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DeRozan portavoce NBA contro la depressione

DeMar DeRozan è stato il primo esponente in NBA di un problema, la depressione, che a quanto pare non sembra attanagliare solamente il giocatore degli Spurs. Confessando di lottare quasi ogni notte contro dei demoni, la guardia multimilionaria con questa dichiarazione ha scosso non solo la gente, i cosiddetti fans (con reazione opposte, chi ad accusarlo e chi ad appoggiarlo) ma anche i suoi colleghi.

Kevin Love dopo l’outing fatto da DeRozan ha ammesso anche lui di soffrirne, e sul tema si è espresso così:

Condividendo quelle cose DeMar ha aiutato delle persone a convincersi di non essere pazze

DEROZAN GIOCATORE

DeRozan nasce a Compton, una contea lasangelena nota per l’alto tasso di criminalità, mamma Diana lo lascia prematuramente all’età di appena due anni a causa di una grave malattia, DeMar non accetta la cosa e si chiude in se stesso crescendo in modo introverso e diffidente verso tutti, esclusa la sua famiglia; ha un vero solo grande amico… la palla a spicchi.

Il padre lo iscrive nella squadra liceale di Compton, DeMar vince il torneo e diventa quasi come intoccabile nel luogo in cui è cresciuto, era diventato il beniamino locale, riuscendo perfino a qualificarsi anche al torneo NCAA con la sua Univesity of Southern California, uscendo però al secondo turno.

Nel 2009 il suo approdo in NBA, scelto con la numero 9 dai Raptors, in un draft comunque ricco di talenti come Griffin, Harden e Curry. DeRozan fatica abbastanza all’inizio e non è molto di più che un grande atleta in grado di effettuare tante schiacciate, le tre apparizione allo Slam Dunk Contest nei suoi primi tre anni ne sono la dimostrazione, tanto spettacolo e poca sostanza. Dopo un inizio giustamente in salita DeRozan nella stagione 2013/2014 trascina Toronto ai playoffs per la prima volta dopo cinque anni, viene eliminato al primo turno nonostante DeMar diventi il primo Raptors dopo Vince Carter a segnare almeno trenta punti in più gare di post season. La stagione successiva DeRozan si conferma, lui e la squadra sono ai playoffs uscendo però prematuramente sempre al primo turno, subendo uno sweep dai Wizards.

Toronto dopo vari anni sembra avere finalmente trovato stabilmente un posto nei vertici della Eastern Conference, nella post-season del 2016 la coppia Lowry-DeRozan gioca da all star ed arriva la finale di Conference contro i Cavs, che però quell’anno non solo erano più forti ma anche dei predestinati, la serie finisce in sei partite, spicca l’ottima prestazione di DeMar in gara 4 con vittoria e 32 punti messi a referto; forse fu quella prestazione che gli diede poi la possibilità di firmare il contratto per cinque anni da 139 milioni. L’anno seguente DeRozan ringrazia la franchigia per la fiducia e inizia la stagione eguagliando MJ mettendo a referto almeno trenta punti nelle prime cinque partite, sorpassa Bosh come miglior marcatore in maglia Raptors ed ai playoffs viene ancora eliminato da James coi suoi Cavs, 4-0 al secondo turno. Nella regular season 2017/18 DeRozan viaggia a 23 punti con il 48% dal campo, 4 rimbalzi e 5,5 assist trascinando i Raptors fino al primo posto della Eastern Conference, ma come il giorno della marmotta, al secondo turno subisce un altro sweep sempre targato LeBron James, diventato ormai una sorta di demone per DeMar che vede infrangersi i suoi sogni sempre allo stesso modo, da ormai tre anni.

Finalmente il demone LBJ fa le valigie e si dirige verso ovest, per DeRozan e Toronto si aprono le strade verso un cammino in direzione della finale, finalmente alla loro portata, ma anche DeMar sarà costretto a migrare dal freddo canadese al caldo texano direzione San Antonio.

DeMar DeRozan non è solamente un giocatore di basket ben pagato, ma ovviamente è in primis un essere umano, padre di due figli, Diar nata nel 2015 e Mari nel 2016, è un uomo segnato ancora dalla scomparsa prematura della madre, infatti è un grande esponente della campagna canadese contro le rare malattie.

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Spedito in Texas, DeMar reagisce in maniera impulsiva e un pochino infantile cancellando sul suo profilo Instagram tutti i suoi post, tacendo senza aggiornarlo per qualche giorno, dopodiché tornando social tramite una storia a sfondo nero con scritto:

Loro non sanno di quelle notti senza sonno…

Conoscendo la malattia che lo affligge, dopo questa storia di Instagram e soprattutto il suo addio ai Raptors, sapendo quanto ci tenesse DeRozan a Toronto, sono elementi che di sicuro hanno aiutato noi fan a captare lo stato d’animo che il ragazzo di Compton stesse provando.

Altri giocatori oltre lui…

Oltre quattro milioni di italiani soffrono di depressione, nel 2030 l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che sarà la malattia più diffusa al mondo; è una patologia che annienta le energie a tal punto da poter invalidare una persona e nel 3% dei casi addirittura di impedirgli di lavorare e anche nello sport questa problematiche è abbastanza diffusa, perché lo sport a livello professionistico non è praticato da supereroi o da robot ma bensì da persone normali (nonostante il conto in banca) e sempre citando DeRozan:

Puoi essere l’uomo più potente o insignificante del mondo, sei comunque uguale a me

DeRozan non è l’unico giocatore NBA a dover combattere contro il proprio demone (no, non sto parlando di LBJ questa volta…) anche Kevin Love e Kelly Oubre Jr. hanno espresso il proprio parere dopo la confessione fatta dall’attuale giocatore degli Spurs. Queste sono alcune delle parole di Love pubblicate in un post su The Player Tribune dopo aver sofferto di un attacco di panico durante una gara:

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Per 29 anni ho visto la salute mentale come un problema di altri, non avevo mai pensato potesse accadere a me. La vedevo come una forma di debolezza che potesse ostacolare la mia carriera e farmi apparire debole, poi è arrivato l’attacco di panico…

Constatato che anche in questo caso probabilmente il demone di Love sia lo stesso di DeRozan, la depressione (sì LeBron anche tu), passiamo alle parole di Oubre Jr. a NBC Sports Washington:

Questa è roba seria, devo andare in un posto calmo e respirare. La consapevolezza è l’unico modo che conosco per superare l’ansia e la depressione. Mio padre mi ha sempre detto di non lasciare vedere le mie emozioni e di non apparire debole e io sono bravo a farlo, nessuno lo vede ma nel mio profondo c’è un inferno. La gente che ci vede da fuori non capisce perché pensa che siamo supereroi ma in realtà siamo persone normali. L’attacco di panico è come un infortunio, arriva all’improvviso, come se il cervello voglia uscire dal corpo.

Altri sportivi famosi depressi

Ecco alcuni sportivi che dopo un po’ di tempo si sono fatti forza e sono riusciti a fare outing ed ammettere di soffrire di depressione:

Serena Williams:

In questo periodo non mi sento una buona mamma, ho sentimenti negativi di tristezza e depressione. Voglio dire che se avete una giornata no o una settimana storta va tutto bene, ce l’ho anche io, è normale

Queste alcune delle sue parole che ha espresso tramite Instagram la più volte campionessa del tennis femminile che ha sofferto della “classica” depressione post partum.

Michael Phelps ha addirittura pensato al suicidio e solo una seria e lunga terapia lo ha salvato, di seguito alcune sue dichiarazioni:

Diventare un campione è la parte più semplice, quella più difficile è non arrendersi mai. Io invece dopo ogni Olimpiade cadevo in depressione, la prima volta accadde nel 2004 e la droga ne era un modo per uscirne, per scappare. Nel 2012 passavo la vita a letto, non volevo essere vivo. Ho chiesto aiuto e ho capito che a volte sentirsi bene non significa essere felici e stare bene realmente, che le persone hanno paura a parlare dei propri disagi e perciò il tasso di suicidi aumenta costantemente. Alla fine sono davvero contento di non essermi tolto la vita.

Gigi Buffon nel 2008 ha fatto outing parlando di quanto è stato male nel lustro appena passato:

Non ho mai capito perché allora e non prima o dopo, non ero soddisfatto della mia vita e del mio lavoro. Mi tremavano le gambe all’improvviso, io sono una persona solare, altruista e ottimista ma quando passi attraverso una cosa simile queste qualità vanno a farsi benedire. Era come se la testa non fosse la mia

Agassi nel suo libro ha fatto una rivelazione shock, uno dei più grandi interpreti di uno sport che odiava tale sport?! Un paradosso meraviglioso, ecco alcune sue parole:

Giocavo a tennis per vivere anche se lo odio, l’ho sempre odiato!

Anche il centrocampista portoghese André Gomes si è espresso sul tema:

Non mi sento bene in campo e sono arrivato perfino ad avere paura di uscire per strada dalla vergogna

L’ex difensore della nazionale tedesca Mertesacker parlava così prima del suo ritiro:

Vomitavo prima di ogni partita e stavo male, non ce la faccio più ma tra poco sarà tutto finito, sarò finalmente libero

Danny Rose prima dell’ultimo mondiale di calcio si è infortunato e non ha potuto disputarlo con la sua nazionale, l’Inghilterra. Tale infortunio non ha solo rischiato di rovinare la carriera del difensore inglese, ma anche la sua psiche a tal punto dal portarlo a chiedere aiuto ad uno psicologo ed uno psichiatra che gli hanno diagnosticato la depressione.

Ian Thorpe è stato uno dei tanti rivali di Phelps, nel 2014 è finito in ospedale perché i suoi famigliari temevano si potesse fare del male.

“La gente pensa e dice che se posso comprare quello che voglio, non posso essere depresso. Vorrei che tutti fossero ricchi per capire che i soldi non fanno la felicità”

- Demar DeRozan

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Alessandro Carpi

Alessandro Carpi

19 luglio 1994, appassionato visceralmente al mondo NBA da quando ne ho 16, non solo al basket giocato che ovviamente non ha eguali al mondo, ma anche a tutto ciò che ci gira intorno. Mio papà amava i Lakers del duo kobe-shaq, ho fatto i miei primi fantabasket con lui, mio fratello e mio cugino, ai tempi non esistevano le app ma facevamo tutto con penna a taccuino, le mie prime partite guardate per intero sono state le finals 2010 con mio padre non potendo mai aprire bocca, ai tempi non esisteva my Sky che potevi fermare le partite quando volevi. Sono cresciuto da allora sempre mantenendo vive le mie due più grandi fedi, Federico Buffa e "the king" LeBron James.

 

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