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BOOMSHAKALAKA E ALTRI MODI DI DIRE

La grandezza di un campione, come di una prestazione o di una squadra in generale, è proporzionale alla sua capacità di far sognare la gente.
Sul campo si compiono le gesta più apprezzate e ricordate, ma il modo attraverso il quale sono raccontate non può essere considerato da meno. Il linguaggio è pensiero, per alcuni è alla base della nostra stessa consapevolezza. Esso ha potenzialità infinite. Non conosce barriere. È in grado di essere qui e ora, ma anche balzare in un lontano passato o in una realtà distopica, alternativa. Può in un certo senso partecipare alla costruzione della realtà. Nulla esisterebbe, se non potessimo descriverlo, renderlo oggetto di narrazione. Le prodezze di Maradona al Mondiale del 1986 starebbero di certo ancora nelle videoteche degli amanti del pallone, ma senza il mitico telecronista Victor Hugo Morales a chiamarlo barrilete cosmico (aquilone cosmico), chiedendosi in presa diretta, dopo una serie di innumerevoli genio-genio-genio e ta-ta-ta-ta-ta-ta, da che pianeta fosse venuto per lasciare lungo il cammino così tanti inglesi, si sarebbero elevate più difficilmente a racconto epico.

Lo sport nello specifico possiede un linguaggio universale, in grado di diffondersi a macchia d’olio, in ogni angolo remoto del Globo.
E nella nostra pratica sportiva quotidiana, spesso utilizziamo o ci imbattiamo in espressioni familiari, che riteniamo ormai codificate, quasi automatizzate, ma delle quali abbiamo finito per dimenticare le origini. Origini che delle volte rimandano a scenari molto lontani e insoliti. Il basket non fa eccezione. La lista dei modi di dire, sentiti e ripetuti, dal campetto alle telecronache in TV, è così lunga da far girare la testa solo a prenderne nota. Tuttavia esistono delle metafore fortunate che si sono incastonate nell’immaginario degli appassionati, assiepate una di fianco all’altra, in armonica successione. Volenti o nolenti, non possiamo esimerci dal citarle.
In questa specifica trattazione ci limiteremo, per esigenze di spazio, alle espressioni tipicamente americane, provando a coglierne il legame con gli idiomi nostrani ma soprattutto a tracciare il rationale (quando esista…) che sta all’origine. Non per niente, in America le chiamano catchphrases, la cui etimologia rimanda chiaramente al concetto di presa (to catch) che queste hanno avuto sul vissuto di ogni amante della palla a spicchi. Che l’autore,o comunque colui che ha contribuito alla diffusione, sia un giocatore o un giornalista/telecronista poco importa.

Ball Don’t Lie

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La palla non mente. Come potevamo non cominciare dall’inimitabile Sheed (al secolo… nah, dovreste conoscerlo)? Si tratta di una rivendicazione del principio di equità e correttezza insito nello Spirito del Gioco, resa celebre dal re dei falli tecnici. Wallace vi ricorreva ogni qual volta un errore ai liberi, una palla persa, uno sbaglio in generale rendeva giustizia circa una chiamata arbitrale precedente, ritenuta discutibile dallo stesso Rasheed. Difficile risalire al momento del primo utilizzo da parte dell’ala con la fascia. Di sicuro, quando nel season opener del 2006 dei suoi Pistons contro i Bucks, beccato dalle telecamere, si rivolse così a Bogut, reo di aver sbagliato i due tiri liberi, il modo di dire era già sdoganato. Nessuno toglierà mai la paternità del Ball Don’t Lie a Sheed – se non altro, per non incorrere nelle conseguenze – tuttavia per dovere di cronaca, è opportuno citare il color commentator di Espn per il College Basket, Dan Dakich, da oggi detto anche l’eretico, che, interpellato in trasmissione sull’animo giusto del basket, faceva risalire il modo singolare che aveva Wallace di protestare a un similare “Ball Knows”, diffuso, a suo modo di vedere, già nei pick-up games dell’Indiana negli anni ’70.

Money in The Bank

(Mettere) i soldi in banca. Certamente vi sarà capitato di avere un compagno di squadra che in un dato momento, vedendovi con la palla in mano, vi abbia chiesto di mettere i vostri soldi in banca. Ovviamente è stato facile riconoscere come non si trattasse di un temerario promotore finanziario, determinato a setacciare un ambito di potenziali clienti decisamente inconsueto. Diavolo, era in squadra con voi! Perché mai avrebbe dovuto aiutarvi a risparmiare o, meglio ancora, investire? Ebbene la traduzione in “passala a me, sono una sicurezza” sarà stata automatica nella vostra testa. In realtà – lo confesso – non sono assolutamente in grado di stabilire da dove provenga questo detto ma conosco una storia che vi potrebbe intrigare. Ok, svelo l’altarino: tutto questo articolo è soltanto un futile pretesto per parlare di Lamar Mundane, conosciuto ai più come “Rain Man” o anche, per l’appunto, “Money.” Cresciuto nel West Side della Windy City negli anni ’60-’70, Money era un tiratore micidiale, uno Steph Curry ante-litteram. Solo che non sapeva fare altro e per questo non giocò neppure un minuto fra i pro: non sapeva difendere, né eseguire un semplice layup. Ancora oggi per alcuni hall-of-famer resta un personaggio inventato, mitologico potremmo dire. Danny Ainge, quando era un Celtics, usava accompagnare le lunghe sessioni di tiro, gridando layup o money, come fosse un mantra. Con Lamar erano solo crossover e arresto-e-tiro. Ma come recita un famoso spot Reebok del decennio successivo: “quando si parla di leggende del playground, non si può non citare Lamar Mundane.” Dal lunedì al venerdì faceva il muratore, poi si cambiava vestendo i panni di Money. E sì, passargli la palla al Columbus Park nei primi ’80 era come metterla in banca. Shake and bake e conclusione da 10 metri: sempre canestro. Piovevano tiri dalla distanza, in mezzo al coro dei presenti che lo sfidavano a penetrare, gridando: “layup! Layup!”Non a caso ho parlato di shake’n bake. Il movimento, divenuto familiare per alcuni piccoli con la dinamite sotto i piedi, prende il nome da un prodotto Kraft, rilasciato sul mercato per la prima volta nel 1965. Si trattava di un rivestimento aromatizzato al sapore di mollica di pane per pollo o maiale. Sì, avete letto bene! Is a great country or what? Direbbe qualcuno, per rimanere ai way of saying. Agita e cuoci! Si suggeriva nelle istruzioni. Allo stesso modo – non è possibile risalire alla fonte – da tempo si è soliti definire così quel movimento a base di finte e cambi repentini e molleggiati di direzione (con o senza palla passata dietro la schiena) con cui i difensori vengono agitati e quindi cucinati, lasciando una via aperta al ferro.

Drop a Dime

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Lasciare lì un decino. Siamo negli anni ’40-’50, quando, trovandosi fuori casa e dovendo fare una telefonata, l’unica soluzione era rappresentata dai telefoni pubblici. Per chiamare allora ci volevano 10 cents. Gli stessi che, a quanto pare (parole di Steve Nash, uno che aveva il borsello pieno di monete per chiamare), corrispondono al valore di un assist, consegnato, come un decino a chi abbia bisogno di telefonare, a un compagno (per tirare.) Alcuni di questi modi di dire rientrano fra le metonimie (decino per assist per esempio), con le quali da un’iniziale sostituzione per vicinanza, si è arrivati a un vero e proprio trasferimento di significato. Formano l’inconscio collettivo (come lo definirebbe Jung) del cestista, in quanto espressioni archetipiche alle quali attingere in ogni momento. Ovunque, da Manila ai Balcani, vengono rispolverate continuamente, indipendentemente da vissuto e esperienze dei singoli ballers, come fossero innate. Ma innate non sono, tutt’altro.

From (Way) Downtown

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Da casa sua. Traduco liberamente poiché letteralmente non manterrebbe lo stesso potere evocativo. Equiparare la lunga distanza (tiro da 3) al centro delle metropoli americane rimanda alla tipica collocazione delle arene NBA, spesso ai margini del downtown. Quindi molto, molto lontano dal canestro. Qui abbiamo abbandonato la metonimia per abbracciare l’iperbole nella sua accezione più ignorante. Dobbiamo l’intuizione del tiro scoccato direttamente dal cuore commerciale ed economico della città a Johnny Most, storico radiocronista dei Celtics dal 1953. Fu però Brent Musburger, che nei primi ’80 copriva le NBA finals per CBS, a conferire vita eterna alla fortunata espressione, ripetendola fino allo sfinimento ogni volta che Michael Cooper o Dennis Johnson lasciavano partire una conclusione dalla lunga distanza. Poiché nel belpaese la connotazione di downtown, uptown, midtown e simili non è così rilevante (parliamo generalmente di distanze differenti), si è passati al canestro segnato da casa di tizio o caio. Che, se vogliamo, è anche più potente: volete mettere immaginare Lillard che tira comodamente seduto sul divano di casa sua con shorts e ciabattine?
Una menzione di merito spetta alla dicitura “Hand Down, Man Down”, coniata dalla ditta JVG-Action Jackson. Mutuata dalla nobile arte della boxe, rende nitidamente l’idea di una difesa blanda (letteralmente con le braccia abbassate), come un pugile con la difesa abbassata, sul jump shot. Ormai nelle arene di mezza NBA sono più che diffusi gli slogan Fear questo, Fear quell’altro… Dalle barbe lunghe ai cervi sembra che dobbiamo avere paura di qualsiasi cosa. Voglio ricordare, come capostipite del genere, il “Fear The ‘Fro” (Fear Da ‘Fro, direbbero loro), riferito a Big Ben Wallace, con il quale si intimava, alla metà della prima decade del 2000, di stare alla larga da quello grosso e cattivo con la capigliatura afro, piazzato sotto le plance.

Mama, There Goes That Man

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Letteralmente intraducibile. Potremmo provare con un Eccolo qua… o mamma, attenti a… o ancora mamma, che spettacolo! Il web è pieno di interpretazioni bislacche. Date retta, andate con l’originale. Ancora una volta la firma è di Mark Jackson, che sugli schermi di ABC definì in questi termini una schiacciata poderosa di Kobe Bryant su tutti i Jazz (o forse erano i Nuggets…) Da allora, sintonizzandovi su ABC, potreste sentirla almeno una volta a quarto. Gli è un po’ sfuggita di mano al vecchio Mark. Ma da dove origina? E soprattutto cosa intende significare l’ex-point guard dei Pacers e coach Warriors prima di Kerr? Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che si tratti di una citazione del conduttore televisivo e comico Steve Harvey. Troppo difficile da qua valutare. Già nel 1939 sulle pagine del Daily Express ci si riferiva con l’appellativo di “that man” nientemeno che a Hitler. Non crediamo onestamente che la cultura di Jackson risenta di afflati nazisteggianti. E allora? Allora esiste una storiella, vecchia come il Palazzo di Vetro dell’Onu, una specie di sketch in cui un bambino, riferendosi all’ingresso in scena dell’amante della madre, quando il padre è fuori casa, se ne esce con un immacolato: “mummy, it’s that man again!” E per qualche motivo fa ridere gli americani. Ecco, si potrebbe persino affermare che il significato dell’espressione ben si sposi con qualche figlio di… (detto bonariamente, si intende) con l’arancia in mano.

Walt, Chick and Bill

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Veniamo quindi a coloro che negli anni se ne sono letteralmente approfittati quanto a neologismi e catchphrases inventati: telecronisti di parte, commentatori mainstream… gente dotata di fantasia non comune e capacità ironica sopra la media e che ancora oggi viene citata a menadito. Il mio preferito è Walt Frazier, scegliete voi in quale veste, se in qualità di Clyde, il ladro di palloni (e non solo), o di commentatore decisamente sui generis sulla televisione del gruppo MSG o ancora da protagonista della vita notturna dell’Upper East Side di New York. In mezzo ai vari dishing & swishing, bounding & astounding che fiorivano nel suo linguaggio creativo e colorato, mi ha colpito particolarmente la definizione Posting & Toasting”, intesa come la capacità lavorare il difensore in post basso, abbrustolendolo da una parte e dall’altra, proprio come un toast. Semplice ma geniale.

Passando all’altra costa, è impossibile sorvolare sul mitico e inimitabile Chick Hearn, storica voce dei Lakers per 4 decadi. A lui sono attribuiti veri e propri pilastri del linguaggio cestistico globale, da slam dunk a air ball passando per il perentorio no harm, no foul. A me piace ricordare invece il curioso ed evocativo “The Mustard Came Off The Hot-Dog” la senape è uscita fuori dal panino: giro di parole azzeccato per ogni giocatore che finisca per perdere palla in seguito a un virtuosismo. Se qualcuno mai mi concederà ancora il microfono per commentare una palla a due, prometto di utilizzarlo. Probabilmente però avrete maggiore familiarità con il celebre “The Game is in The Refrigerator”: vi eravate mai chiesti perché si dicesse, praticamente in ogni sport, che la partita fosse in ghiaccio? Ma non vi fate buggerare dal vecchio Chick, direbbe che siete finiti nella popcorn machine, proprio come un C’s dopo una finta di un gialloviola. Infine una curiosità: avete presente il “Rip City” gridato al cielo dell’Oregon dal leggendario Bill Schonely, detto “The Schonz”? Ebbene, non ha alcun senso. L’ha confessato proprio il diretto interessato, dicendo candidamente di non avere la più pallida idea di quale anfratto del suo flusso di coscienza abbia prodotto tutto ciò, vedendo Jimmy Barnett in un Blazers-Lakers del 1971 scoccare il tiro non appena superata la metà campo. Un perfetto nonsense, proprio come il boomshakalaka del titolo. Dai, non devo spiegarvi anche questa!

Se non vi piace questo, non voglio neanche conoscervi, come diceva un tale che ho omesso colpevolmente da questa carrellata. D’altra parte l’avevo premesso, solo modi di dire americani. Per l’Avvocato ci vuole un pezzo a parte. Ma non sono sicuro di saperlo scrivere, tanta è l’ammirazione. Potrei anche finire per far cadere la senape dal panino.

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Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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