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Central Division: Cavs col pilota automatico

La Central rappresenta forse la Division che ai nastri di partenza esprime il maggior quantitativo di talento a est del Mississippi. A fare da “lepre” in sede di preview ormai da un paio di anni ci sono i Cleveland Cavaliers di un certo LeBron Raymone James. E poiché a questo giro parliamo anche di coloro che si possono orgogliosamente fregiare dell’appellativo di defending champions, riferirsi ai Cavs come a semplici battistrada appare quantomeno riduttivo. Irving e compagni rischiano infatti di schiantare una dopo l’altra ogni velleità di qualsivoglia pretendente al trono dell’Est, che in Ohio cominciano un po’ a considerare come la poltrona del salotto di casa. Le rivali più accreditate dell’ultimo lustro però (Indiana e Chicago) non sono rimaste a guardare ed hanno operato delle mezze rivoluzioni in sede di mercato, nell’assoluta convinzione, tipica dello sport americano, che stare a metà del guado non convenga poi a nessuno. Per finire, Detroit e Milwaukee, le restanti due compagini, vantano organici talmente freschi e dal potenziale così intrigante da non poter essere escluse a prescindere dalla corsa a un seed dei playoff del prossimo aprile.

Cleveland Cavaliers

Avendo centrato il bersaglio grosso, quel titolo in uno dei massimi campionati professionistici americani che mancava in città da ben 52 anni (citofonare ai Browns della NFL), il GM David Griffin ha scelto la via più scontata, ovvero quella di conservare intatta la totalità, o quasi, del nocciolo duro dei freschi Campioni NBA. D’altro canto, dai festeggiamenti sfrenati di quel 19 giugno scorso, in pochi, in quella che (incidenza di LBJ a parte) viene considerata ancora una specie di errore sul Lago Erie, se la sono sentita di suggerire al management di intervenire energicamente sul roster. Così, come nel più classico dei provvedimenti di condono, l’ancestrale disputa sulla cessione di Kevin Love è stata finalmente accantonata in soffitta. È vero che l’ex-T’Wolves non ha esattamente deliziato il pubblico dell’Ohio con le parti migliori del suo repertorio, meno che mai lo ha fatto nelle fasi decisive dei playoff. Però il ragazzone di Santa Monica ha dimostrato impegno e spirito di sacrificio, persino in un epilogo di finale complesso, facendo capire al coach che può essere utile alla causa anche in modi differenti da quelli per cui era stato ingaggiato a suon di milioni. Allo stesso modo non possono essere considerate modifiche sostanziali le perdite di Mozgov e di Dellavedova. Commoventi in occasione della finale persa due anni or sono ma – diciamoci la verità – decisamente impalpabili nel nuovo corso, quello inaugurato con la cacciata di Blatt. Il cambio di rotta ha portato sul pino l’allenatore nuovo di zecca (nel senso proprio di fresco di conio) ed ex-tappetino da spiaggia di Iverson, Tyronn Lue, il quale è riuscito a centrare l’anello di Campione NBA al primo tentativo, garantendosi per giunta un contratto da 7 milioni di dollari all’anno. Che Lue, nonostante la relativa esperienza, si sia meritato questo riconoscimento rientra di diritto fra le verità comunemente accettate di questo strano mondo: raramente abbiamo ammirato un rookie prendere decisioni così delicate e allo stesso tempo così a cuor leggero su un palcoscenico tanto prestigioso. Non è lui ad essere uscito maggiormente disorientato dalla battaglia col ben più considerato Steve Kerr. Quest’anno potrà contare anche sulla follia di Chris Andersen, apparso un po’ meno diabolico nell’ultima esperienza a Memphis, e sulla pericolosità perimetrale di Mike Dunleavy. La firma del figlio del coach fa il paio con il rinnovo tanto sudato quanto provvidenziale dell’uomo senza maglietta, J.R. Smith, il vero snodo dell’estate dei Campioni. I due vanno a rimpinguare la batteria di tiratori scelti che il figlio di Akron si porta appresso come autentici pretoriani. Dopo un lungo tira e molla ed alcuni ammiccamenti in giro per la lega – leggasi interessamenti plurimi dei Celtics – J.R. si è garantito un quadriennale da 57 milioni di dollari. Piccolo disclaimer: l’agente di J.R. è quel Rich Paul che solo 12 mesi fa portò i Cavs per le lunghe con lo spauracchio della fuga di un altro tassello imprescindibile per le mutate sorti della franchigia dell’Ohio, il lungo canadese Tristan Thompson. Poiché però Paul cura gli interessi anche del capo della baracca, diciamo che la fumata bianca era dietro l’angolo. La novità forse più stimolante è rappresentata infine dal rookie Kay Felder, se non altro per l’ingente somma sganciata agli Hawks per avere i diritti sul 5’9”, scelto al secondo giro, che a Oakland ha messo insieme numeri pazzeschi.
Pronostico secco: 60-22, Cavs primi ad Est col pilota automatico e il braccio costantemente fuori dal finestrino. Kevin Love maggiormente coinvolto e in grado di produrre più che in passato in termini di statistiche e di impatto.

Indiana Pacers

Quando Larry Bird nella press conference di fine stagione ha sorprendentemente annunciato che l’incarico di head coach dei suoi Pacers non sarebbe stato rinnovato a Frank Vogel, l’allenatore più vincente della storia della franchigia da quando è approdata in NBA, in molti hanno gridato alla crisi di mezza età dell’uomo chiamato Leggenda. Ai più informati sul mondo giallo-blu tuttavia non sarà sfuggito il continuo e probabilmente sfibrante tiro alla fune fra il bravissimo allenatore e l’esigente presidente andato in scena durante l’intera ultima regular season. L’ex-Celtics aveva deciso infatti nella sua testa che fosse giunto il momento anche per una squadra dai tratti somatici storicamente spigolosi, dall’animo tignoso e dalla spiccata propensione a sbattersi nella metà campo difensiva, di rifarsi il look, allineandosi a certe tendenze – per così dire – più attuali. Bird voleva giocare piccolo, correre e tirare da 3. Per un po’ è stato assecondato, poiché Vogel è uomo di mondo ma il 4 atipico designato, che per una strana coincidenza era anche il primo, secondo e terzo miglior giocatore del roster – Paul George – ha finito ben presto per ammutinarsi, portando con sé l’intero progetto tecnico appena abbozzato. Per di più – mancanza dello stesso Larry Legend probabilmente – la rosa non era così adatta a tale cambiamento. Per cui via Vogel, fra i mugugni, dentro Nate McMillan, la cui promozione dal ruolo di assistente autorizzava i soliti detrattori del Bird di mezz’età a pensare che il campagnolo da French Lick non avesse in mano un reale sostituto. Niente di più sbagliato. Quantomeno il GM, Kevin Pritchard, dev’essere stato in sintonia con la decisione, se è vero che per 4 stagioni, per lo più fortunate (almeno le ultime), fu il boss dello stesso Nate ai Blazers. Purtroppo noi che osserviamo dall’esterno tendiamo facilmente a dimenticare ciò che non è più così attuale ed abbiamo incastrato McMillan nella non proprio esaltante definizione di coach difensivo e nulla più. In realtà se prendiamo le sue due incarnazioni precedenti meglio riuscite, ci accorgiamo che le caratteristiche che conferiva alle squadre che allenava erano ben diverse e probabilmente in linea con le esigenze del suo attuale management: grandissima efficienza offensiva (seppur giocando a basso ritmo). Pensando ai Seattle Sonics che nella stagione 2004-05 vinsero 52 partite e spaventarono in semifinale di conference i ben più quotati Spurs, possiamo richiamare più facilmente alla memoria il gioco perimetrale di una squadra che poteva schierare sul parquet Ray Allen e Rashard Lewis, ma anche “Broadway Joe” Radmanovic, e che finì seconda per triple segnate e tentate, dietro soltanto alla Phoenix di D’Antoni. Mentre l’impronta conferita dal coach ai Blazers del 2008-09 (54 W), quelli con Brandon Roy e LaMarcus Aldridge, rese gran parte degli addetti ai lavori concordi nel definire quella squadra la più divertente in assoluto della lega nella metà campo offensiva. Una volta trovato il coraggio di rivoltare la baracca dalle fondamenta, per Bird è venuto naturale continuare l’opera di rinnovamento. Ha spedito in blocco e ad indirizzo nuovo tutti gli Hill dell’Indiana (ovviamente quello che ha fatto più rumore è stato George, il figlio quasi intoccabile della città di Indianapolis). Si è liberato quindi del comunque positivo Mahinmi e del problematico Lawson. In cambio ha regalato a McMillan il play Jeff Teague, che aveva sempre ben figurato nelle innumerevoli sfide coi Pacers quando vestiva la maglia degli Hawks e che soprattutto porta in dote quella capacità di penetrare fino al ferro ed eventualmente scaricare sul perimetro per i compagni che il pur generoso predecessore Hill non poteva annoverare fra le sue armi. Piccolo particolare: Teague è in scadenza e visto l’ammontare di bigliettoni che un free agent può arrivare a garantirsi l’estate prossima, quella della definitiva esplosione del salary cap, sono pronto a scommettere che se steccherà, non sarà per difetto di zelo. È arrivato poi Thaddeus Young da affiancare sotto canestro a Myles Turner, promosso titolare, ed utilizzare per allargare il campo come vuole Bird. Il veterano ex-Nets rappresenta un po’ un ibrido: non eccelle nel gioco fisico sotto le plance né ha una mano così affidabile da venire impiegato stabilmente come stretch four, però è un lavoratore e fa un po’ di tutto sufficientemente bene. L’acquisto di Al Jefferson rappresenta l’unica mossa apparentemente in controtendenza con tutto ciò che abbiamo detto. Tuttavia arriveranno momenti lungo il corso della stagione in cui, all’interno delle partite, verrà buona la sua efficacia a difesa schierata. Se così non fosse, i Pacers, in virtù del biennale che si sono impegnati a corrispondergli, si mantengono comunque liberi di modificare qualcosa in tempi relativamente brevi. Seduti accanto a lui, sul pino, i vari Brooks, Young, Stuckey, C.J. Miles, Allen, Seraphin e il figlio di Big Dog (dato in condizioni scintillanti) minacciano di formare una delle bench unit più profonde dell’intera lega. Le fortune di Indiana ruoteranno comunque intorno alle sapienti mani e, forse è più opportuno dire, gambe di Paul George. Tornato a pieno regime dopo il terribile infortunio, in questa estate si è lasciato andare a proclami di grandezza, ammettendo di puntare dritto al titolo di MVP stagionale.

Pronostico secco: 53-29, con la possibilità di raggiungere la finale ad Est, qualora certi corpi celesti si dovessero allineare, e la certezza di perderla contro i più dotati Cavs. Myles Turner, lungi dall’aver minimamente iniziato a toccare il tetto del suo talento, sarà un fattore sia in attacco che in difesa.

Detroit Pistons

La girandola di cambiamenti che ha travolto gli ultimi Pistons sembra finalmente essersi fermata. Dopo intere sessioni di mercato in cui si è provato ad esplorare le potenzialità del roster, andando a ritoccare ora questo ora quell’altro ingranaggio, la franchigia della Motown appare aver trovato un assetto sufficientemente stabile. Gli innesti sul filo delle due passate trade deadline prima di Reggie Jackson e dopo di Tobias Harris hanno contribuito a conferire alla squadra la configurazione odierna. Se ancora non è opportuno parlare di vere e proprie certezze, quantomeno nel sud-est Michigan possono stare più tranquilli, potendo disporre di risorse, intese come giovani giocatori e asset da utilizzare, che presto potrebbero trasformarsi in solide basi sulle quali continuare a costruire. L’era Dumars, o per meglio dire l’ultima e non sempre lucida parte di questo ampio periodo, può considerarsi definitivamente archiviata. Di quella versione restano soltanto Drummond e Kentavious Caldwell-Pope, due assi portanti, specie il primo, dell’intera struttura che sorregge il telaio attuale della squadra di Detroit. Per il resto il coach e president of basketball operations Stan Van Gundy, un passo alla volta, è riuscito a plasmare la sua creatura, secondo quelli che sono i dettami tecnici che da sempre predilige. Chiariamoci però, il parallelismo con le sue esperienze passate – i Magic finalisti NBA del 2009, per dirne una a caso – nasce e forse finisce con la possibilità di contare su un perno d’area come Andre Drummond. Il bigman da Connecticut ha rinnovato in estate al massimo salariale per 5 anni, un accordo che sa di investitura. Alcuni miglioramenti sono apparsi già durante la scorsa stagione, quando in molte occasioni si è preso la squadra sulle proprie possenti spalle a suon di doppie doppie. Salvo poi accomodarsi in panchina o comunque ai margini della contesa a causa delle pessime percentuali ai tiri liberi. Animale da rimbalzo senza eguali, è atteso quest’anno ad un ulteriore salto di qualità, soprattutto in termini di produzione offensiva. Dalla free agency sono arrivati Jon Leuer e Boban Marjanovic per dargli man forte sotto le plance, oltre al rookie Henry Ellenson da Marquette. Considerando che in larga parte le rotazioni di Van Gundy (nello specifico Drummond, Morris, Harris, Johnson e Caldwell-Pope) comprendono atleti con un discreto upside ancora da esplorare, viene spontaneo chiedersi perché mai cambiare strada proprio adesso. Oggi, nell’anno di grazia 2016, la sensazione che la via imboccata sia quella forse più proficua è decisamente diffusa. D’altra parte c’è l’approdo ai playoff dell’ultima tornata dopo 7 stagioni perdenti consecutive a testimoniarlo. Peccato soltanto per il problema di tendinite al ginocchio sinistro di Reggie Jackson che, una volta libero dalle briglie tenute troppo corte in quel di Oklahoma City, è subito diventato l’anima della squadra, con quanto di positivo (tanto) e di negativo (abbastanza) ci sia in tale incombenza. Sarà costretto a saltare le prime 6-7 settimane di regular season ma tornerà in breve tempo al suo posto, al comando delle operazioni.

Pronostico secco: 42-40, un passettino indietro rispetto allo scorso anno poiché il salto a cui sono attesi in questa fase del loro sviluppo tende ad essere più complicato di quelli fatti finora. Seconda partecipazione consecutiva ai playoff comunque alla portata.

Milwaukee Bucks

Nella patria di Fonzie speravano vivamente di avere davanti solo giorni felici quando l’estate scorsa il GM Hammond decise di puntellare un roster di per sé già stuzzicante – e reduce da un’ottima stagione con capatina ai playoff – con l’acquisizione di Greg Monroe. In un’ottica di crescita e sviluppo di un gruppo di giocatori poteva apparire banalmente come la classica ciliegina sulla torta. Doveva rappresentare il tassello mancante per puntare stabilmente e su base stagionale alla post season, a maggior ragione per una franchigia che aveva navigato per anni nelle acque medio-basse della Eastern Conference finendo per accontentarsi di accumulare talento derivante dalla pesca, oculata anzi che no, ai draft di fine giugno. Per i soli parziali, al Bradley Center non assistono a stagioni consecutive vincenti dal biennio 1999-2001. Il responso del campo però, unico giudice possibile oltre che affidabile in questi frangenti, non poteva essere più diverso. I Bucks 2015-16 sono stati, risultati alla mano, forse la più grossa delusione dell’intero campionato NBA. In una lega in cui l’incidenza del tiro da tre punti cresce vertiginosamente di anno in anno, Milwaukee durante l’ultima stagione si è classificata ultima per triple segnate. Se a questo aggiungiamo che lo specialista del ramo, Khris Middleton, è ai box e ci resterà almeno per 6 lunghi mesi a causa dell’infortunio al bicipite femorale della gamba sinistra, emerge un quadro tutt’altro che confortante per Kidd e soci. Nella off season è stato salutato senza tanti patemi anche Jerryd Bayless (quasi il 44% su 4,4 tentativi dall’arco a sera), insieme a O.J. Mayo e Greivis Vasquez. Per ovviare a tali perdite sono arrivati Mirza Teletovic, Jason Terry e Matthew Dellavedova. Soprattutto il primo tornerà utile per allargare il campo e dare un po’ di respiro ad un attacco in cui, per caratteristiche dei giocatori contemporaneamente presenti, c’è il forte rischio di vedere l’area costantemente congestionata. Monroe potrebbe trovare nuova linfa uscendo dalla panchina, oppure essere scambiato a metà del viaggio per qualcosa di più funzionale al progetto Bucks. In questi giorni che ci separano dal via, anche Michael Carter-Williams, ennesimo atleta versatile del roster ma con caratteristiche in nulla dissimili da quelle di altri compagni, si è accasato altrove. La sua cessione, in cambio di Tony Snell, rende più o meno manifeste, se ancora ci fossero dei dubbi, le intenzioni di coach Kidd di schierare Giannis Antetokounmpo quasi stabilmente nella posizione di point guard. D’accordo, ci sono Dellavedova e The Jet ma entrambi questi giocatori, anche se per motivi differenti, non possono accaparrarsi la regia dei Bucks per tutti i 48 minuti. Per The Greek Freak è possibile che questa sia la stagione della definitiva consacrazione. Accanto al greco, Jabari Parker, dopo un inizio di carriera decisamente in salita e lontano da squilli di tromba a causa di un pesante infortunio, sembra finalmente in grado di poter lasciare il segno e diventare uno dei leader tecnici della squadra. Da segnalare la presenza nel roster del rookie Thon Maker, un 7’1” di grande atletismo e puro istinto per rimbalzo e difesa. Forse è ancora presto per vedergli dare un reale contributo alla causa ma nel mazzo dei giovani e futuribili Bucks va necessariamente inserito anche lui.

Pronostico secco: 42-40, dopo il fallimento senza mezzi termini della scorsa stagione i Bucks faranno bene ma alla lunga finiranno per risentire enormemente dell’assenza di un giocatore come Middleton, quel tipo di 3&D di cui difficilmente si può fare a meno.

Chicago Bulls


Dulcis in fundo arriva il momento di parlare dei nuovi Bulls. Le impressioni sull’autentica rivoluzione operata in estate nella Windy City non possono che essere contrastanti. Il ciclo (appena) passato, quello per intendersi che possiamo facilmente identificare con la permanenza in Illinois di D-Rose, era già bello che sepolto. Quella scorsa è stata la prima stagione dal 2007-08 in cui i tori non si sono qualificati per i playoff. E con buona ragione, verrebbe da aggiungere. Così non si è perso tempo in inutili piagnistei e, tanto per cominciare, l’uomo-franchigia degli ultimi 8 anni (anche se fra infortuni, ritorni e infinite attese sui ritorni con documentari annessi, quelli effettivi sono stati un po’ meno) è stato prontamente impacchettato e spedito a New York, in cambio sostanzialmente di Robin Lopez. L’ex-Knicks poi, per un gioco d’incastri che fa impallidire persino il popolare Tetris, è finito ad occupare la casella dello scacchiere rosso-nero che fu di un’altra bandiera dei Bulls recenti, quel Joakim Noah, lasciato anch’esso libero di trovarsi una sistemazione consona alle proprie rinnovate necessità nella Grande Mela. Attraverso tale repulisti generale non è passato indenne neppure Pau Gasol, capro espiatorio per antonomasia, che se n’è andato a cercar fortuna in Texas, all’ombra dell’Alamo. Via anche Brooks, Dunleavy e Moore. Al loro posto si sono presentati al cospetto dell’esigente pubblico dello United Center il rookie swingman Denzel Valentine, il mestierante Isaiah Canaan ma soprattutto Dwyane Wade e Rajon Rondo. Oltre a, come detto qualche riga sopra, MCW. Fatta una dovuta premessa sulla querelle estiva fra Wade e il suo ex-capo Pat Riley, sul fatto o meno che il primo meritasse quel contratto e quei soldi che in fin dei conti non ha mai avuto (mai stato il più pagato dei suoi) e sul cinismo del sosia di Michael Douglas nel considerare il più grande giocatore della storia degli Heat semplicemente vecchio o acciaccato, giova in questa sede interrogarsi sulla reale praticabilità del tris d’assi che si è venuto a formare. Se ne facciamo una questione di coming home, di magliette da vendere o biglietti troppo costosi da giustificare, abbiamo fatto bingo. Ragionando puramente di basket invece, non possiamo non notare come i nuovi Big-Three, Rondo, Wade e Butler non rappresentino a prima vista l’ideale sintesi di quelle caratteristiche tecniche e psicologiche in grado di favorire un amalgama perfetto. Sia chiaro: i tre sopra citati, seppur si trovino in momenti differenti delle loro rispettive carriere, se estrapolati da un contesto disfunzionale, come potrebbe rivelarsi questo, restano scienziati del gioco. Le perplessità derivano dal fatto che sia Wade che Butler nelle precedenti realtà erano abituati ad avere la palla stabilmente fra le proprie mani. Adesso, con Rondo che lo spalding se lo porta pure nel letto, dovranno riciclarsi e riscoprire nuove soluzioni senza palla. Per di più dei tre esterni quello che ha il range di tiro più ampio, tira da 5 metri e mezzo. La pericolosità perimetrale è così ridotta ai minimi termini. Come la possibilità di avere spaziature decenti e favorire le incursioni in area, che sarebbero le specialità della casa (penetrazioni al ferro o arresti e tiro non fa differenza), data la presenza di uno come Lopez in mezzo che ha ben poca cittadinanza nel circolare lontano dal canestro. In questo senso l’arrivo in extremis di Carter-Williams rende questo rompicapo ancora più indecifrabile. Per quanto detto finora, diventano a dir poco fondamentali giocatori come Mirotic e, in misura minore, McDermott. Gli stessi Gibson e Portis, che quest’anno guadagnerà molti più minuti e consensi, non hanno caratteristiche che si confanno troppo con il gioco dei Big-Three. A rischiare di accendere molto presto questa miccia esplosiva c’è anche la questione del coach. Hoiberg non ha brillato nella scorsa stagione quanto a gestione delle superstar. Ha dimostrato più volte di non essere sulla stessa pagina del libro della sua stella Butler. Sappiamo di Rondo, personaggio con alle spalle una storia di contestazioni ai danni dei propri coach da far rabbrividire anche il più paziente e navigato degli amministratori di condominio. Trattate adeguatamente certe futili questioni di chimica e tattica, resta il basket. E il basket è entusiasmante perché fenomeni come Wade, Rondo o Butler ti fanno anche vincere le partite, indipendentemente da quanto midrange o quanti tiri spot-up dall’angolo sono realmente in grado di generare.

Pronostico secco: 33-49, niente sconti per questi Bulls, pur sapendo che non è troppo salutare scommettere contro gente come Flash. Ma la logica dietro alla costruzione di questo roster a mio avviso non è affatto convincente. Tale commistione di caratteristiche tecniche e psicologiche potrebbe far saltare tutto per aria, a cominciare dal buon Sindaco che è chiamato ad un’impresa forse un po’ più grande di lui.

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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