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And The Doctor is…

Vivere su un’isola non è così spiacevole come molti potrebbero pensare, anzi, come molti pensano.

Spesso mi sono imbattuto in discussioni in cui l’isola nella quale sono cresciuto, la “mia” isoletta, sia stata stigmatizzata in quanto definita noiosa, priva di servizi, scomoda da raggiungere e da lasciare, non in grado di offrire tutte quelle alternative e comodità che, chi risiede sulla terra ferma, ha a portata di mano in ogni singolo istante.

Vivere su un’isola, vivere sulla “mia” isola, non è per nulla sinonimo di isolamento: anche se Kobe potrebbe essere in disaccordo con me, non si è mai soli sull’isola. C’è sempre il mare a farti compagnia, quel mare nel quale perdere per ore lo sguardo, sia nella pacatezza della bonaccia che nel fascino della tempesta, quel mare che porta via i tuoi affetti alla ricerca di un futuro migliore e che ti regala incontri con persone estranee con le quali confrontarti, dalle quali apprendere, alle quali insegnare. È il mare che mi ha regalato Angelo, un caro amico conosciuto per caso ad un torneo 3 vs 3 di basket.

Il lungomare, le palme, la calata dalla quale si vedono andare e venire i traghetti pieni zeppi di turisti, l’aria quieta del mese d’agosto e due canestri. Io, con un ball handling paragonabile a quello di Steve Nash, si ma dello Steve Nash che deve ancora imparare a camminare, voglio dar sfogo alla mia passione per la palla a spicchi: voglio partecipare!!! Ma chi lo vuole in squadra uno che non hai mai toccato una palla da Basket, un calciatore di livello mediocre, insomma, chi prenderebbe in squadra un’autentica sega?  “Iscriviti da solo (mi consigliano gli organizzatori) e se qualcun altro si dovesse iscrive come singolo vi raggruppiamo e creiamo una squadra tutta vostra”. È così che incontro Angelo e tutta la santa pazienza di un ottimo ex giocatore che ha a che fare con un pivello del basket. Non sapevo fare tante cose in un campo da basket ma la corsa non mi mancava; niente crossover, nessun dietro schiena o palleggio in mezzo alle gambe, neanche l’ombra di no look; corsa, solo corsa dopo il rimbalzo difensivo del mio compagno e fuga verso il canestro ad appoggiarla.

Un piccolo dettaglio: il mio terzo tempo. Per paura di essere ripreso dai difensori e soprattutto per dilungarmi il meno possibile nel palleggio (arte nella quale ero poco abile, per usare un eufemismo) partiva sempre da appena dentro l’arco dei tre punti, tanto da trasformare quello che sarebbe stato un semplice appoggio alla tabella, un salto triplo con avventura annessa alla ricerca del ferro: “ Ao’, a Francè, nun sei er Doctor J.

Dopo il canestro, fortunato più che voluto, mi giro verso Angelo e mi chiedo: “Ma chi è il Doctor J?”

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Si sa, le vite di molti sportivi statunitensi, soprattutto se parliamo di ragazzi afroamericani, sono corse ad ostacoli, alcuni dei quali anche piuttosto alti, e Julius di ostacoli ne ha dovuto scavalcare parecchi. La morte del fratellino Marvin lascia in eredità ad un giovane adolescente tanta tristezza e tanto dolore che solo le lunghe giornate passate ai campetti in quel di Roosvelt, New York,  riescono ad alleviare. Che Julius fosse un predestinato si capisce fin da subito, da quando, in barba alla differenza di età e struttura fisica, lasciava dietro di se chiunque gli si ponesse contro, scavalcandolo molto più semplicemente di come scavalcasse gli ostacoli posti dalle difficoltà della vita. Fluttuante, elegante, ammaliante capace di uscire con la palla in mano da ogni situazione di difficoltà come fosse Houdini o di attraversare schiere di avversari come fosse un Mosè Nero sul fondale del Mar Rosso. Non Houdini, non Black Moses, ma The Doctor, in risposta a The Professor, il suo più caro amico dal quale nasce uno degli appellativi più riconoscibili della storia della Lega.

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All’Università del Massachusetts diventa definitivamente Doctor J e quello che farà nei parquet di tutti gli Stati Uniti d’America resterà indelebile della memoria degli amanti del basket. Quasi trenta punti a partita e venti rimbalzi nella sua carriera universitaria.

Dite che un universitario di tali proporzioni potesse essere appetibile nel basket professionistico?

Julius deve solo scegliere e tra ABA e NBA e alla fine opta per la lega dalla palla a spicchi colorati, nella quale approda con la casacca dei Virginia Squires. Insieme ad Artis Gilmore infiamma la Lega nei primi anni ’70 diventando una delle icone del basket statunitense per la grazia e la spettacolarità delle sue giocate. Immaginatevi di entrare in una galleria d’arte e di scorrere una dietro l’altra le più grandi opere che la pittura abbia mai regalato all’umanità. “La Gioconda” di Da Vinci un giorno, “L’Autoritratto” di Van Gogh il giorno dopo; un “Guernica” di Picasso in casa, “La Creazione di Adamo” del Buonarroti fuori casa; “La Ronda” di Rembrandt al primo tempo, “La presentazione della Memoria” di Salvador Dalì nel secondo tempo. Insomma, un susseguirsi di opere d’arte ad altezze proibitive che consacrano il passaggio alla storia della ABA del Doctor J con la gemma della finale delle schiacciate, la prima mai disputatasi, nel 1976 in Colorado, in casa di quella Denver detentrice del miglior record di stagione. La lunga rincorsa, la capigliatura afro fluttuante come una soffice nuvola nera, lo stacco dalla linea del tiro libero, scoperchiano quel vaso di Pandora dal quale negli anni a venire usciranno fuori  MJ, Dominique Wilkins e l’indimenticabile “It’s Over” di Oakland 2000.

Il 1976 è anche l’anno della fusione della ABA con la NBA a causa delle enormi difficoltà economiche della lega di Julius & Co. e la carenza di un contratto televisivo che spinge quattro franchigie ad optare per la National Basketball Association. Già nel suo secondo anno nella ABA Julius ebbe la possibilità di approdare nella NBA. Nonostante avesse firmato per gli Atlanta Hawks (ho i brividi a pensare cosa avrebbero potuto fare assieme il Doctor J e Pistol Pete) Julius venne chiamato da Milwaukee per affiancare Lew Alcindor e Oscar Robertson (niente male che dite?), ma per problemi burocratici dovette restare nella ABA ai Nets con la maglia dei quali guaderà il fiume e sbarcherà in NBA.

Dopo un goffo tentativo dei Knicks di accaparrarsi i servigi del Dottore a spuntarla è Philadelphia. John Havlicek e Bill Walton fermano la fama di gloria della franchigia di Philadelphia nei primi due anni targati Julius Erving  ma il 1980 sembra l’anno giusto. Phila in finale, contro i Lakers che arrivano sul 3 a 2 ma perdono per infortunio Kareem. Sembra fatta per Doctor J, se non fosse per la più impronosticabile prestazione di un rookie che si possa ricordare: 42 punti, 15 rimbalzi, 7 assist del centro per antonomasia, Magic Johnson, e titolo a LA. Per Julius il titolo sembra un tabù e nonostante nel 1981 vinca il titolo di MVP, l’anello non sembra mai essere alla sua portata.

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Almeno fino all’arrivo di Moses Malone. Nel 1983 i Sixers (forse per l’importanza del numero 6?) triturano chiunque gli si faccia incontro, vincendo a mani basse il titolo, stracciando alle Finals i Lakers e diventando la franchigia più vincente nei playoffs su singola stagione, perdendo una sola gara contro i Bucks. Il destino vorrà che tale record sia eguagliato dai Lakers che nei playoffs del 2001 lasceranno per strada una sola gara, indovinate per mano di chi? Dei Sixers di un tale Allen Iverson.

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Quello sarà l’unico titolo NBA di Julius che da lì in poi, nonostante la sua enorme capacità di generare basket in qualsiasi situazione di gioco, sarà sopraffatto dai duelli Bird vs Magic. Lascia la NBA nel 1987 consegnando le chiavi di Philadelphia ad un giovane Charles Barkley, viene introdotto nella Hall of Fame nel 1993 e nel 1996, durante l’All Star Game di Cleveland viene inserito tra i 50 migliori giocatori di sempre.

Sono molte le giocate che ho visto fare dai giocatori NBA che mi hanno lasciato di sasso, che mi hanno stupefatto, che mi hanno fatto pensare “No, ma questo è impossibile”, ma tutte le volte che rivedo il “baseline lay up” del Dottore spengo la TV e abbandono per manifesta maestosità. “Se non ci fosse stato Julius Erving, non sarebbe esistito nemmeno Michael Jordan” disse lo stesso Jordan; molto umilmente mi sento di dire che se non fosse esistito il mio caro amico Angelo non avrei mai potuto apprezzare così a fondo il Doctor J.

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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