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Draft 2019: la guida

Cos’è che tiene gli appassionati di NBA attaccati al proprio smartphone, tablet o televisione durante l’off-season, ossia il periodo che non-è-regular-season-né-playoffs? Sicuramente il calendario estivo è pregno di appuntamenti e/o eventi di diverso calibro, ognuno di essi col suo target preciso. Ci sono quei fanatici che discutono sin dalla pre-season su chi sarà a mani basse l’MVP, o il difensore dell’anno, insomma uno di quei titoli che vengono assegnati nella tanto discussa notte degli NBA Awards, presentata da quel gran figlio di buona donna di Drake.

Per coloro che invece, come me, cominciano a sparare improbabili nomi su chi sarà la prossima stella NBA vedendogli giocare qualche partita universitaria, magari contro qualche squadra di un college di cui ignoravamo completamente l’esistenza fino a quel momento, c’è la gloriosa sera (notte per chi la segue dalle parti nostre) del draft. Come ogni anno, al Barclays Center di Brooklyn si celebra questo evento, durante il quale i 60 migliori (o quelli che vogliono far passare per tali) giovani prospetti che si sono dimostrati all’altezza del salto in NBA, The League, vengono chiamati dalle 30 franchigie. Fortunatamente anche quest’anno, il 20 Giugno, si è svolta questa sorta di cerimonia-selezione, e se appartenete alla cerchia di appassionati-fanatici che ho citato prima, o se siete finiti per caso qua, in entrambi i casi siete nel posto giusto per gustare una succosa guida al Draft NBA 2019.

Le prime tre

Di carne sul piatto ce n’era eccome, e le fortunate tre squadre che si sono aggiudicate alla lottery le prime tre posizioni: Pelicans, Grizzlies e Knicks, hanno fatto la loro scelta, che è ricaduta, rispettivamente, su Zion Williamson, Ja Morant e RJ Barrett. Riguardo il duo che è stato a Duke ho già scritto abbastanza nel mio ultimo articolo, quindi mi tocca parlare un pochino di Ja. Un classe ’99 uscente da sophomore da Murray State, si è distinto per le sue abilità da playmaker, che è anche il suo ruolo naturale. Nella sua ultima stagione, oltre ai 24 di media, ha dispensato 10 assist a gara nelle sue 33 partite giocate, il migliore in questa statistica in tutta la Division I. Tra i vari premi si è aggiudicato anche il Bob Cousy Award, che sancisce la miglior point-guard a livello collegiale.zion

La quarta scelta cestinata

Qual è il modo migliore per sfruttare il talento cristallino di un ventunenne che è stato scelto alla quarta pick al draft? Se state pensando che la risposta esatta è quella di accudirlo come farebbe la miglior chioccia del mondo, facendolo giocare senza forzarlo troppo, concedendogli un discreto minutaggio quel tanto che basta per mettere in mostra i suoi mezzi senza lasciarlo strafare, è sicuramente la risposta più sbagliata del mondo! Dovete prenderlo, impacchettarlo con il suo trolley pieno di speranze, buone intenzioni e qualche t-shirt e spedirlo in un’altra città ancor prima che finisca la notte del draft, proprio come hanno fatto i Lakers con De’Andre Hunter. Se invece vi trovate al terminal degli arrivi dell’aeroporto, aspettando quel ventunenne talento cristallino che è stato appena cestinato da quelli che l’hanno scelto, la scelta migliore da fare è quella di acquistare un biglietto aereo per un’altra città, aspettare che il giovanotto scenda dal mezzo e mettergli in mano il biglietto appena comprato, augurandogli tutto il bene del mondo, proprio come hanno fatto i Pelicans. Però adesso due paroline su Hunter sono d’obbligo. Ala piccola di 201 centimetri fresco fresco campione NCAA con Virginia con un bagaglio di statistiche abbastanza importante, tra cui spicca il 43% dalla linea da 3 punti. Più che steal of the draft, la chiamerei steal of the trade. Se ne prevedono delle belle negli anni a venire in quel di Atlanta tra Hunter e Young, stay tuned on Radio Georgia!

L’ascesa del basket giapponese

Un altro nome sulla bocca di tutti è indubbiamente quello di Rui Hachimura, il giocatore giapponese scelto più in alto nella storia del Draft, alla 9, e finora l’unico scelto al primo round. Nato nella prefettura di Toyama da mamma giapponese e papà beninese, il suo nome significa “base”, e gli è stato dato dal nonno, poiché stravedeva per il baseball. In effetti il piccolo Rui iniziò la sua carriera sportiva sul prato, giocando a baseball, ma quando trascinò la sua squadra di basket al titolo nazionale per due anni consecutivi, in famiglia si misero l’anima in pace. Il suo talento non passò inosservato oltre oceano, e venne invitato al Jordan Brand Classic. Molti college posarono gli occhi su di lui, ma la sua scelta cadde su Gonzaga, i Bulldogs più famosi del panorama collegiale americano. Gran parte degli addetti ai lavori era scettica sulla sua preparazione fisico-culturale, vista anche la sua completa deficienza in inglese, ma Rui si mise sotto e piano piano, a suon di prestazioni convincenti, fece cambiare idea a tutti sul suo conto. Con quasi 20 di media e 41% da 3 nella sua ultima stagione con i Bulldogs, Rui scippò i premi Julius Erving e WCC Player of the Year alla concorrenza, staccando il ticket di sola andata per il Draft NBA. Con il suo ingresso nella Lega, la breve lista di giocatori giapponesi che hanno militato in NBA si è leggermente allungata, prima di lui JR Henderson (doppio passaporto), Yuta Tabuse e Yuta Watanabe, quest’ultimo pescato dalla lista degli undrafted l’anno scorso dai Grizzlies.rui-hachimura

Post-lottery

Chi c’è dopo la vetrina della lottery? Quali sono i nomi “tiepidi” che stagnano nel limbo che va dalla 15 alla 30? Chi è che può dire la sua durante il suo percorso in NBA? Il momento di fare le previsioni stralunate è arrivato, quindi vi offrirò 3 nomi che secondo me potrebbero valere qualcosa in più l’anno prossimo, e di conseguenza faranno schifo.

Nickeil Alexander-Walker, scelto alla 17 dai Nets e spedito ai Pelicans, è una guardia dotata di una buona stazza, durante il suo biennio a Virginia Tech si è dimostrato una minaccia nei pick’n'roll grazie alla sua visione di gioco fuori dal comune, alla sua abilità di arrestarsi e tirare e di attaccare il canestro in lay-up. Peccato però che la sua percentuale nel pitturato è abbastanza bassa, e dovrà lavorarci su. In difesa è dotato di mani molto veloci, lo attestano le 2 palle rubate di media nella scorsa stagione. Per quanto riguarda i cambi con i due piccoli, è abbastanza affidabile, ma ciò non si può dire con avversari di stazza maggiore. Inoltre è il cugino di Shai Gilgeous-Alexander, chissà se il DNA…

Brandon Clark, scelto alla 21 dai Memphis Grizzlies, ha militato per tre anni al college, passandone due a San Josè State e uno a Gonzaga assieme al sopracitato Hachimura. Tra i 15 e i 20 di media nelle ultime due stagioni, Clark si è ritagliato il suo ruolo di power forward giocando soprattutto vicino a canestro, dove a Gonzaga ha chiuso col 69% dal campo, la percentuale più alta della Division I, e dalla lunetta. Ha guadagnato il premio di WCC Defensive Player of the Year e l’inserimento nel First Team della stessa conference, grazie anche ai quasi 9 rimbalzi di media a partita. In Summer League, complici quattro doppie-doppie, si è guadagnato il titolo di MVP, con 15 punti, 16 rimbalzi, 4 assist e 3 stoppate nella finale del torneo.

Keldon Johnson, scelto alla 29 dai San Antonio Spurs, è un’ala piccola che ha giocato a Kentucky per un solo anno. Nei Wildcats ha segnato 13 punti di media a partita tirando col 38% dall’arco dei tre punti. Il suo più grande limite è il fisico, solo 198 centimetri. Questa debolezza gli preclude sia alcune porte in attacco che in difesa. Nella metà campo offensiva infatti è un tiratore molto promettente, ma il suo gioco, dovesse limitarsi a questo, potrebbe costargli molto caro. In difesa invece riesce a tenere bene gli attaccanti sul perimetro, ma lo stesso non si può dire all’interno dell’area.keldon-johnson

Il sottobosco del secondo round

Quel che balza all’occhio del secondo round di quest’anno sono due peculiarità: la prima è la grossa impronta lasciata dai lituani e dai serbi, mentre la seconda è lo smacco a Bol Bol. Per quanto riguarda la prima, abbiamo quattro talenti, tutti nati tra il ’97 ed il ’00. Alla 37 abbiamo il lituano Deividas Sirvydis ormai ex Rytas Vilnius, alla 39 Alen Smailagic dai Santa Cruz Warriors, alla 47 Ignas Brazdeikis, prodotto dei Michigan Wolverines e alla 60 Vanja Marinkovic, strappato al Partizan di Belgrado. Per quanto riguarda la vicenda Bol Bol, il ragazzo avrebbe dovuto stare molto, ma molto più in alto nel tabellone, però si sa, il draft è anche questo. Scelto alla 44 dai Miami Heat, spedito poi ai Nuggets, il figlio di Manute ha collezionato la bellezza di 21 punti a partita nelle 9 partite giocate ad Oregon, con 2.7 stoppate a partita ed il 52% da tre punti. Sì, è vero, le condizioni fisiche del suo piede hanno preoccupato le franchigie, ma per quanto riguarda il talento non gli si può dire nulla.

Francesco Cavallo

Francesco Cavallo

Francesco Cavallo, 21 anni, Roma. Ex-studente di liceo classico, attualmente studente di Informatica alla Sapienza. Non tifo nessuna squadra, ma mi piace vedere il bel gioco. Amore platonico per LeBron James, per il playmaking e per i passaggi di Jason Williams. Citazioni preferite: "Limits, like fears, are often just an illusion" e "Il grande attacco dà spettacolo e porta tifosi al palazzetto, ma la grande difesa fa vincere i campionati"

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