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The Golden Era: come Steve Kerr ha creato una cultura vincente nella baia

Steve Kerr, l’attuale allenatore dei Golden State Warriors, la squadra più forte ed entusiasmante della NBA, forse anche dell’intera storia del Gioco, ha iniziato a vincere non appena si è seduto su una panchina. Se non fosse per una scellerata gestione dell’ultima parte delle Finals 2016, adesso definiremmo i suoi Guerrieri dei tetracampioni. È riuscito a guidare una squadra formidabile attraverso le difficoltà della stagione, anno dopo anno, poggiando il proprio impianto tattico sulle solide fondamenta di una cultura di squadra, intesa come organizzazione, vincente. Allenare gente come Curry, Thompson o Green e dopo Durant, è privilegio di pochi. Coach molto preparati e competenti spesso non mettono insieme un materiale di tal pregio nell’intero arco di carriera. Averli al primo colpo porta vantaggi (enormi) e responsabilità (schiaccianti.) È un po’ come se, freschi di patente strappata all’esaminatore con una manovra di parcheggio strampalata, ci dessero in mano le chiavi della Mercedes di Hamilton. Con un po’ di fortuna potremmo raccattare una pole all’Autodromo di Monza. Molto più facilmente andremmo fuori alla prima curva, con il rischio di farsi molto male.

Kerr, fin dal giorno 1, non ha mai addrizzato una curva, o quasi.

Nelle pieghe del suo successo, lungo quasi un lustro, si stagliano, più nitidi di altri, due presupposti fondamentali, responsabili della sua formazione come coach e di quella del suo team: la costruzione nel tempo di un’identità e di uno stile di allenatore ben riconoscibili e lo sviluppo di una cultura di squadra vincente.

Seminare non è così difficile come raccogliere

Kerr, ragazzo sveglio e di ampie vedute per esser stato al seguito del padre Malcolm, professore, esperto di politica del Medio Oriente e presidente della American University of Beirut, ha cominciato a preparare la sua vita da coach molto tempo fa, coltivando le proprie esperienze e conoscenze nel tempo. Ha avuto la fortuna di giocare per grandi allenatori, che oltre a saper disegnare le X e le O sulle lavagnette, conoscevano i moti dell’animo umano. E Steve diligentemente (non sempre) imparava. L’esperienza vicaria (in psicologia l’osservazione di determinati modelli), fin dagli studi di Albert Bandura, è considerata uno dei quattro pilastri dell’auto-efficacia, ovvero la convinzione-sentimento personale di saper fare qualcosa. Fu proprio lo psicologo canadese a coniare il termine di “modellamento” per indicare quel tipo di apprendimento che si realizza quando il comportamento di un soggetto che osserva si modifica in funzione di quello di un altro soggetto, che assume la funzione, per l’appunto, di modello. Messo di fronte all’esecuzione di un comportamento, l’osservatore può infatti identificare tutti quei principi, regole o reazioni che ne hanno determinato gli effetti, acquisendo informazioni sugli schemi comportamentali adottati, così da poterli replicare a piacimento in futuro. Più è simile il modello e più l’insegnamento sarà efficace.

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Oltre al criterio di somiglianza del modello, è importante anche disporre di una buona varietà di esempi.
Ripercorrendo la sua storia, non si può dire che a Kerr sia mancata una certa pluralità di modelli e sistemi: dal mitico Lute Olson, un quarto di secolo sulla panchina degli Arizona Wildcats, da cui Steve ha appreso la capacità di essere d’esempio, di fissare l’asticella ad una data altezza, all’ineffabile Gregg Popovich, per certi versi il più simile a lui e da cui ha mutuato alcuni concetti dell’attacco, oltre alla capacità di conservare una sorta di imperturbabilità, almeno apparente, in ogni circostanza. Set the tone, dicono gli americani. E in effetti è qualcosa di più di un banale “dare l’esempio”: oltre a mostrare cosa fare, si indica pure l’intensità, appunto il tono (più o meno alto) con cui farlo. Era il primo allenamento di Kerr con University of Arizona, che veniva da una disastrosa stagione da 4-24, e Olson fece correre i suoi per tre ore, fino a far letteralmente sputare in terra la lingua ai malcapitati giocatori. “Eravamo scioccati. Ma lui fissò quel preciso standard di prestazione quel giorno e, ancor più importante, fece in modo che mantenessimo quell’intensità.” Disse Kerr. “Nel giro di due anni eravamo al torneo NCAA. In quattro, alla Final Four.”

Una delle doti migliori di coach Steve Kerr è quella di saper sdrammatizzare, anche dinnanzi agli eventi della vita più angoscianti. Deve questo atteggiamento a Cotton Fitzsimmons, sotto la cui egida ha giocato quando era ai Phoenix Suns:

“Semplicemente ci lasciava ridere tutto il tempo, e questa era una cosa potentissima.” 

La semplicità è un’altra delle caratteristiche che traspaiono in ogni istante dal suo agire. Una volta Lenny Wilkins, 1332 vittorie in carriera e suo allenatore a Cleveland, gli disse: “cura 6/8 situazioni molto bene, invece di proporne 20 in modo mediocre.” Messaggio ricevuto: i suoi Warriors adottano in attacco un sistema tanto semplice quanto virtuoso, perché ben eseguito. Ma probabilmente la lezione più importante che Kerr abbia mai appreso da tutti i suoi mentori è quella, trasversale a ogni contesto, di essere se stesso, restando fedele ai propri principi e idee.

L’allievo di Olson, come detto, ha iniziato a porre le basi per la professione di coach molto tempo prima.
Sia da giocatore che successivamente da analista televisivo per TNT al fianco di Marv Albert, usava annotare i suoi pensieri in un diario (che poi divenne un file word del suo laptop.) Scriveva di tutto, dagli sfoghi per lo scarso minutaggio agli eventi di vita in generale, specie quelli riguardanti i figli. In alcuni di questi appunti già si scorgeva l’impronta dell’allenatore. L’esperienza diretta al fianco di alcuni dei più grandi interpreti del gioco e l’accesso privilegiato, da analista, ai ragionamenti pre e post-partita dei migliori strateghi della palla a spicchi hanno permesso a Steve di coltivare la sana abitudine a trarre il massimo da ognuna delle opportunità che si prospettano lungo il cammino, non importa quanto distanti appaiano da ciò che stiamo facendo.

L’apprendimento da un modello infatti segue due possibili binari principalmente: il coping, letteralmente copiare qualcosa da un pari, prendere un atleta di uguale livello a modello, nel caso di Kerr alcuni dei propri compagni; il mastering, in cui è richiesto al soggetto di dimostrare qualcosa di nuovo confrontandosi con task leggermente superiori alle capacità possedute in un preciso momento. Si tratta di apprendimento da realtà di un livello più alto rispetto a quello di appartenenza. Nella mente di Steve, questo secondo processo era continuamente a lavoro.

Dice Albert:

“Faceva alcune domande che non avevano nulla a che fare con il programma televisivo.” 

Jeff Van Gundy, che Kerr incontrò durante una Sports Leadership Conference e che ha sempre ammirato, girò a Steve lo stesso consiglio che era solito rivolgere a tutti gli aspiranti coach che si affollavano intorno alla sua cattedra:

“Appunta tutto per scritto. Tutto ciò che hai imparato, tutto quello che vuoi fare. Tutto ciò che vorresti cambiare. Questo ti aiuterà ad organizzare i pensieri. Sviluppa la tua filosofia!” 

Mettere ordine nel proprio vissuto, appuntando pensieri, obiettivi, ma soprattutto i passaggi attraverso i quali si intende raggiungerli, ha un effetto positivo anche sulla capacità di persistere nello sforzo durante il completamento di una prova. L’attenzione va sulle parti importanti del compito e la ricerca di nuove strategie di apprendimento o risoluzione di esso viene automaticamente implementata. Questo migliora il proprio senso di auto-efficacia, nonché la motivazione alla base dell’attivazione verso un determinato comportamento. E Steve Kerr è sempre stato attento a ciò che succedeva intorno a lui. Nell’estate del 2010, quando era GM dei Suns, chiese ed ottenne di essere invitato ad un raduno estivo del coaching staff dei San Antonio Spurs a Chicago. La sua attitudine estremamente umile gli ha sempre permesso di sviluppare e mantenere ottime relazioni nel tempo. San Antonio allora stava cercando di ristrutturare il proprio sistema offensivo dopo aver subito lo sweep nelle Western Conference Semifinals proprio per mano di Phoenix. Soltanto uno come Kerr avrebbe potuto chiedere di assistere agli allenamenti di una squadra che aveva appena battuto 4-0. In effetti gli Spurs di lì a poco avrebbero notevolmente aggiornato il book degli schemi offensivi, tanto da farne il proprio tratto distintivo, (oltre che un modello per la lega intera) diversamente dal passato, nelle finali con gli Heat di LeBron. Maggiori sono le difficoltà che i modelli incontrano e finiscono per superare nei loro compiti, migliori saranno anche i benefici che gli osservatori trarranno dall’esposizione al loro operato. Chiaramente avere la possibilità di assistere ad un percorso che si sviluppi in maniera graduale, passo dopo passo, può agevolare la comprensione dei meccanismi alla base di esso. Ma Kerr non si è mai limitato ad utilizzare “soltanto” i giocatori e i coach incontrati come modelli. Egli si appuntava ogni sorta di gioco, set, schema che, attraverso lo schermo della TV, colpisse la sua immaginazione. Ognuno di questi filmati veniva poi girato all’amico Kelly Peters, allora coach della vicina (a San Diego, la casa di Steve) Torrey Pines High, poi advance scout per gli Warriors, che lo incollava in un iMovie, denominato ATOs (che sta per “after timeout”) che diventava sempre più grosso.

Costruire una cultura vincente

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Alla base di una Organizzazione di successo sta quasi sempre una serie di valori fondamentali e ben riconoscibili, a cui è affidata l’immagine dell’azienda verso l’esterno e la costruzione di un buon clima all’interno. Che si tratti della dichiarazione della mission, di un insieme di principi-guida concordati fra membri diversi o semplici attività quotidiane ripetute e routinarie, devono essere percepiti come desiderabili dai propri appartenenti, perché si creino attaccamento e spirito di appartenenza. Quando ci si trovi in una Organizzazione come una squadra NBA, è molto complicato far seguire a tutti i giocatori gli stessi principi. Ognuno di essi ha il proprio ego, col quale alimenta le credenze personali circa il livello delle abilità possedute e rivendica il proprio status all’interno del gruppo. È opportuno quindi, per il raggiungimento di un fine comune, che i giocatori accettino almeno una parte, seppur importante, di questi valori fondamentali. Secondo Kerr, la natura dell’essere umano è profondamente egoista: ognuno persegue il proprio profitto personale. Per cui, in questa prospettiva, prerogativa del coach NBA diventerebbe quella di convincere i propri giocatori ad andare contro ai loro istinti naturali e trovare un modo per legarsi insieme per diventare team. Ovviamente, essendo gli uomini esposti a un ventaglio di aspirazioni piuttosto ampio, non è sufficiente dare ad ognuno di loro la semplice indicazione di “giocare per la squadra”. È necessario pertanto che la serie di valori e principi fondamentali che si è scelto di darsi vengano condivisi e seguiti ogni giorno. In ogni, singolo allenamento deve essere chiara la ragione per la quale si è lì a faticare. Nessun compromesso. Luke Walton, ex-assistente di Kerr, adesso head coach ai Lakers, una volta svelò alcuni di questi principi sui quali, fin dagli inizi, si è poggiata la virtuosa Organizzazione degli Warriors, aggiungendo che, quando si palesavano nella loro interezza, Golden State risultava non soltanto vincente ma anche divertente da vedere. E allora il primo valore fondamentale per coach Kerr, quello da cui non è pensabile prescindere, è il divertimento. Egli esige che i suoi uomini traggano innanzi tutto piacere dal fare ciò che fanno. C’è poi la consapevolezza, intesa come capacità dei giocatori di tenere sempre presente il disegno più grande, evitando di andare a caccia di statistiche individuali per rimanere focalizzati su quale sia il giusto modo di perseguire gli obiettivi di squadra. Vengono poi la compassione (soffrire con), nel senso di un sentimento condiviso, che ogni giocatore deve provare per gli altri, oltre che per il gioco stesso, e, in ultima ruota ma non meno rilevante, la competizione, senza la quale è inutile persino scendere sul parquet.

In particolar modo, la consapevolezza che ogni membro del team realmente desiderasse il meglio per l’altro, ed avrebbe sacrificato tutto ciò che era necessario sacrificare per aiutare sia il compagno che l’intera squadra, costituiva un motore potentissimo per la Mercedes dell’inizio nelle mani di Kerr. In un post-gara stagionale, a una domanda di Zach Lowe su un extra-pass di Draymond Green, la risposta del diretto interessato non fece altro che avvalorare il concetto appena espresso: “So esattamente a quale azione ti riferisci. I ragazzi in squadra già sanno come mettersi l’un l’altro in condizione di rendere.” Come ha scritto lo stesso Lowe:“Gli Warriors giocano una pallacanestro liquida. La cultura e filosofia di squadra costruite da Kerr fanno sì che tu (giocatore) creda nei più ampi fondamenti spirituali degli sport di squadra. Sono così in sintonia l’uno con l’altro che questa sincronizzazione li guida su entrambi i lati del campo.”

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Una volta che il sistema di valori è stato definito, Kerr generalmente inizia a costruirci sopra la nuova cultura, rimanendo però flessibile nell’adattamento dell’impianto generale alle esigenze e caratteristiche individuali: ogni giocatore può, di base, lavorare insieme agli altri per il bene superiore della squadra ma siamo certi che lo farà soltanto se viene mantenuta/preservata l’unicità di ognuno di loro. Gli esseri umani infatti non hanno alcun bisogno di essere costantemente guidati. Essi apprezzano sopra tutto che venga riconosciuto loro ciò che sanno fare. La differenza è sostanziale. È un qualcosa che Kerr ha imparato mentre giocava per gli Spurs. Allora infatti, come è stato per 16 lunghe stagioni, i texani avevano un certo Ginobili in squadra. L’argentino era solito mandare Popovich su tutte le furie coi suoi circus pass, passaggi fantasiosi non sempre considerabili anche opportuni, diciamo così. Una volta, dopo una palla persa di troppo, coach Pop si rivolse all’argentino chiedendo perché ritenesse così necessario fare certi passaggi ad alto rischio.

“È quello che faccio Pop.”

Rispose candidamente Ginobili.
Kerr non lasciò che l’insegnamento cadesse nel nulla e, qualche annetto più tardi, trasferì la lezione al contesto Warriors, dove si era ritrovato ad allenare un giocatore fenomenale ma decisamente sui generis come Steph Curry. Permettendo a Steph di tirare da 9-10 metri o a Green di esprimere le sue emozioni, a volte ben oltre il consentito, Kerr non ha mai posto freni all’espressione della loro natura più autentica. L’allenatore di Golden State crede infatti fermamente che sia possibile mantenere un’Organizzazione di successo, anche concedendo spazio ai suoi membri per essere se stessi. Spesso i leader pensano di dover far rispettare a tutti costi le regole, sacrificando ogni sorta di individualità. Quello che fa Kerr invece è focalizzarsi su alcune aree chiave, che ritiene importanti e sulle quali è difficile che si mostri anche solo indulgente, e lasciare che i giocatori siano se stessi nelle altre.

Secondo Bruce Fraser, Kerr è consapevole (e come potrebbe essere altrimenti?) del fatto che a Curry piaccia giocare sciolto. L’assistente per lo sviluppo dei giocatori degli Warriors ha rivelato al New York Times che il suo capo, piuttosto che tentare di controllarlo, permetta al play ex-Davidson di fare esattamente ciò che desidera, ma non transiga nella maniera più assoluta su una statistica in particolare: le palle perse.

Dice sempre Fraser:

“a volte, durante la partita, Steph mi chiede quante palle perse abbia accumulato.”

Lo stesso non fa con i punti, o altre statistiche. Anche Draymond Green ha più volte affermato di apprezzare il comportamento comprensivo di Kerr. Ha raccontato come gli sia capitato in passato letteralmente di urlare parolacce in direzione del suo allenatore, di esser ripagato con la stessa moneta, salvo passare dalla panchina, qualche azione più tardi, chiedendo scusa e addossandosi la colpa ma ricevendo come risposta: “Nah, va bene così. Adoro la passione che ci metti, perché dovresti smettere di farlo? Questo fa di te il giocatore che sei.”

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Un’altra caratteristica del buon allenatore, ma in senso più ampio di chiunque si ritrovi a gestire per la prima volta un nuovo gruppo di persone, è quella di riconoscere che quel gruppo potrebbe avere un vissuto che in qualche modo precede il proprio arrivo. Quando Kerr è subentrato a Mark Jackson non ha cercato di stravolgere tutto per far emergere la propria, magnetica personalità o, peggio ancora, mettere in risalto il proprio lavoro, considerandolo in rigida contrapposizione con quello del predecessore. Quello che già funzionava, come la dura mentalità (oltre che la bontà dei concetti) difensiva, ha cercato di tenerlo. L’ha sempre definita una forma di rispetto nei confronti dei giocatori, per riconoscere valore a quanto fatto fin lì. Pur avendo delle idee nuove (eccome se le aveva), voleva assolutamente evitare di passare per saccente, perdendo il polso del gruppo. Rispettando l’impegno profuso dai giocatori nelle stagioni precedenti e mettendo quanto orgogliosamente raggiunto (venivano comunque da una stagione da 51 vittorie e da due giri ai playoffs negli ultimi 3 anni, dopo 17 senza post season) nella giusta prospettiva, contribuiva a creare le basi per sviluppare quella coesione e quell’unità di intenti che, alla fine del giorno, rendono un semplice insieme di giocatori un team vero e proprio. Il suo approccio verso i giocatori è stato:

“Tenete ciò che ha funzionato finora e cercate di ripartire da qui per progredire nella direzione che vogliamo.”

Che Steve Kerr sappia bene come valorizzare il materiale umano a disposizione (che non si esaurisce a coloro che scendono sul parquet in canotta e pantaloncini), lo dimostra lo spirito chiaramente democratico e partecipativo che anima il suo gruppo di lavoro: le buone idee possono scaturire praticamente da chiunque, anche dal ragazzo dei video. Proprio un ex-video coordinator dei tempi dei Suns, Nick U’Ren, fu chiamato a bordo dal coach come assistente speciale, all’inizio dell’avventura agli Warriors. Il motivo? Perché avere una persona qualunque in organico col solo compito di rispondere alle mail se possiamo mettere in quel ruolo qualcuno che, in aggiunta ai meri obblighi di segreteria, può costruire video per l’analisi di giochi e partite? E U’Ren faceva questo per Kerr, oltre che ricordargli le interviste in agenda e suddividere le squadre per la partitella a bowling del pomeriggio. Nel corso delle finali NBA del 2015, con gli Warriors sotto 2-1 ma soprattutto privati dell’inerzia a causa della maggiore fisicità degli avversari (i Cavs di LeBron James) arrivò proprio dalla testa di U’Ren l’idea vincente, in grado di capovolgere il senso stesso della serie. Da bravo “topo da monitor”, era andato a cercare i video delle ultime finali ed aveva notato come gli Spurs (i precedenti sfidanti del King in versione Miami) fossero riusciti a mettere in difficoltà proprio gli Heat di LeBron, togliendo minuti a Tiago Splitter e affidandoli al più mobile e versatile Boris Diaw. Per ricreare un simile mismatch, già indigesto a una squadra con James in campo, aveva pensato quindi alla possibilità di togliere Bogut, il centro titolare, dal quintetto in favore di Andre Iguodala. Ne parlò allora con l’assistente Walton e insieme mandarono un messaggio al capo-coach. All’indomani, in una riunione pre-partita (prima di gara 4), fu comunicata a Kerr la pensata. La decisione spettava a Steve, che scelse di accogliere il suggerimento e inserire Iguodala, cercando così di estremizzare ancor più la differenza in fatto di ritmo e corsa con gli avversari. Golden State vinse 103-82 e Andre tenne James a soli 20 punti, segnandone a sua volta 22. Fu anche eletto MVP della serie di finale, che ovviamente portò il titolo nella Baia. Luke Walton disse a Sports Illustrated:

“Fu una sua decisione (di Kerr.) È sempre una sua decisione. Ma questo è il motivo per cui è il miglior boss del mondo: tutti possiamo dare suggerimenti, anche il ragazzo dei video, e sappiamo che verremo presi in seria considerazione.”

Gli fece eco lo stesso U’Ren: “Giusto dargli ogni credito. È facile dare suggerimenti, ma lui deve prendere le decisioni.” La replica di Kerr a smorzare ogni entusiasmo: “Non penso che si trattò di una scelta così coraggiosa perché ci stavano prendendo a calci nel di dietro.”

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Non esiste uno stile di leadership univoco, che vada bene in ogni situazione. Esistono delle situazioni di emergenza o di crisi, nelle quali risulta più efficace adottare modalità direttive di gestione delle risorse. In esse, il leader fondamentalmente si riduce a dare dei comandi, perché sussistono limiti oggettivi di tempo o di mezzi a disposizione: è il caso più frequentemente associato alla gestione di una partita in sé. Ma guidare un gruppo, anche nell’arco di un’unica stagione, espone il “capo” ad una serie di circostanze in cui potrebbe essere preferibile adottare uno stile più affiliativo (con l’obiettivo di promuovere le relazioni fra gli individui) o, in certi frangenti, addirittura partecipativo: è il caso di Kerr, che con il suo esempio autorizza continuamente i collaboratori, ognuno dei collaboratori, a credere di poter dare il proprio contributo, anche nelle decisioni più importanti, quelle che di norma spetterebbero soltanto al capo-allenatore.

Si tratta di un’evoluzione ulteriore di quello che Mauro Berruto, allenatore di pallavolo e uomo di grande cultura, ha chiamato con un potente, ma soltanto apparente, ossimoro “egoismo di gruppo.”
Ma se l’ex-CT della nazionale italiana aveva coniato il termine per descrivere la condizione ideale a cui tendevano le sue squadre, ovvero che ogni membro del team, dall’allenatore all’ultimo uomo della rotazione, dal presidente al massaggiatore, si sentisse protagonista diretto della vittoria finale col suo gesto specifico, compiuto all’interno della sua sfera di competenza, la filosofia di Kerr si è spinta persino oltre: ognuno, anche il ragazzo dei video, deve sentirsi libero di esprimersi nelle decisioni importanti, forte della consapevolezza che il suo punto di vista sarà quantomeno ascoltato.

Lo sviluppo di una mentalità vincente

Kerr ha saputo trarre enormi insegnamenti dall’esperienza fuori dagli USA, al seguito dei genitori accademici. Vivere in un contesto diverso da quello abituale gli ha permesso di sviluppare una prospettiva che potremmo definire unica verso la sua professione. Tenere sotto controllo l’ego di 12 maschi alfa nello stesso spogliatoio non è semplice, ancor meno lo è convincerli a remare tutti nella stessa direzione. Dovendo compiere delle scelte, c’è il rischio di minare il livello di fiducia di qualcuno o, nella maggior parte dei casi, perdere il rispetto di qualcun altro. La prima preoccupazione di Kerr, una volta al timone degli Warriors, è stata comprendere i bisogni di ciascuno dei suoi giocatori. Tradotto in una parola: empatia. Appena nominato capo-coach infatti, non si limitò a sentire il parere della propria stella, Curry, come da prassi, ma si prodigò per raggiungere ognuno dei membri del roster nel mezzo della off-season (compreso Bogut in Australia), per condividere con loro strategie e convinzioni e chiarire immediatamente cosa volesse fare e come intendesse procedere. Mantenere alto il grado di coinvolgimento dei propri giocatori rappresenta una condizione imprescindibile di ogni team di successo. Per far questo, Kerr ha ancora una volta attinto alla sua esperienza, in particolar modo al suo passato da panchinaro.

“Mi relaziono meglio con i giocatori della panchina, proprio perché lo sono stato anch’io.”

Dice. Il modo in cui li tiene focalizzati sul progetto, nonostante l’impiego non sempre soddisfacente? Una comunicazione aperta e leale con ognuno di essi. I suoi giocatori sanno che con Kerr possono parlare apertamente, che sono considerati tutti alla stessa stregua e che ciò che hanno da dire sarà preso in considerazione, senza personalismi o, peggio ancora, favoritismi. Dal canto suo, il coach non dimentica delle volte di ammettere con estrema tranquillità di aver commesso un errore, quando è il caso, o di portare le proprie scuse a qualcuno per lo scarso impiego. Si è meritato il rispetto dei giocatori per averli sempre trattati equamente. Ogni due settimane infatti è solito organizzare incontri individuali con tutti i membri del roster, registrando i pensieri di ciascuno di loro su come stiano giocando e di cosa abbiano bisogno.
La principale forza di Kerr è quella di aver compreso ben presto come le squadre sportive siano organizzazioni complesse, composte da uomini con differenti caratteristiche e punti di vista ma in sostanza accomunati dalla volontà di far parte di qualcosa che abbia per loro significato e che li renda felici. Kerr ama ricordare come si tratti di una players’ league. La NBA appartiene principalmente ai giocatori, ed è necessario che questi si divertano. Chris Ballard di Sports Illustrated ha testimoniato di come l’allenatore degli Warriors sia riuscito a creare un ambiente di allenamento “basato su un semplice concetto: gli atleti sono più produttivi, e felici, quando non si annoiano.”

Dopo aver incontrato Pete Carroll, coach dei Seattle Seahawks della NFL, e aver appreso della sua abitudine a far sparare la musica a tutto volume dalle casse durante gli allenamenti, ha immediatamente adottato lo stesso espediente anche sul campo di allenamento di Golden State. Così, per fare un tentativo. La noia, e l’appiattimento che questa comporta, è argomento da sempre caro a coach Kerr. Perché la prestazione di un atleta sia ottimale, è necessario evitare condizioni di stress o di eccessivo affaticamento ma, allo stesso tempo, può essere pericoloso adottare esercitazioni non allenanti, perché troppo facili o abitudinarie. Per raggiungere la condizione di gratificazione intrinseca durante la prestazione, che poi determina il grado di soddisfazione dell’atleta, è opportuno allora far coincidere il più possibile le richieste dell’allenamento con le capacità potenziali, affinché le genialità del soggetto trovino nel loro impiego la massima realizzazione. Kerr appare sempre in cerca di nuovi stimoli, per interrompere la routine giornaliera. Delle volte anche apparentemente inutili e improduttivi. Una volta troncò improvvisamente una riunione col suo staff per far salire i suoi assistenti sul SUV di Luke Walton, guidare per circa 30 miglia verso Miur Beach, togliersi i boxer e tuffarsi nel Pacifico per un bagno tonificante. Per essere al massimo nel momento del lavoro, può aiutare imparare a portare all’estremo anche l’opposto, ovvero la capacità di rilassarsi.

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Avere la possibilità di divertirsi non sempre è una prerogativa di team di alto livello. In questi la pressione per i risultati tende ad essere molto alta. Per mantenere tale, non scontata prospettiva, ovvero provare piacere dal puro e semplice scendere sul parquet e giocare, e ritenersi fortunati per questo, Kerr cerca sempre di mantenersi e mantenere i suoi focalizzati su attività di vario genere al di fuori del basket. “Il basket è la nostra professione. Questo è incredibile,” sostiene Steve “ma come è successo? È utile pensare a questo. Devi distinguere la serietà che richiede il tuo mestiere, lavorando per raggiungere qualcosa di speciale, dal riconoscimento dell’assurdità dietro a tutto questo.” Il messaggio è chiaro: è possibile prendere seriamente il proprio lavoro e comprendere allo stesso tempo come si tratti soltanto di una parte della tua vita. Ti devi dedicare allo sport, sacrificarti, lavorare duramente, fare il tuo meglio, non dimenticando però di apprezzare la vita nel suo complesso, spendendo del tempo con le persone amate, facendo cose che ti procurano piacere. Secondo Kerr, mantenere tutto quanto nella giusta prospettiva, coltivando interessi fuori dal campo, aiuta ad avere successo. Una delle modalità attraverso le quali promuove giornalmente questa mentalità è invitando degli ospiti a parlare alla squadra, personaggi appartenenti ai più svariati settori, il cui insegnamento e esempio possano ispirare e stimolare i giocatori, per incoraggiarli a vedere oltre il tabellone dei canestri.

Michael Lewis ad esempio, autore di best seller come Moneyball, The Big Short o The Blind Side, ha raccontato la propria esperienza davanti alla squadra, colpendo fra gli altri proprio l’immaginario di Curry, con le sue considerazioni sull’importanza di preservare il rapporto con quelle 2-3 persone, che nonostante il successo raggiunto, continuano ad essere oneste nei giudizi nei tuoi confronti (a discapito della moltitudine di accondiscendenti), contribuendo sensibilmente a farti tenere la barra dritta. A Kerr non fanno difetto gli interessi, ne ha anche troppi. È lettore avido ed eclettico per esempio. La sua capacità di fare propria la lezione imparata da altri, su altri campi, rappresenta una chiara ragione del successo con gli Warriors. Difficilmente trovereste il basket, o lo sport in generale, fra le sue letture serali. Si va infatti da Al Pacino, dall’astrologo di Ronald Reagan, a testimonianze di carcerati incolpati ingiustamente, passando per la storia del duo musicale Hall and Oates. Ma in generale tutto ciò che sia in grado di stuzzicare il suo interesse, o offrirgli uno spunto per stimolare le persone che gli stanno intorno.

Per questo, come dice Walton, Steve Kerr è il miglior boss del mondo.

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Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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