NBA: NBA Draft

Draft 2014 Review

Finalmente nella notte fra il 26 ed il 27 giugno si è tenuto il Draft 2014, a detta di tutti gli esperti uno dei più ricchi di talento di sempre, certamente il più promettente da quello in cui (nell’ormai lontano 2003) uscirono James, Anthony, Wade e Bosh. Ad oggi non è dato sapere se i 30 atleti selezionati al primo giro – e magari qualche sorpresa al secondo – ripercorreranno le gesta dei loro illustri predecessori, ed in effetti gli elogi sperticati (se ne parla da almeno un biennio) a questa classe paiono eccessivi e prematuri, tuttavia il talento a disposizione è veramente notevole –pur se in molti casi  ancora piuttosto grezzo – e tra qualche mese avremo dai parquet  le risposte che andiamo cercando.

La sorpresa maggiore la si è avuta qualche giorno prima del Draft, perché come una folgore a ciel sereno è giunta la notizia del grave infortunio di Joel Embiid, frattura da stress all’osso navicolare del piede destro che lo terrà lontano dal campo per 4/6 mesi (ma già si vocifera 5/8 mesi nelle ultime ore). Embiid senza l’infortunio sarebbe stato quasi sicuramente la prima scelta assoluta, mentre dopo la sconfortante notizia ci si domandava di quante posizioni sarebbe scalato, considerando che si tratta comunque di un talento rarissimo. In pole position si è ritrovato così il canadese Andrew Wiggins, seguito da Jabari Parker, altri due talenti clamorosi che faranno le fortune delle franchigie che li sceglieranno.

LOTTERY PICKS

I Cavaliers, invero un po’ confusi dall’ebbrezza della prima chiamata nelle ore precedenti il Draft, tra meeting improvvisati ed una richiesta assurda di un workout in extremis ad Exum (rifiutata dal giocatore), hanno scelto proprio Wiggins, il giocatore con l’upside più alto, dando credito ai pronostici della vigilia e contemporaneamente chiudendo la porta all’affascinante ritorno del figliol prodigo LeBron, uscito dal contratto degli Heat la settimana scorsa ed incerto sul suo futuro.

Con la scelta numero due i Bucks si sono assicurati i servigi di Parker (il quale d’altro canto aveva previsto la destinazione), il prospetto apparentemente più NBA ready della classe, pronto fin da subito a mostrare l’imponente bagaglio offensivo di cui dispone, e chissà, sarebbe interessante se riuscisse a risollevare le sorti di una franchigia da anni confinata nell’oscurità.

La prima – relativa – sorpresa è arrivata con la chiamata numero tre dei Sixers, i quali, nonostante la presenza a roster di un centro difensivo come Noel tutto da scoprire, hanno puntato su Embiid che, come detto in precedenza, rischia di saltare l’intera stagione da rookie per infortunio (esattamente come Noel l’anno passato). Probabilmente Philadelphia ha scelto di giocarsi le fiches sul talento migliore del Draft, scontando il dazio dell’infortunio nella prossima stagione (altro tanking in vista?), e guardando ad un futuro più lontano, ma potenzialmente più radioso, sperando di non avere a che fare con una sorta di Oden 2.0.

La chiamata più inattesa è comunque stata quella successiva da parte dei Magic, che hanno stupito tutti scegliendo Aaron Gordon, un lungo difensivo versatile e dalle doti atletiche strabilianti, ma offensivamente da costruire e con un talento non propriamente cristallino. Nessuno lo avrebbe previsto così in alto, precedendo giocatori più talentuosi, ma i Magic hanno un progetto lungimirante e Gordon in coppia con Vucevic potrà costituire un tandem ben assortito.

Il giocatore più misterioso e più ricercato nei workouts, l’australiano Dante Exum, è finito – non senza stupore – a Salt Lake City, scelto dagli Utah Jazz, in cui nella posizione di playmaker gioca già l’ottimo sophomore Trey Burke, e perciò il progetto tecnico di coach Snyder per far convivere questi due talenti sarà uno dei rebus da provare a risolvere in attesa dell’inizio della stagione, non dimenticando le leve lunghe di Exum, che potrebbero comodamente permettergli di giocare da guardia (anche se ci sarà da lavorare sulla balistica).

Un’altra chiamata non del tutto attesa è stata la sesta dei Celtics: l’atletico playmaker Marcus Smart infatti va ad occupare la medesima casella di Rondo, la stella indiscussa della squadra. Rajon appare più un play puro rispetto al nuovo compagno (prototipo di combo-guard moderna), ma entrambi sono privi di un affidabile tiro dalla media e lunga distanza – per non parlare dei liberi – perciò una convivenza in quintetto risulta quanto meno dubbia, e filtra il sospetto che Ainge si stia preparando all’addio di Rondo. Gli altri nobili decaduti, i Lakers, hanno saggiamente scelto di andare sul sicuro selezionando Julius Randle, solida ala grande – pur se sottodimensionata – in grado di contribuire fin dalla prossima stagione probabilmente a suon di doppie doppie.

Un leggero azzardo è parso quello dei Kings che alla pick numero otto hanno puntato sulla guardia Nik Stauskas, uno dei migliori tiratori puri della classe, ma che a Sacramento – ambiente tutt’altro che sereno – potrebbe rischiare di far la fine del Jimmer Fredette di qualche anno fa.

I resuscitati Hornets di MJ hanno deciso di credere nel progetto di lungo che è Noah Vonleh, ala grande dalle impressionanti doti fisiche e dai notevoli istinti difensivi, ma a dir poco grezzo dal punto di vista offensivo e totalmente da creare come giocatore di basket a livello NBA.

Alla decima chiamata i Magic hanno selezionato Elfid Payton (ottenuto in uno scambio di scelte con Philadelphia, che alla dodici sceglierà Saric), promettente playmaker dal primo passo letale e ottimo difensore, prenderà il posto di Nelson e avrà immediatamente minuti per dar mostra delle proprie abilità. La scelta successiva, di cui era detentrice Denver, ma che è stata subito scambiata (assieme ad Anthony Randolph) con i Bulls in cambio delle picks 16 e 19, è ricaduta sul giocatore di culto della scorsa stagione collegiale, Doug McDermott, arma offensiva completa e versatile, sarà senza dubbio una freccia importante nella scarna – offensivamente Chicago che, lo hanno confermato gli ultimi playoffs, è davvero deficitaria –  faretra di coach Thibodeau.

La dodicesima scelta dei Sixers ha destato scalpore: l’ala croata Dario Saric, certamente il miglior prospetto europeo del Draft che recentemente si è legato per un triennio alla squadra turca Efes Istanbul, rimandando ad un futuro indeterminato il suo sbarco oltreoceano, e perciò era previsto da alcuni a metà del primo giro. Philadelphia ha deciso di puntarci ugualmente – probabilmente sempre nell’ottica di una ricostruzione nel lungo periodo (vedere le rischiose scelte di Noel e di Embiid).

I Timberwolves si sono fatti un bel giro alla roulette scegliendo quel freak of nature di Zach LaVine, point guard dai fantascientifici mezzi atletici, ma dal bagaglio tecnico pressoché inesistente (il tiro è osceno, le letture di gioco sospette e il carattere complicato). Potrebbe rivelarsi il più classico dei bust oppure un potenziale All Star però, senza l’oracolo di Delfi ad illuminare il futuro, alla tredici è parsa una chiamata troppo alta, specie per una squadra che vorrebbe davvero uscire dalla mediocrità e non rinnovarsi ogni anno.

Decisamente meno a rischio la scelta successiva dei Suns, che con TJ Warren aggiungono un terminale d’attacco affidabile  nella posizione scoperta – ci gioca, con tutto il rispetto, PJ Tucker – di ala piccola.

IL RESTO DEL PRIMO GIRO

Il medesimo discorso relativo all’affidabilità di rendimento può essere fatto per Adreian Payne, ala grande dall’ottima mano, scelto dagli Hawks, in cui presumibilmente avrà un discreto minutaggio alle spalle dell’ottimo Millsap.

Al di fuori della lottery hanno iniziato a scegliere i Nuggets (grazie alla prima delle due picks ottenute dai Bulls nell’affare McDermott) ed in Colorado sbarcherà il centro croato dalle buone movenze offensive Jusuf Nurkic; scelta discutibile viste le presenze a roster di McGee (da rilanciare) e di Mozgov. La diciassettesima chiamata è stata dei Celtics, che hanno optato per la guardia ex Kentucky James Young, atleta valido ed ottimo tiratore (non a caso era dato in lottery), materia che a Boston latita e pertanto un’aggiunta di cui vi era evidente necessità.

Immediatamente dopo i Suns hanno portato in Arizona il piccolo (1.88m per 82kg) playmaker canadese Tyler Ennis, giocatore i cui limiti fisici vengono compensati da una rara abilità nell’arte del passaggio, e all’ombra di Dragic e – forse – di Bledsoe potrà crescere in tranquillità.

I Nuggets alla pick numero diciannove (ancora frutto dello scambio citato sopra con i Bulls) hanno selezionato Gary Harris, guardia fisicamente prestante – ma è alto “solo” 1.83m – ed eccelsa nella metà campo difensiva; era stato previsto come una lottery pick quasi scontata, invece è  inopinatamente sceso e Denver ne ha approfittato.

Toronto ha colto tutti alla sprovvista scegliendo il diciottenne brasiliano Bruno Caboclo, che in patria è stato etichettato come il “Durant brasiliano” senza averlo praticamente mai testato in un campionato competitivo. Una scelta esotica e inattesa, il ragazzo ha un potenziale fisico illimitato (si parla di una wingspan irreale di 7-6 piedi), tecnicamente è ancora da scoprire, però è a dir poco acerbo ed era addirittura pronosticato verso la fine del secondo giro.

Alla ventunesima chiamata è stato il turno dell’ala grande Mitch McGary, finito ai Thunder: si tratta di un giocatore estremamente fisico, buon rimbalzista, ma con dei preoccupanti problemi alla schiena e dei trascorsi per nulla rassicuranti con la marijuana (lo scorso aprile è stato trovato positivo ad un test e sospeso per un anno dalla NCAA).

I Grizzlies hanno optato per la guardia in uscita da UCLA Jordan Adams, un mini-prototipo di volume shooter che darà una ventata di freschezza alla asfittica panchina di Memphis.

Una delle chiamate potenzialmente più interessanti è la ventitreesima da parte dei Jazz, i quali hanno scippato Rodney Hood, scivolato in basso rispetto alle attese. Hood è una guardia dall’atletismo sopra la media e dal tiro da tre mortifero, un ottimo complemento per il futuribile reparto guardie di Utah.

Shabazz Napier, il collegiale preferito di LeBron James, è finito proprio ai Miami Heat – via Hornets, grazie ad intense manovre dell’ultima ora di Pat Riley. Il playmaker tascabile campione NCAA con gli Huskies è la prima mossa per convincere James a legarsi nuovamente a Miami, potrebbe sostituire – finalmente – il partente Mario Chalmers e donare entusiasmo e carisma ad una franchigia da ridondare. A seguire Napier è stato Clint Capela, ala grande svizzera – una vera rarità – dal fisico statuario e dalle mani decisamente ruvide, scelto dai Rockets, nei quali forse avrà qualche minuto a disposizione visto che il reparto lunghi è in via di sfoltimento.

Gli Hornets con la pick numero 26 (ottenuta dagli Heat) hanno selezionato P.J Hairston, guardia ventiduenne reduce da una notevole stagione nei Texas Legends in D-League, nella quale ha palesato buoni istinti offensivi ed un corpo già scolpito per la NBA, anche se il suo minutaggio da rookie presumibilmente sarà ridotto.

La chiamata successiva, dei Suns, è ricaduta su uno dei protagonisti del basket europeo degli ultimi anni, il serbo Bogdan Bogdanovic dal Partizan Belgrado. Bogdanovic è una guardia dalla tipica tecnica individuale della scuola slava, già testato su palcoscenici importanti anche con la nazionale, ed ora pronto a giocarsi le sue possibilità in America – sempre che non decida di rimanere ancora in Europa, un’ipotesi tutt’altro che remota ad oggi.

Ai Clippers si è accasato C.J Wilcox, guardia dalle spiccate qualità balistiche, soprattutto dalla lunga distanza, con alle spalle una lunga carriera collegiale (è un classe 1990); alla corte di Doc Rivers potrebbe ritagliarsi uno spazio solamente in caso di qualche cessione (Redick?) nella sua posizione. I Thunder hanno speso la loro ultima scelta al primo giro su Josh Huestis, un’ala piccola del 1991 dalle interessanti doti atletiche, ma dalla tecnica rivedibile, e vista la fine dei vari Perry Jones, Lamb e Roberson, il suo destino non appare roseo.

L’ultima scelta appartiene agli Spurs, esperti in chiamate tarde che poi si rivelano steals, e l’ala grande o piuttosto point forward Kyle Anderson sembra a tutti gli addetti ai lavori “il colpo” del draft – alcuni lo prevedevano persino in lottery. Anderson è un lungo che ricorda il primo Boris Diaw (quello meno pesante per intenderci), tremendamente lento e poco atletico, eppure intelligentissimo e provvisto di un talento cristallino, certamente da tenere d’occhio.

Il secondo giro del Draft 2014 ha regalato una gioia anche ai colori italiani, dal momento che i Timberwolves hanno utilizzato la loro pick numero 53 per scegliere il neo-campione d’Italia nonché capitano dell’Olimpia Milano Alessandro Gentile, girandolo immediatamente ai Rockets (nella cui dirigenza vi è l’ex gm di Milano Pascucci) previo il pagamento di un corrispettivo in denaro (si vocifera circa un milione di dollari).

Ad oggi sembra improbabile che Gentile azzardi la caccia alla “sua” America (le seconde scelte non hanno alcuna garanzia di contratto, anche se alcune fonti parlano di un pre-accordo biennale garantito con garanzie addirittura sul minutaggio) e lasci la Milano appena conquistata da leader; però non è detta l’ultima parola e comunque il fatto che sia stato selezionato in una Draft class tanto ricca deve renderci orgogliosi.

Marco

 

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