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Ciao Yao!!!

Navigando su internet e andando alla ricerca di materiale utile per sfamare la mia voglia di NBA,  mi imbatto in queste statistiche piuttosto curiose: zero punti e due rimbalzi all’esordio NBA; ancora zero punti, un rimbalzo e una stoppata nella partita di addio alla NBA e contestualmente al basket giocato.

Sembrerebbe il caso di una carriera disastrosa e invece in mezzo ci sono 9.247 punti, 4.494 rimbalzi e 920 stoppate e un mondo immenso da scoprire, grande almeno come il paese, la Cina, che ha dato i natali al nostro personaggio.

La Muraglia cinese, il mandarino (inteso come lingua e non come frutto), il comunismo, le dinastie imperiali, Confucio, le tipiche lanterne rosse che sempre più frequentemente vedo appese all’ingresso di negozi e ristoranti ….e Yao Ming. Non sono mai stato sedotto dalla Cina, preferirei viaggiare altrove anche se sono convinto che resterei esterrefatto dal fascino immenso di un paese dalla storia millenaria, ma Yao ha una forte carica attrattiva verso il mio interesse cestistico, non foss’altro per la sua capacità di non sembrare goffo in un campo da basket nonostante i suoi 2 metri e 29 centimetri.

Già la sua data di nascita mi incuriosisce; nato il 12 settembre (stesso giorno di chi mi ha dato la vita e quindi permesso di amare il basket) del 1980 (mio anno di nascita), Yao Ming risulta ad oggi l’unico giocatore cinese ad essere stato chiamato con la prima scelta assoluta al Draft NBA e, cosa ancora più sorprendente fino a qualche decennio fa, l’unico giocatore cinese ad essere stato inserito nella Basketball Hall of Fame, tra l’altro cosa che è accaduta nello stesso giorno, e scusate se è poco, in cui è stato riservato il medesimo trattamento a due mostri sacri del basket fine anni ’90 inizio 2000: Allen Iverson e Shaquille O’Neal.

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Nato da due ex giocatori di Basket, Yao Zhiyuan e Fang Fengdi, il piccolo (in termini di età e non certo dal punto di vista fisico) mette in mostra fin da subito una qual certa confidenza con la palla in mano. Abbandonate le velleità da pallanuotista, (immaginate il disagio per un bambino di nove anni alto 1 metro e 65 centimetri, con il 41 di piede, a muoversi in vasca assieme ai coetanei), Yao decide di intraprendere la strada dei genitori e di dedicarsi al mondo della palla a spicchi. Si sono fatte sempre un sacco di supposizioni sul concepimento del centro cinese; c’è chi dice che sia nato da un esperimento genetico, chi afferma che sia stato cresciuto dagli scienziati; chi è pronto a giurare che Yao sia stato “cantierato” da una folle perversione del regime dittatoriale cinese che impose a due atleti di procreare, “loveless”, un figlio che avrebbe dovuto dominare il mondo del basket, come invece c’è chi afferma che sia il semplice frutto dell’amore sincero di due giovani innamorati.

A me tutto questo interessa relativamente, anzi proprio per niente, ciò che attira il mio interesse sono le pagine di storia del basket, dentro e fuori dal campo,  scritte dalla delicatezza e la dolcezza di due mani che, seppur enormi, sembrano quelle di Paganini al violino. L’esordio nel basket professionistico avviene nel 1997 ad appena 17 anni con gli Shangai Sharks. Nella massima serie cinese Yao domina e impressiona gli addetti ai lavori in patria e fuori e le sue dimensioni attirano  e suscitano i primi interessi degli scout a stelle e strisce.
Alla terza finale consecutiva raggiunta con gli Squali della sua città natale riesce a vincere il titolo cinese con cifre di tutto rispetto: 32,4 punti e 19 rimbalzi di media in quella che sarà la sua stagione d’addio al basket d’oriente. Ora imbarchiamoci sul primo volo aereo dalla Cina e trasferiamoci in Texas, e più precisamente a Houston.

A inizio anni 2000 i Rockets sono una squadra che naviga nei bassifondi della Lega. Gli anni di Hakeem the Dream sono lontani e anche tanto. L’anno 2001-2002 è pressoché disastroso. Steve Francis e Cuttino Mobley sono le principali armi offensive di una squadra gestita in play making dagli innumerevoli palleggi di Moochie Norris del quale in realtà invidiavo fortemente la capigliatura.  La stagione si conclude con un saldo di 28 vittorie e di 54 sconfitte in un annata che vedrà trionfare per il terzo anno consecutivo Kobe & Shaq contro i New Jersey Nets di Jason Kidd e Kenyon Martin. Houston sembra debba ricoprirsi di ignavia da li a molti anni a seguire ma come per incanto, quello che considero essere la più bella invenzione dello sport statunitense, il famosissimo e democraticissimo Draft, concede una chance alla franchigia texana e la Lottery decide di attribuirle la prima scelta assoluta e renderla una delle squadre più seguite della Lega. Il draft  non offre un granché: con il senno di poi posso arrivare a riconoscere tra i migliori scelti nel 2002 Mike Dunleavy alla 3, Amar’e Stoudemire alla 9, Caron Butler alla 10, Prince alla 23 e Boozer alla 34; capite bene che a parte STAT in versione Suns, non parliamo proprio della elite della NBA.

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Ma i Rockets hanno bisogno di un centro, un giocatore che possa dominare i tabelloni e che possa mettere punti a referto da dentro il pitturato, e Yao è il giocatore che fa per loro. Dopo Olajuwon nel 1984, John Lucas nel 1976, Elvin Hayes nel 1968, il centro cinese diventa la quarta prima scelta assoluta dei Rockets e le aspettative sono alte, così come alto è l’interesse che l’oggetto misterioso cinese suscita negli States e non solo. L’esordio non è dei più convincenti. 11 minuti, zero su uno dal campo per zero punti, due rimbalzi e sconfitta subita per mano degli Indiana Pacers. Le prime gare sono parecchio difficili per il centro cinese che gioca pochi minuti anche in virtù del fatto che sembra piuttosto impacciato a seguire il ritmo delle gare NBA.

Seguendo le sue prime apparizioni ricordo chiaramente la difficoltà di Yao a entrare a far parte di quel mondo; suscitava in me un forte senso di ansia perché desideravo fortemente vedere quell’ elefante destreggiarsi agevolmente all’interno della cristalleria NBA, desideri che spesso restavano inespressi.

La mia indole di propensione verso chi è in difficoltà e buono d’animo, soffriva nel a vedere il viso timido ma fiero di quell’uomo, indifeso come fosse un bimbo, subire una umiliazione dietro l’altra, e le prime sette gare mostrano numeri rovinosi per una prima scelta assoluta: 14 minuti di media con 4 punti a referto per partita giocata. Lo scetticismo è a livelli esorbitanti e l’ironia è facile nei confronti di un giocatore proveniente da una cultura e da un mondo diametralmente opposto a quello della patria statunitense. La cultura, proprio lei, che arriva in soccorso e ribalta le sorti dell’enorme centro cinese. Quella cultura che è fortemente influenzata dalla scuola di pensiero che ha caratterizzato la formazione dell’etica umana all’ombra della Grande Muraglia. Un’etica di vita scandita dagli insegnamenti basati sulla rettitudine, sulla giustizia e sull’armonia delle relazioni umane dettati da Confucio, che seppur vissuto tra il 551 a.c. e il 479 a.c., ha ispirato e influenzato le scuole di pensiero e lo stile di vita del popolo cinese fino ai giorni nostri.

“Non importa che ti muovi piano, l’importante è che non ti fermi”

Tra migliaia di aforismi confuciani, questa massima sembra scritta per Yao.
La sua intelligenza, la sua capacità di comprensione, la sua visione del mondo, abbinate all’etica professionale e al rispetto per il lavoro, permettono al nativo di Shangai di imparare a piccoli passi come crescere in un ambiente del tutto nuovo. Il ragazzone non si ferma davanti alle difficoltà,  si adatta e si immerge nel sistema basket NBA e nel giro di pochi mesi diventa importante per la squadra.

Le sue movenze sono più fluide, i piedi viaggiano più veloci e le mani non hanno bisogno di niente di diverso di quello che la natura gli ha donato, il tutto con quella bontà d’animo che lo porta ad onorare e rispettare anche il più rognoso degli avversari. La stagione da rookie la chiude a 13,5 punti di media e 8,2 rimbalzi, ottenendo la convocazione all’All Star Game come riserva di Tim Duncan (credo fortemente che un leggero contributo l’avrà fornito il fattore televoto proveniente dalla Cina).

Il secondo anno è migliore con  17 punti abbondanti e 9 rimbalzi di media e la squadra sale al di sopra del 50% di vittorie pur non riuscendo a raggiungere i playoff all’interno di una Western Conference ultra competitiva. Gli anni migliori arrivano con l’approdo in maglia Rockets di Tracy McGrady, che insieme al centro cinese riporta Houston ai Playoffs. Purtroppo T-Mac, Yao e compagni non faranno mai tanta strada nella post season, anche a causa degli innumerevoli guai fisici che bloccano il centro cinese, ma sicuramente in quegli anni sono una della principali attrazioni del circo di David Stern.

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Il 2008-2009 sembra l’anno buono, i Rockets partono come una delle migliori ad Ovest e Yao dimostra di poter dominare se gode di buona salute, tanto più che alle sue spalla c’è un centro di esperienza come Mutombo in grado di garantire minuti di livello e far rifiatare il cinese. I numeri sono ottimi, quasi 20 e 10 di media e finalmente il passaggio di un turno ai playoffs nonostante (o forse grazie) l’assenza per infortunio di T-Mac. La serie successiva è contro i Lakers ed arriva fino a gara 7 con la vittoria di Kobe & C. ma questa serie sarà fatale a Yao Ming che rimedierà “l’infortunio” al piede sinistro che da li a poco lo costringerà a dire addio al mondo del basket.

L’anno successivo Yao è costretto a saltarlo per intero, e al suo rientro i medici concordano con lo staff tecnico per evitare i back to back e di limitarne a poco più di 20 minuti l’impiego. La carriera si spegne piano piano come un lumicino, le ricadute al piede sinistro sono sempre più frequenti e il 10 novembre 2010 calca per l’ultima volta un parquet NBA contro i Wizards, chiudendo la carriera come l’aveva iniziata: “scoreless”.
Sempre presente all’All Star game fatta eccezione per gli anni da infortunato, Yao è stato il simbolo della globalizzazione del basket made in USA, è stato il pioniere del basket cinese in terra americana e ha affrontato il suo percorso sempre con il sorriso tra le labbra, nonostante gli infortuni  e le angherie cha ha dovuto subire dal macho smisurato della cultura afroamericana che domina la lega. L’amore per il gioco, la sua bontà d’animo e l’ammirazione per compagni ed avversari gli sono valsi il rispetto di fenomeni assoluti della NBA come Shaq e Duncan e gli sono costati a volte anche delle brutte figure (e chi se la scorda l’esilarante stoppata rimediata da parte di Nate Robinson nel duello più squilibrato della storia del gioco dal punto di vista dei centimetri).

In patria è riconosciuto come un monumento vivente, ha dominato ed è stato leader indiscusso della nazionale cinese per anni, è stato portabandiera alle olimpiadi di Atene nel 2004 e nel 2008 a Pechino e sarebbe stato anche il tedoforo incaricato a portare la fiamma olimpica nello stadio a nido di uccello se la sua grande umiltà non lo avesse portato a rifiutare e far presente come ci fossero altri atleti meritevoli di tale onore. L’impegno nel sociale e la promozione della cultura sportiva in patria lo hanno elevato a punto di riferimento ed esempio da seguire per i più giovani.

Un gigante nel fisico ma soprattutto un gigante nell’anima e nel cuore che ha fatto la storia del basket cinese e  mondiale, e che ha insegnato (o almeno ci ha provato) al mondo cestistico statunitense una cultura del gioco differente, meno legata al testosterone e più legata alla spiritualità. Ma d’altronde non ci si poteva aspettare altro da un nativo della terra di Confucio e il ricordo più bello sarà quello di vederlo volare in contropiede in un coast to coast con tanto di dietro schiena e schiacciata finale. Ciao Yao.

Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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