoverdi hanno prodotto in quest’ultimo mese non possono essere presi come il punto di partenza su cui costruire, ma andranno (se possibile) ricostruiti da capo il prossimo anno con i vecchi e nuovi protagonisti.

E con uno splendido 0-3 sui pronostici azzeccati di quest’anno, mi posso congedare: buone Finals a tutti!

Vae Victis

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Carlo Torriani

Carlo Torriani

Colpito a tradimento dal virus della palla arancione nel lontano ’92, quando sono rimasto folgorato vedendo giocare il ragioniere di Spokane (John Stockton, per chi colpevolmente non lo sapesse), da allora non sono più riuscito a disintossicarmi, e sono diventato un NBA addicted. Mi diletto maniacalmente anche nella pallacanestro giocata, con risultati che di rado superano la soglia del dilettantismo spinto. Ah, ho anche un lavoro vero (per quanto lo possa essere un’occupazione nell’informatica), ma quello è meno interessante... Sposato e con 2 figli, il primo già sapientemente instradato sulla via della palla cesto.

 

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