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E’ l’ora del ritorno per i Chicago Bulls?

28 Aprile 2017, i Chicago Bulls di Jimmy Butler e Dwyane Wade stanno affrontando i Celtics di Isaiah Thomas. Questa frase, detta oggi, sembra descrivere una NBA lontana secoli. Sia perchè Bulls e Playoffs sono, oggi, due parole difficili da mettere nella stessa frase, e sia perchè, tatticamente parlando, era una squadra che apparteneva a un’altra era; lascio immaginare, ma ve lo sconsiglio, le spaziature create da un quintetto con all’interno Rondo, Wade e Butler. Nonostante uno scontro nettamente impari, un delizioso Rajon Rondo, come suo solito ispirato dalla massima competitività della post-season, ha condotto i suoi alla vittoria nelle prime due partite, infortunandosi per gara 3 e successive agevolando il ritorno di fiamma dei capi di Conference che, nelle successive 4 partite, senza troppe vicissitudini, hanno archiviato la pratica, perchè con Rondo out di formalità si trattava. E’ l’ultima apparizione ai Playoffs dei crepati Bulls post-Rose. Da tifoso, la situazione in cui la squadra si trova oggi, nel 2019, supera di gran lunga le mie previsioni. Scambiare Butler agli Wolves è stata nettamente la cosa migliore che sia accaduta a questa storica franchigia, da quando il suo figliol prodigo è solo l’ombra di quell’irripetibile MVP 2011.

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23 Febbraio 2019, i Chicago Bulls di Lauri Markkanen e Zach Lavine stanno affrontando i Celtics di Kyrie Irving. Il tabellone luminoso recita 126-116. Non è necessariamente il risultato che ci interessa. Il referto associa al nome di Lauri Markkanen e Zach LaVine, rispettivamente, 35 e 42 punti. Si girano delle teste tra gli addetti ai lavori. Qualcosa si sta muovendo a Chicago, e tutti se ne stanno accorgendo, perchè due come Lavine e Markkanen, tendono a farsi notare. Potrei star esagerando con gli elogi; forse dopo anni di magra, inaspriti dallo spettro di ciò che sarebbe potuto essere, e mai sarà, di Derrick Rose, rivedere del talento nella squadra del mio cuore, sbottona la camicia di razionalità che indosso nell’analisi di fatti, eventi, e in questo caso giocatori. E allora prende piede la fantasia, il sogno, dei tori di Chicago di nuovo contender, o almeno “mina vagante dei playoffs”, come erano considerati, fino al 2012, fino a quella penetrazione di Rose, arresto di potenza e, dal quel momento, buio.
Almeno fin’ora.

E’ vero, il gruppo è giovane e ha ancora tutto da dimostrare, ma è ormai assodato che il numero 24 in canotta biancorossa ha del potenziale, e anche piuttosto unico: nelle più ottimistiche previsioni si profila all’orizzonte quello che potrebbe essere un lungo versatile e atletico, come non si è mai visto prima. Si intravedono sprazzi anche del suo potenziale difensivo che, spero, sarà esplorato più a fondo nel corso della stagione 2019-20. E con questo lascio intendere che sarà quella in cui Lauri sarà costretto a difendere, perchè dopo annate dimenticabili, si tornerà a fare sul serio. Mi sento di paragonare la stagione che verrà con quella appena passata di Nets e Kings; in gergo si direbbe breakout season. A differenza di queste due squadre, vedo un potenziale maggiore nella squadra della Città del Vento.

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Le ragioni a supporto di questa tesi si ritrovano nel sopracitato lungo Finlandese, ma anche i suoi compagni fanno ben sperare: c’è Lavine, che sembra essere un giocatore solido offensivamente: non serve che io vi parli dell’atletismo di un due volte campione della gara di schiacciate. Ha, però, degli evidenti limiti, e questi hanno portato, sia il sottoscritto che molti altri, a dubitare spesso di lui, nonostante prestazioni come quella del 23 Febbraio. Una delle accuse che gli sono spesso e volentieri rivolte riguardano l’inconsistenza: è considerato né carne né pesce. Questa stagione però Zach ha dimostrato di avere una personalità, un ruolo in campo. Sta chiaramente implementando le sue abilità di scorer: è una minaccia sia dall’arco che, naturalmente, in penetrazione. Anche il suo playmaking ha subito un’evoluzione: talvolta lo vediamo giocare da point-guard, con risultati al di sopra delle aspettative. Ciò che ancora non convince, tecnicamente parlando, è la sua difesa, dove non sembra essersi applicato particolarmente. Un altro limite evidente nella guardia dei Bulls, uscendo dalla sfera delle abilità tecniche, dove si può sempre migliorare, è nella sua struttura fisica, soprattutto riguardante gli arti inferiori: Lavine è terribilmente injury prone, le sue ginocchia e caviglie non sembrano adatte a sostenere sforzi richiesti in una stagione intensa come quella della NBA. Non è da escludere che la franchigia non gli riservi un trattamento analogo a quello che subì Isaiah Thomas, quindi scambiandolo mentre la sua “trade value” non è ancora influenzata negativamente da ancor più ingenti problemi fisici. In veste di tifoso sarei d’accordo con una mossa del genere: il timore che la storia si ripeta è ancora vivo, e nessuno, nella città affacciata sul lago Michigan, ha alcuna voglia di riprovare quei sentimenti di tristezza, delusione, frustrazione, che comporterebbe un (altro) pesante infortunio.

Ma tra le figure di spicco nella ricostruzione Bulls ce n’è una, arrivata quest’anno da Duke, Wendell Carter Jr. Un giocatore con una varietà di capacità tecniche, fisiche e atletiche tutte da esplorare. E’ anche vero che non ha brillato particolarmente nella sua stagione da rookie, ma in lui ripongo massima fiducia. Sul parquet può fare quasi tutto, anche se ancora a livelli modesti, come è comprensibile per la sua giovane età. Certo, ci sono reparti in cui è più specializzato: il post basso, di entrambi i lati del campo, sembra essere uno di quelli. Di rado si avventura anche nel tiro dai 7 metri; se dovesse riuscire a sviluppare anche questo aspetto a un livello accettabile per la NBA, i Bulls potranno godere di un frontcourt tra i più completi dei prossimi anni.

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Gli elementi ispiranti fiducia non si limitano alla presenza di giovani talenti: la profondità del roster è decisamente sottovalutata: Dunn, Porter, Arcidiacono, Valentine, persino il neo arrivato dalla G-League Walt Lemon Jr., che sembra aver rubato movenze, linguaggio del corpo e stile di gioco a nientemeno che Derrick Rose, chiaramente giocando una pallacanestro di livello ampiamente inferiore. Un gruppo prevalentemente di under 25, che sta intraprendendo un percorso di crescita collettiva e sta sviluppando un legame di squadra sempre più forte. Insomma, le basi per costruire una possibile potenza dell’Est nei prossimi anni ci sono tutte.

But, There’s one more thing…

C’è ancora un giocatore, per certi versi decisivo per l’esito del futuro della squadra, il suo nome però non ci sarà dato saperlo fino al 20 Giugno 2019: E’ il giorno del draft.
Nonostante i Chicago Bulls avessero il 48% di possibilità di scegliere tra le prime 4, l’esito della lottery è impietoso: avranno la numero 7. Attenti a disdegnare tale pick: basti pensare che gli stessi Wendell Carter jr. e Lauri Markkanen sono stati pescati in quel preciso punto del draft. Non sembra esserci un nome in particolare che interessa alla dirigenza: è ovvio che le necessità saranno combinate a ciò che lasceranno le precedenti 6 franchigie. Il nome più gettonato sembra essere quello di Coby White, chiaramente una point guard, ruolo in cui è assodato sia presente una sostanziale carenza.
Ma la storia della lega ci insegna che non sempre la scelta migliore è quella che risponde meglio all’incompletezza delle rotazioni, anzi.
Nel 2017 era una squadra dal glorioso passato, magro presente e futuro tutt’altro che invitante.
Oggi si tratta di una delle squadre con possibilità di crescita più attraenti del panorama NBA.

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Riccardo Russo

Riccardo Russo

Nato a Senigallia, cresciuto in Ancona, fino a qualche anno fa la pallacanestro sapevo a malapena cosa fosse. Scopro questo meraviglioso sport tramite l'inarrivabile lega a stelle e strisce, che ha definito il mio rapporto col gioco di Naismith inizialmente come un vago interesse (sempre secondario, tra quelli sportivi, al calcio) poi passione, e ora si può dire oscilli tra la dipendenza e la malattia, che evito con piacere di curare.

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