Cartoline da gara 2 Rockets-Warriors

Nuovo episodio della saga, per eccellenza, della Western Conference 2018, epilogo diametralmente opposto al precedente. C’era da aspettarselo. In un certo qual senso la reazione di una compagine capace di vincerne 65 in regular season era nell’aria. Houston, dopo aver costruito dei presupposti tanto solidi per una stagione elettrizzante, non poteva gettare tutto alle ortiche, condannandosi all’ennesima estate di – pesanti – riflessioni, senza neppur ricevere il tanto abusato onore delle armi. Andare nella Baia sullo 0-2 infatti avrebbe assomigliato molto, se non già alla sagoma di un cappotto fatto e finito, almeno a quella del suo cartamodello con tanto di misure di petto, spalle e collo già abbondantemente appuntate.

Chiaro, la netta sensazione suscitata anche da gara 1 di trovarsi di fronte a una squadra da consegnare alla leggenda del Gioco, quando si ammirino i giallo-blu, resta, ed anche piuttosto vivida. Così come l’impressione, questa un po’ meno positiva, che gli uomini di Kerr abbiano una fiducia tale nei propri mezzi – e come non averne? – da accendere e spegnere con forse troppa facilità. Di sicuro la squadra contro la quale permettersi più di qualche passaggio a vuoto (ammesso che ne esista qualcuna a questo livello) non è quella che ha sede nella Space City e veste di rosso. Curry e gli altri se ne sono accorti mercoledì, quando al termine di gara 2, che ha riportato la serie in parità, si sono ritrovati spazzati via col punteggio finale di 127-105. Quel che è peggio è che la sconfitta è maturata proprio grazie a quelle caratteristiche che al termine di gara 1 erano risultate vincenti, questa volta finite invece sul banco degli imputati, ovvero la difesa degli Warriors e gli isolamenti di Durant. Se è vero che Golden State se ne torna a casa con l’obiettivo raggiunto, togliere agli avversari il fattore campo, adesso dovrà fare attenzione in quanto la pressione si è decisamente spostata sulle loro spalle. Oltre e più di questo, bisogna annotare come nel testa a testa fra i coaching staff sia adesso quello pilotato da D’Antoni a trovarsi sorprendentemente avanti, seppur di una misera incollatura. Questo perché in occasione di gara 2, che – va ancora sottolineato – era una cosiddetta must win soltanto per i padroni di casa, Houston ha speculato su una tendenza degli ultimi Warriors tutt’altro che leggendaria: fermare la palla nelle mani di Durant. Come candidamente confessato dal coach di Houston, la difesa ha trovato vantaggioso compiere una scelta ben precisa: che KD ne segni pure 50, basta che non entrino in ritmo gli altri, specialmente gli Splash Brothers! E così è stato, con l’ex-Thunder a metterne a referto altri, luccicanti, 38 e il tandem Curry-Thompson fermo a quota 24 punti, frutto di un 10-30 al tiro non esattamente invidiabile. Il dato degli assist del 35, ZERO, non fa che confermare la bontà del piano difensivo dei Rockets.

Curry chiama lo schema che prevede che la palla la giochi Durant e che ci siano non una, ma due uscite di Thompson, prima su un lato e poi su quello opposto. Pur di non far ricevere il figlio di Mychal, prima Houston cambia con Tucker e dopo con Paul. KD è costretto a giocare l’uno contro uno.

La difesa dei Rockets è stata nel complesso molto più attenta, oltre che intensa, rispetto a gara 1. Prova ne è che una delle caratteristiche principali, e che rendono unica la pallacanestro di questi Warriors, i tagli dietro al difensore, in gara 2 sono quasi interamente spariti. Per di più Golden State ha perso ben 7 palloni soltanto nel primo quarto (15 alla fine, 5 del solo KD) e questo ha permesso agli altri di andare molto più spesso in transizione: i punti da contropiede sono stati 12-7 in favore di Houston. In generale la manovra dei padroni di casa è sembrata più “ariosa.” Questo non significa che Harden e compagni abbiano abbandonato l’idea di salire in cima all’ovest a suon di isolamenti, per il solo dato dei passaggi totali di squadra siamo a 226, contro i 228 del primo episodio. Quindi sostanzialmente lo stesso numero. La migliore vena al tiro e il coinvolgimento di più giocatori della rotazione hanno però permesso loro di aprire maggiormente il campo e ritrovare quelle certezze che dopo gara 1 sembravano scomparse.

Un’azione da vedere, rivedere e applaudire.

Il supporting cast del backcourt dei sogni Harden-CP3 è finalmente stato all’altezza. Tucker, dopo una gara 1 da 0-3, ha segnato 22 punti con 8-9 al tiro. Degli otto canestri, 5 sono corner threes e 3 appoggi al ferro o schiacciate: come dire, il Moreyball al suo meglio. Il terzetto con lui, Gordon e Ariza è stato capace di segnare 68 punti con un incredibile 23-33 dal campo (12-18 da tre.) Un’enormità se pensiamo che dall’altra parte l’unico in doppia cifra con Durant è stato Curry. Complice una generale dormita di gruppo dei californiani, Houston è riuscita a giocare la sua pallacanestro, fatta di isolamenti, pick and roll ma anche tanta pazienza nell’esplorare il mismatch più vantaggioso. Ovviamente si è cercato, come nella gara precedente, di inserire l’uomo marcato da Curry in tutti i pick and roll. Questa volta però a dare una discreta mano ai texani ci hanno pensato proprio gli Warriors. La scelta di non cambiare in questa specifica circostanza, per non esporre il proprio numero 30 alla solita valanga di 1 contro 1, ha finito per penalizzare Golden State. Scorrendo i fotogrammi della partita sono veramente tante (troppe per le loro abitudini) le situazioni in cui gli uomini di Kerr sono rimasti a metà strada, incapaci di comprendere se fosse opportuno cambiare difensivamente, anche preventivamente delle volte, oppure stare sull’uomo. Green, che di solito porta i gradi del generale di questa insuperabile difesa, è apparso fra i più confusi.

Curry aiuta forte (?) su Harden ma il recupero sul suo uomo è tardivo e soprattutto balbettante. Green è costretto allora ad aiutare a centro area, Thompson ad adeguarsi. Questo concede a un tiratore come Gordon lo spazio necessario per mandare a segno la tripla.

Da un punto di vista tattico, D’Antoni ha ulteriormente estremizzato la consueta ricerca di ampie spaziature, tenendo in campo per lunghi tratti del secondo e terzo quarto il quintetto basso con Gordon al posto di Capela. Kerr si è ritrovato così a rincorrere le scelte del diretto avversario senza mai probabilmente riuscire a colmare il gap. Il lineup formato da Paul-Harden-Gordon-Ariza-Tucker in quasi 10 minuti di impiego ha fatto registrare un offensive rating di 125,2 con uno scarto medio su 100 possessi di +30,2. Se la percentuale effettiva è stata di tutto rispetto (64.7%) mentre quella di canestri assistiti sul totale decisamente rilevante (70%), sono i 14 punti segnati nel pitturato, ovvero il 53.8% del totale, a mostrare in tutta la sua portata l’efficacia di questo quintetto. Facendo la dovuta proporzione, sui canonici 48 minuti di gara, diventerebbero più di 70, un dato fuori da ogni logica.

5 fuori e penetra e scarica, concetti da mini-basket applicati alle finali di conference NBA.

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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