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Due di due: Kawhi & PG

Alzi la mano chi mai avrebbe pensato, all’alba dell’odierna free-agency, di vedere comporsi il duo Kawhi & PG. Lo faccia pure, anche se tendenzialmente diffidiamo dai “te l’avevo detto.” E diffidiamo ancor di più di chi si dica a conoscenza in tempi non sospetti della loro sorprendente destinazione: i Clippers, la franchigia in assoluto identificabile come la meno vincente della storia NBA, quella per cui, parole dell’Avv. Buffa, la sconfitta pareva (e pare) esser stata elevata ad arte. Certo, già prima del 6 luglio scorso, alcuni siti di scommesse avevano cominciato ad abbattere la quota con cui si potevano giocare i Clippers Campioni NBA: puntando sulla seconda (?) squadra di LA, si poteva portare a casa “solamente” 4 volte l’importo investito inizialmente. Ma questo era dovuto principalmente ai complessi moti dell’animo del muto Leonard, la cui insondabilità però era pari a quella di una donna che non si concede, parafrasando la recente nonché illuminante uscita di Anthony Davis. Pure l’autentico repulisti del roster a disposizione di Doc Rivers, messo in atto da un po’, lasciava presagire almeno la volontà di provare a sparare qualche colpo “serio”. Che si formasse una delle accoppiate sulla carta potenzialmente più indigeste per chi si accinga ad arginarla sinceramente non era contemplato neppure nel registro sensoriale – la fase pre-attentiva e pre-categoriale del processo di acquisizione delle informazioni – dei più scaltri insider in giro per la lega.

L’estate che ha cambiato tutto

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Così, nell’estate che ha sancito il ritorno definitivo nel giardino delle contender dei lungo-assenti Lakers, in concomitanza con l’abdicazione dallo scranno più alto del ranking (almeno estivo) dei penta-finalisti Warriors, le principali insidie per le mire di conquista di LeBron e soci sembrano poter venire proprio dai sempre-derelitti concittadini. Già, i Lakers. Kawhi&PG in un mondo parallelo costituirebbero con buona probabilità la coppia di stelle degli attuali Los Angeles Lakers, al posto (e ben prima) dell’altra formidabile combo “neofita”, James&Davis. Sarebbero sull’altra sponda della City of Angels, se non fosse che, in momenti diversi, le rispettive franchigie d’appartenenza, titolari in precedenza dei loro cartellini (Indiana e San Antonio), hanno pensato bene di tutelarsi dalla minaccia che, liberi di scegliere il proprio destino, finissero proprio ai Lakers, spedendoli altrove. Allora nel 2017 George, storico promesso sposo dei lacustri per via, come l’altro, dei natali non troppo distanti dallo Staples, è finito ai Thunder, solo 12 mesi dopo Leonard è stato mandato nella siberia cestistica di Toronto, salvo tornarne con la corona di Re (e non soltanto del North.) In entrambi i casi, due destinazioni non gradite ai due. Due movimenti soprattutto che nella logica da porte scorrevoli dello sport americano hanno allontanato i ragazzoni dalla La-La Land promessa. Due di due, per dirla alla De Carlo.

Gli “Altri”

E invece no. L’attualità, che riemerge sempre nel suo imperioso accadere, ci racconta del ritorno a casa di Kawhi&PG, seppur nella meno pronosticata squadra della città. Kawhi il muto ha parlato eccome. Lo ha fatto cercando di convincere, con scarso successo perché in ritardo, il free agent di lusso KD. Ci è riuscito invece con il più volubile Paul George, reduce dalla stagione che in Oklahoma ha fatto registrare il suo picco in termini sia di rendimento personale che di frustrazione per i risultati di squadra. Adesso sono i due nuovi alfieri degli “Altri” di LA. E, se ci pensiamo bene, non poteva essere altrimenti. Leonard e George, George e Leonard, divisi all’anagrafe da poco più di 13 mesi, sono entrambi esempi di atleti pervasi dalla caratteristica della alterità. Alterità rispetto a qualcuno, o qualcosa. Sfidanti della corrente – come dire – mainstream che ha nell’unione del King con il Monociglio a El Segundo la nuova e più illustre espressione. Non sono mai stati considerati i migliori, mai i prospetti più cercati della classe o i pezzi più pregiati della collezione. Non lo erano al college, meno che mai alla high school o nel circuito AAU di Los Angeles. Dimostravano talento e applicazione, ma c’era sempre qualcuno da mettere al di sopra nelle varie graduatorie. A Campbell Hall c’era Jrue Holiday, a Compton High impazzava DeRozan. Oggi invece, che Paul da Palmdale – nord di LA – e Kawhi da Riverside – immediato sud-est di LA – hanno incrociato le rispettive rotte per puntare dritto su Downtown, Los Angels, hanno davvero pochi eguali nella lega.
Ma non è sempre stato così, dicevamo. Nel passato di entrambi ci sono momenti di difficoltà, veri e propri drammi personali e familiari e tanto, tanto lavoro in palestra.

Paul da Palmdale

NBA: Indiana Pacers at Oklahoma City Thunder

Paul George è nato, come detto, a Palmdale, città a nord di Los Angeles, il 2 giugno del 1990. Fra il deserto del Mojave e la catena montuosa di San Gabriel, doveva fare molto rumore per attrarre l’attenzione di qualche scout del mondo universitario e professionistico. Prima del boom aerospaziale, sancito con l’arrivo in città di Lockheed Martin nel 1953 e di industrie come Northrop Grumman e Boeing, Palmdale era conosciuta praticamente soltanto per la citazione nella canzone Village of the Sun di Frank Zappa. Non rappresentava esattamente il posto dove vai a guardare se sei in cerca di talento da mettere su un parquet. Paul era secco come un chiodo e il suo gioco era grezzo e disorganizzato. Già alla tenera età di 10 anni, dovette fare i conti con un episodio drammatico occorso alla sua famiglia. Mentre si trovava in strada, presumibilmente a giocare sempre col fidato pallone da basket fra le mani, sentì arrivare l’ambulanza a sirene spiegate e vide con enorme preoccupazione il padre che sulla porta d’ingresso della casa trasportava a braccia la madre Paulette, apparentemente priva di sensi. Era stata colpita da un ictus ischemico e i medici in un primo momento avevano fatto diagnosi di morte cerebrale. La situazione era grave. Le possibilità che si salvasse esigue. Il piccolo Paul, stando ai suoi ricordi, quella sera prese una copertina e si mise a dormire a lato del suo letto d’ospedale. La madre della futura stella NBA però non era il tipo di persona che si fa abbattere facilmente e raggruppando tutte le forze di cui disponeva riuscì a sopravvivere a un evento così tragico. Ci mise 2 anni per tornare a camminare, parlare e persino vedere. Fu un periodo in cui PG poté apprezzare da molto vicino il carattere della madre e la sua indefessa voglia di vivere e di riappropriarsi di un’esistenza dignitosa. Tutto questo ebbe un impatto notevole sulla maturazione del ragazzo che, parallelamente all’enorme carico di sofferenza provata, era stato costretto a prendersi sulle spalle responsabilità e impegni non comuni per uno della sua età. Crebbe in fretta, tant’è che in casa cominciarono ben presto a rivolgersi a lui col nomignolo di “Man”. Paulette oggi ha il lato sinistro del corpo parzialmente paralizzato ma rappresenta per il figlio un modello costante d’ispirazione. Lo è stato anche nel momento delicato dell’infortunio a tibia e perone. Quando si è trattato di rimboccarsi le maniche e rialzarsi, in seguito alla tremenda battuta d’arresto, l’esempio della madre Paulette era lì da vedere.

Kawhi da Riverside

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Kawhi Leonard è nato a Riverside, città a sud-est di Los Angeles, famosa soprattutto per l’industria agrumaria, il fiume Santa Ana e il grandioso Riverside National Cemetery, il 29 giugno del 1991. Figlio di genitori divorziati, Mark Leonard e Kim Robertson, Kawhi crebbe con le quattro sorelle più grandi, in casa della madre. Inizialmente fu il football a tenerlo lontano dalle tentazioni della strada – parliamo di poche decine di miglia di distanza da una metropoli, che seppure non fosse più la Los Angeles di LA Confidential di Ellroy, vantava nei ’90 un numero considerevole di casi di droga e omicidio. Il football rappresentava anche un potente filo conduttore in grado di legarlo al padre, autentico ammiratore del gioco ma che dal figlio riceveva solamente delle visite saltuarie. Quando Kawhi decise di smetterla con le fatiche da wide receiver, al secondo anno di high school, per Mark fu un vero e proprio colpo al cuore, anche se mantenne il ruolo di supporto, almeno di facciata, che si conviene ad un buon genitore. L’altra fonte di legame era rappresentata dal popolare autolavaggio dove lavorava il padre a Compton, frequentando il quale il giovane Leonard imparò la dignità di un lavoro duro ma onesto. In estate Mark e Kawhi, dopo aver passato l’intera giornata a lavare e rifinire nei dettagli una messe di auto, uscivano a giocare a basket. Sì, perché progressivamente lo sport di Naismith aveva soppiantato l’interesse per la palla ovale. Ma il passaggio non fu lineare. Mamma Kim doveva dividersi letteralmente in quattro per conciliare esigenze ludico-formative dei figli e necessità economiche della famiglia. Quando il coach di Canyon Springs High School lo convocò per il provino da freshman, la madre era a lavorare fuori città. Così Kawhi saltò la sessione e, nonostante la mail chiarificatrice, l’allenatore rifiutò di inserirlo in squadra. Leonard giocò solo a football nel suo primo anno di liceo. Nella stagione successiva ebbe l’opportunità di presentarsi nuovamente al tryout e l’esito fu opposto. Nel frattempo però aveva fatto la conoscenza di coach Marvin Lea, che divenne presto per il giovane Kawhi una figura di riferimento oltre il rettangolo di gioco. Tanto che decise di seguire i suoi consigli e trasferirsi alla Martin Luther King High School di Riverside, dove condivise lo spogliatoio con Tony Snell, portando la squadra ad un record di 30-3. Il vento di Leonard sembrava decisamente in poppa quando il 18 gennaio del 2008, un venerdì come tanti, a 24 ore da una partita di high school, suo padre – allora 43enne – fu colpito a morte. Si trovava come ogni giorno all’autolavaggio di Compton. Alcuni ricordano che si accese un litigio e una manciata di uomini si diresse minacciosamente verso Mark. Uno di loro presumibilmente esplose una trentina di colpi di pistola, dieci dei quali trafissero il padre di Kawhi. Fu portato in ospedale ma, una volta giunto a destinazione, era già spirato. L’omicidio apparve fin da subito privo di senso. Ad oggi non ci sono stati arresti né delucidazioni o sospetti circa le reali motivazioni, moventi che si elevino da quelli meramente belluini residuati nell’indole umana. Leonard ricevette l’orrenda notizia dalla sorella. Era distrutto. Non se ne capacitava. Ci aveva parlato soltanto qualche ora prima. La notte successiva il junior di 6’7” della King HS segnò 17 punti nella sconfitta per 68-60 subita dalla sua squadra. Finito il match, svuotò il vulcano di emozioni che covava dentro di sé, piangendo sulla spalla della madre. Per non pensare alla morte del padre, si concentrò esclusivamente sulla palla a spicchi, che da splendida distrazione innalzò a bruciante missione. Ogni giorno si alzava alle 5 e dopo la scuola passava il pomeriggio dividendosi in 3 differenti palestre. Dovunque ci fosse da lavorare, avreste potuto trovare Leonard intento ad alzare pesi o scoccare jump shot. Nel 2009, ultimo anno di high school, divenne Mr. Basketball della California.

The Path To Greatness

Poche miglia a nord, Paul George, dopo aver frequentato la Pete Knight HS, si era trasferito a Fresno State, unico fra i college di zona ad offrirgli una borsa di studio. Da Bulldog, convinceva coach Cleveland ad aprire la palestra anche nel fine-settimana e organizzava dei veri e propri workout per tutta la squadra. Legò molto col compagno Greg Smith (poi visto in NBA con Rockets, Mavs e Wolves), il quale ha successivamente raccontato alla stampa l’argomento standard delle loro telefonate: «Greg ti va di andare in palestra? Potremmo lavorare sul pick&roll e sul jump shot.» Anche per PG fu il lavoro intenso, portato avanti durante la pausa fra la stagione da freshman e quella da sophomore, che pose le basi per i progressi ammirati nel suo ultimo anno a Fresno, i quali lo collocarono definitivamente nei radar delle squadre NBA. PG non ha mai smesso di allenarsi e, quel che più conta, di pretendere di migliorarsi. Come ha scritto Lee Jenkins in un bellissimo articolo su Sports Illustrated:

«La stagione di Paul George è stata rovinata dal basket estivo (tremendo infortunio a tibia e perone nell’estate del 2014 – ndr.) La sua intera carriera tuttavia è basata su di esso.»

Leonard, con un anno di ritardo rispetto a George, approdò al college, a San Diego State. Da sophomore portò gli Aztecs di Steve Fisher alle Sweet Sixteen, mostrandosi determinante soprattutto come infaticabile difensore, dotato un’incredibile apertura alare e un buon basketball IQ. Da allora, ogni anno ha aggiunto qualcosa, fino a diventare la macchina da guerra totale ammirata al North. Anche Kawhi, come George, è dovuto passare attraverso le subdole forche della perplessità, dovuta all’effettiva possibilità (in quali condizioni?) di rientro dall’antipatico infortunio al quadricipite, ai tempi degli Spurs. Nel suo caso, qualcuno si è spinto persino a mettere in dubbio le sue doti morali: non vuole tornare. Leonard non parla molto. Abbiamo però imparato negli anni come tenda a non passare esattamente sopra a quelle che reputa vere e proprie mancanze di rispetto. Ha sempre pensato di poter ambire a diventare il migliore. Adesso che se ne stanno accorgendo in tanti, dopo 2 titoli NBA e altrettanti da MVP delle finals, ha scelto ancora una volta la via meno banale, il percorso più impervio: dare lustro, e magari argenteria, alla franchigia più “sciagurata” del globo. È vero che non si tratta più dell’allegra compagnia capitanata da The Donald, il sempre meno popolare Sterling, il quale dava mandato alle sue squadre di perdere per scegliere più in alto al draft, così da vendere ancor più profumatamente i propri pezzi pregiati. Vero anche che, da quando c’è Ballmer al comando, la lancetta delle ambizioni ha subito una chiara impennata. Tuttavia i Clippers non si erano mai ritrovati al centro delle discussioni estive, neppure nelle uniche due occasioni degli ultimi 40 anni in cui avevano dato l’impressione di costruire un contesto pseudo-vincente: con Brand-Cassell-Magette-Mobley nel 2006 e soprattutto con Paul&Griffin più di recente. Nella stagione che si affaccia sul prossimo decennio, Leonard&George, Due di due, coppia blasonata fra altre coppie dorate, minacciano seriamente di buttare James&Davis giù dal Wilshire Grand Center.

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Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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