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Chi è il GOAT?

“Non di soli Celtics vive l’uomo”, anche se a dire il vero questo non sarebbe un brutto periodo per farlo…

E così l’altro giorno mi sono messo a guardare Lakers-Rockets, per vedere a che punto stava il bambinone con il suo gioco nuovo.

Diciamo bene. Aggiungiamo che, come al solito, le mie previsioni sono andate buche: mi aspettavo di vedere un anno di qualche highlights, tanto pettegolezzo e spettacolo extracestistico, tanti siparietti con il premiato terzetto comico Rajon-Javal-Lance e una stagione che potesse vedere per la prima volta da quando frequentava l’asilo nido LeBron che non si qualificava per i PlayOffs. Quando uno la sa lunga …

Ma il vederlo giocare e trasformare i Lakers, ovvero questa sorta di cugini stupidi ma simpatici (vogliamo dire che se la giocano con Knicks, Wolves e Kings come peggior dirigenza ever?), mi ha riportato ad un altro topic che ormai comincia a girare.

Aprendo youtube capeggiava un video che recitava: ”ce la farà LBJ a superare il record di punti in carriera di Wilt the Stilt?”. Già, perchè pur essendo la stella che meno assoceresti all’idea di segnare tanti punti, il ragazzo si sta approssimando anche a questo traguardo impensabile.

O qualche settimana fa in una puntata di Ball Don’t Lie erano andati a verificare quanti giocatori del draft di LeBron fossero ancora oggi nell’NBA e con quali risultati; risposta: quello che ad oggi ha un ruolo più significativo è Luke Walton, il suo – sigh – allenatore. Wade e West sono in zona prepensionamento (guardano con apprensione alla quota 100 di Salvini?), mentre Korver è l’unico che ancora “prova” ad essere un giocatore di basket. Quest’altro ha messo in piedi una (l’ennesima) stagione da MVP.

La domanda, quindi: ma non è questo è il GOAT, ovvero (per chi non sapesse che nulla ha a che fare con gli ovini) il Greatest Of All Times?

Un mondo di certezze

Fino a un 2 anni fa, dal Manzanarre al Reno, c’era una cosa che metteva d’accordo tutti i tifosi ed esperti NBA del mondo, quasi un dogma della fede che non si poteva nemmeno immaginare di mettere in discussione: il GOAT è Michael Jordan. Frase dolorosamente valida perfino per chi, come il sottoscritto, lo ha sempre detestato.

Bene Bill Russell, con i suoi 11 anelli (traguardo ovviamente irripetibile), bene Jerry West, il Mr Clutch che si è tatuato sul logo NBA, bene Magic, il Re dello show time, bene Kobe, ovvero il suo miglior imitatore, al netto di una testa marcia che gli ha probabilmente impedito di superarlo. Bene anche Shaq, che se avesse dedicato al basket un po’ più di interesse avrebbe potuto dominare l’NBA per tutta la carriera, anzichè solo per quei 3 insensati anni del threepeat Angeleno. E infine bene anche Chamberlain, i 100 punti in una partita, i 20 rimbalzi di media in carriera, la stagione a 50 punti di media a partita. Per non citare Mikan, dominante come nessuno, ma il fatto di giocare in uno stagno troppo piccolo, in cui in pratica nuotavano solo amici e parenti, ne ha necessariamente ridimensionato l’epicità.

Ma alla fine tutti d’accordo che il più forte di ogni epoca fosse il simpatico Mr June.

Per i primi 10 anni di carriera LBJ è sempre stato giudicato nella categoria dei “buono, ma”, perchè era troppo altruista, poco clutch, poco focalizzato, etc.

Adesso che, secondo criteri umani, la sua carriera è quasi conclusa (a meno che per lui il tempo non si conti come per i cani, per 7, e quindi possa giocare ancora per i prossimi 50 anni, ipotesi esotica, ma che non mi sento di escludere) sembra però lecito fare altre considerazioni.

Partiamo quindi con una bella disamina non professionale sulle motivazioni del partito del LBJ GOAT, per vedere se ha motivazioni convincenti per rimettere in discussione il risultato del sondaggio più bulgaro della storia dello sport.

Ovviamente non arriveremo da nessuna parte, ma speriamo di divertirci durante il viaggio.

Anelli e finali

Pare brutto, o poco fine, ma qualsiasi discorso sul più forte di sempre parte necessariamente da qui.

Michael ha un impeccabile 6/6/6, ovvero 6 finali giocate, 6 anelli vinti, conditi da 6 titoli di MVP delle Finals. Il tutto in 15 anni di carriera, sempre che non ci ripensi e torni a giocare. E fidatevi, con lui, non è una battuta.

LeBron ha un interessante 10/3/3, ovvero 10 finali giocate (di cui OTTO consecutive), 3 anelli e 3 titoli di MVP delle Finals (anche se almeno altri 2 MVPs, seppur in squadre perdenti, avrebbe dovuto legittimamente portarseli a casa), anche lui in 15 anni di carriera. Ma qui il tassametro corre ancora.

Al di là di un doveroso “bravi entrambi”, come si possono pesare 2 situazioni così diverse? Vale di più il 100% di vittorie, o il fatto di essere arrivato sul palcoscenico finale quasi il doppio delle volte?

Lato Jordan, posso dire che aveva il vantaggio che nelle finali che ha giocato la sua squadra era sempre la più forte, con la sola eccezione (a parer mio, non necessariamente universale) del 98, quando i Jazz erano più forti, ma se la sono proprio giocata male. Quindi, tranne eventualmente in un caso, i Bulls hanno fatto “semplicemente” il loro dovere.

Lato LeBron invece nelle numerose finali giocate la sua squadra era la chiara favorita solo in 3 (le prime 3 con Miami), delle quali 2 sono state vinte, mentre quella persa con Dallas è la sola vera pecca che vedo nei risultati di LeBron nelle Finals. Quella contro San Antonio è andata persa, ma in maniera così rocambolesca che non mi sento di considerarla. Però a compensazione di questo c’è il capolavoro assoluto, il Gronchi rosa, il Davide contro Golia, la vittoria di Cleveland contro Golden State (condita dal primo titolo professionistico della storia della città, per lui anche quasi natale). Negli altri casi semplicemente il divario era tale che nessuno al mondo (probabilmente nemmeno Jordan) sarebbe riuscito a invertire questo fatto.

D’altro canto il fatto che LeBron sia andato così spesso in finale è figlio del sua dominanza, ma anche di una cronica (e imbarazzante) inadeguatezza della Eastern Conference nell’era LeBron, incapace di produrre alcun avversario vagamente significativo per il Re.

Jordan invece giocava in una conference ben più competitiva, con i Knicks di Ewing, i Pacers di Reggie Miller, i Cavs di Price, Nance e Daugherty, gli Heat di Hardaway/Mourning e i Pistons dei Bad Boys.

Diciamo quindi che il confronto fra quelli che dovrebbero essere i “freddi” numeri è in realtà piuttosto complesso, data l’evidente differenza di situazioni. Gli anni di LeBron vagamente comparabili sono stati quelli di Miami, dove giocava in una squadra piena di stelle e favorita per il titolo, con Wade e un indimenticato Bosh STRATOSFERICO, oltre a specialisti di pregio come Allen, Battier, Haslem. E su questo periodo ha raggiunto grandi risultati, ma è stato meno inappuntabile di Jordan.

Sugli altri anni però, mentre Michael si trastullava con gente come Pippen, Grant, Rodman, Kukoc, Kerr, Bison Dele (già, pure lui), Harper, Armstrong, Paxon (e quando il cast non era questo, di finali non si sentiva nemmeno l’odore!), il nostro LeBron portava in finale imbattuti portabandiera del rifiuto solido urbano come Pavlovic, Ilgauskas, Dellavedova, eR Medusa, Larry Hughes (quando già si era capito che non era forte) e l’indiscussa star Boobie Gibson (chi era costui?!).

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Banalità

Vi risparmio di scendere in dettaglio su fatti evidenti, ovvero: Michael è decisamente più forte come attaccante 1vs1, come giocatore di post basso e (leggermente) come tiratore da fuori, mentre è infinitamente più carente come costruttore di gioco per gli altri. Non credo di dover argomentare oltre per convincervi di queste affermazioni.

Difesa

Jordan ce lo hanno sempre venduto come un ottimo difensore. Ha pure vinto un premio di difensore dell’anno, a mio parere di quelli più da propaganda sovietica che di quelli veramente meritati. Capiamoci, Jordan era un signor difensore. Quando voleva. E quest’ultimo inciso è fondamentale. Per mille motivi, molti dei quali anche condivisibili, ovvero di dover reggere quasi da solo il peso dell’attacco della squadra, Jordan è stato un difensore pigro e disinteressato per buona parte della carriera. Il suo ruolo difensivo normalmente si riduceva al non far danno, e al recuperare palloni scommettendo sulle traiettorie di passaggio. Per chi non lo avesse visto giocare: diciamo come Kobe, ma con ancora della dignità.

Certo poi era in grado a comando di accendersi e diventare per 5 minuti a partita il miglior difensore sugli esterni della lega, e su questo credo non ci sia nulla da appulcrare.

Con LeBron parliamo di un altro universo. Il fatto di ridurre spesso lo sforzo in difesa è ovviamente condiviso, ma il livello ultraterreno di partenza fa sì che il LeBron che si risparmia sia comunque in top15 tra i difensori della lega. E poi ci sarebbe quel fatterello della duttilità difensiva. James può marcare senza nessun problema tutte e 5 le posizioni in campo. Può forse non essere al top contro le point-guard veramente veloci (vorrei vedere chi lo è, comunque), ma in ogni caso non fa danno. Se invece prendiamo mostri sacri difensivi come Kawhi, non potrebbe marcare i lunghi, mentre Antetokounmpo avrebbe anche lui problemi con i piccolissimi, ma anche con i 5 troppo robusti.

Insomma, su questo punto mi sentirei di dire: vantaggio LBJ.

Primato fisico

Michael era un atleta eccezionale. Per il suo tempo. Oggi mezzi figuri come Lavine o Gerald Green hanno capacità atletiche (ribadisco: ATLETICHE. E basta) perfino superiori. Ma anche nel suo tempo Jordan era raro, ma non certo unico: Drexler, Nance, Wilkins erano se non uguali, almeno paragonabili a Jordan e alla sua capacità di essere “Airness”.

Per LeBron invece parliamo di un qualcosa di incomparabile per i contemporanei, o per qualunque atleta mai visto sui 28 metri. Parliamo del fisico massiccio di Karl Malone (ovvero già qualcosa di non proprio convenzionale), con le possibilità di movimento di una guardia: quella combinazione, di stazza, forza, velocità, destrezza, atletismo, coordinazione non hanno un equivalente nella storia del gioco.

Evoluzione

Jordan ha giocato 15 anni in una lega che è cambiata poco durante la sua permanenza. Gli anni delle partite ai 120 punti e dei ritmi forsennati erano già passati, si giocava un gioco molto fisico, le zone erano vietate e la capacità di fare o leggere i raddoppi sulla stella avversaria spesso decretava il successo di una squadra. Il Pick & Roll era la legge, ma anche gli isolamenti su un quarto di campo erano lo strumento più efficace per andare a referto quando contava. E i quattro sull’altro lato di campo non erano appostati fuori dall’arco per far pagare i raddoppi, erano semplicemente lì parcheggiati per tenere il proprio difensore troppo lontano per poter raddoppiare. Le triple si usavano poco, e il midrange era la zona da cui fare “volume” per i punti. L’handcheck non esisteva (nel senso che non era proibito dal regolamento), e il difensore poteva abusare a piacimento dell’attaccante facendogli le peggio cose. Questo, bello  o brutto che fosse, era il contesto che MJ ha affrontato per tutta la carriera, senza che gli venisse proposto o richiesto qualcosa di diverso. Il cambiamento nel suo gioco, passato dal penetratore/schiacciatore al tiratore dalla media in fadeaway, con ampie digressioni in post, è stato dettato più dal suo adattarsi al naturale rallentamento fisico e alla maggior comprensione tecnica del gioco che da una necessità di reagire ad un cambio di contesto tecnico.

Per LBJ invece in questi 15 anni il mondo è cambiato. Dall’NBA molto statica di inizio anni 2000, quando i punteggi erano bassi, il pace di più, le difese regnavano (si pensi a San Antonio, Pistons, anche i Celtics o la Miami dei titoli) e gli attacchi erano abbastanza asfittici, si è passati a quella odierna, con punteggi di nuovo intorno ai 120 punti a gara, un ritmo forsennato, gli switch difensivi su ogni pick & roll, le triple grandi protagoniste di ogni attacco. Per assurdo LeBron, calato in questo contesto in profondo cambiamento, sembra essere cambiato meno. Certo, il tiro da fuori (addirittura da 3) completamente assente all’inizio carriera si è poi presentato, fino a diventare affidabile, ma per il resto James ha più che altro raffinato (a livello insensato) quello che già c’era all’inizio ovvero, con orrenda semplificazione, essere un play di 210 cm che palleggia finché la difesa, disperata, o lo lascia tirare, o lo raddoppia, e allora lui fa partire la rasoiata per il compagno libero. L’unico vero movimento del tutto nuovo introdotto in questi anni è stato il giro sul perno in allontanamento partendo spalle a canestro, fatto con un compasso di gambe che gli crea praterie di spazio davanti, con il quale ha iniziato a deliziarci lo scorso anno.

Michael Jordan drives baseline

Eleganza

Potrebbe sembrare marginale nel definire chi è più forte, ma visto che si parla dell’eccellenza assoluta di ogni epoca, mi sembra giusto tenere in considerazione anche questo aspetto.

LBJ, come detto sopra, ha una velocità e coordinazione miste a potenza che non si sono mai viste per un giocatore di queste dimensioni. Vero. Incredibile. Meraviglioso. Anche elegante? Non esageriamo.

La postura di LeBron è quella di un grosso gorilla con le gambe arcuate e i piedi che puntano verso l’esterno. Un enorme treno merci lanciato a folle velocità, che inspiegabilmente riesce a mantenere il controllo che potrebbe avere un uomo sui pattini. Ma sempre di un treno merci si tratta.

Quell’altro invece era un ballerino che danzava nell’aria.

Non paragonabili sotto questa categoria.

Simpatia

Con questo paragrafo intendo analizzare quanto sia “simpatico” per i compagni di squadra giocarci insieme.

Posto che vincere è bello per tutti, giocare insieme ad una stella di queste levature richiede sacrifici. Se su Jordan è stato detto tutto il peggio possibile (un bullo che gira per gli spogliatoi, viziato, esigente oltre il buon senso e perennemente inc@zzato), anche LeBron, pur molto più passatore e altruista, non ha proprio generato entusiasmi.

Kyrie è fuggito appena ha potuto (certo, era Kyrie, però …), mentre Durant ultimamente ne ha detto maluccio…

Per quanto più altruista e meno “effervescente”, con James si gioca come vuole lui: certo, tiri con 5 metri di spazio, ma tiri quando vuole lui, con i suoi ritmi, e se sbagli va subito male…

Clutchness

Su questo punto LeBron è partito malissimo, dando l’impressione di non volersi/sapersi prendere i tiri importanti. Il tutto poi è stato abbondantemente ridimensionato dai fatti, e oggi nessuno si sogna più di dubitare degli attributi di James e della sua capacità di salire di livello quando conta.

Però, dite la verità: se aveste il famoso tiro da cui dipende quanto avete di più caro, voi a chi lo dareste?

Conclusioni

Mettiamola così: non avrei mai immaginato che l’attribuzione del GOAT a Jordan potesse mai essere messa in discussione. Ma non è possibile negare l’evidenza che James sia riuscito nell’intento.

Personalmente rimango del partito dei Jordaniani (per quanto, detto da me, questo possa far ridere), ma mi rendo conto che l’incredibile carriera di questo asteroide caduto sulla terra che è LeBron abbia riaperto i giochi, riportando a giudizio soggettivo ciò che fino a 2 anni fa era oggettivo e universale.

Credo che Jordan abbia tutt’oggi un vantaggio non colmabile da LeBron, che non ha dietro nulla di tecnico: il mito.

Parlo del fatto di aver giocato nell’epoca in cui l’NBA è passata dall’essere il campionato di basket di una nazione, ad essere il più grande spettacolo di entertainment su base sportiva a livello mondiale. Non solo: di esserne stato la faccia.

E il tutto in un’epoca in cui l’informazione c’era, ma non era certo onnipresente come oggi.

Le immagini di Magic e Bird nel mondo arrivavano a singhiozzo. Quelle di Chamberlain, West, Russell, non arrivavano proprio. Oggi invece le immagini dell’NBA arrivano a chiunque. Ovunque. TUTTE.

Jordan viveva in quel giusto equilibrio che ne ha consacrato il mito.

Oggi Twitter, un milione di bloggers e tutti gli analytics del mondo ci fanno sapere tutto sull’NBA, con un effetto di sovra-analisi che tende a limitarne l’epicità, a inviarci ogni giorno Giga e Giga di immagini che si stratificano le une sulle altre.

Cosa vi ricordate di veramente epico di LBJ? La chasedown in finale su Iguodala? Ok.

Un canestro da 3 allo scadere per vincere una gara (credo gara 2 o 3 delle finali dell’est) contro i Magic? Bravi. Poi? Forse un mare di canestri in gara 6 e 7 contro Golden State nell’anno del titolo, ma ne ricordate qualcuno in particolare?

Invece di Jordan ditemi chi non ha chiara in testa l’immagine quando vi parlo di:

Il tiro allo scadere contro Cleveland, quando segna il canestro della vittoria in faccia a Craig Ehlo, e poi corre indietro e salta pazzo di gioia?

Il tentativo di schiacciata, credo contro Sam Perkins, quando in aria cambia mano e va a concludere in sottomano di sinistro?

Il tiro in sospensione dalla lunetta per vincere in gara 1 di Finale del 97 contro i Jazz su Bryon Russell, dalla lunetta?

Il nausea game (gara 5 di finale dello stesso anno, in trasferta), quando nei timeouts doveva essere sorretto da Pippen perchè letteralmente non stava in piedi, salvo poi farne comunque 50 e vincere la partita?

Il tiro della vittoria nelle Finals (gara 6 del 98), sempre in elevazione dalla lunetta, sempre con Bryon Russell (era fallo in attacco, ma di questo abbiamo già parlato…), con quel braccio alzato e polso flesso, a celebrare la più grande chiusura di carriera nella storia dello sport (il fatto che poi sia tornato per 2 inutili stagioni a Washington è un’altra storia, che per fortuna non rovina questa)?

Se avete risposto sì a tutti e 5 i punti sopra, non potete che essere d’accordo con me

Vae Victis

LeBron James shakes hands with Michael Jordan

Carlo Torriani

Carlo Torriani

Colpito a tradimento dal virus della palla arancione nel lontano ’92, quando sono rimasto folgorato vedendo giocare il ragioniere di Spokane (John Stockton, per chi colpevolmente non lo sapesse), da allora non sono più riuscito a disintossicarmi, e sono diventato un NBA addicted. Mi diletto maniacalmente anche nella pallacanestro giocata, con risultati che di rado superano la soglia del dilettantismo spinto. Ah, ho anche un lavoro vero (per quanto lo possa essere un’occupazione nell’informatica), ma quello è meno interessante... Sposato e con 2 figli, il primo già sapientemente instradato sulla via della palla cesto.

 

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