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Boa di metà stagione: a che punto siamo?

La scorsa settimana ci ha dato la possibilità di fare una sorta di punto della situazione, con 2 partite al (quasi) vertice che potrebbero darci indicazioni su cosa aspettarci a Maggio/Giugno.

Sono infatti andati in scena lo scontro fra le prime 2 squadre della Western Conference (GSW vs Denver) e quello tra le 2 più probabili (?! Va beh, potete dissentire) finaliste ad est (Toronto e Boston).

Appiccicateci pure sopra il consueto alert “la regular season non conta niente”, e proseguiamo felici con il giochino di provare a tirarne fuori qualche indicazione utile sul finale della stagione.

Golden State – Denver: 142-111

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Golden State Warriors

Golden State è stata abbastanza deludente in questa prima metà di stagione. Dopo un avvio pigro ma convincente (nel senso che non hanno mai messo nemmeno la terza, ma è sempre comodamente bastato per bastonare gli avversari di turno), è arrivato un periodo piuttosto deludente. L’assenza di Curry per 11 partite si è fatta sentire, e per buona parte è coincisa anche con l’assenza di Draymond Green. L’orso ballerino ha fatto giusto a tempo ad avere un ben documentato screzio con Durant, che gli ha dimostrato in bei modi il suo disappunto per non avergli passato la palla nei secondi finali di una partita poi persa. Green da parte sua ha (sembra) gentilmente sollevato alcuni dubbi sulle qualità morali della madre del suo compagno col 35. La squadra ha subito fatto capire che tutti i propri giocatori sono uguali, ma alcuni (tipo gli MVP con contratto in scadenza) sono un po’ più uguali degli altri, e quindi nel dubbio ha subito multato Green. Che l’ha presa sportivamente e ha fatto causa alla squadra.

Insomma, c’è grande amore nella Baia.

In questo periodo di vuoto di potere, nel quale tra l’altro anche Thompson ha pensato bene di infilarsi in un discreto slump al tiro, Durant ha acceso la “modalità mostro”. Giocando sostanzialmente da solo, ha messo insieme giocate difensive e numeri offensivi fuori dal plausibile, dimostrando ancora una volta di appartenere ad un altra categoria. Purtroppo per lui e per gli Warriors, non però alla categoria degli Harden o degli LBJ: quelli cioè che, quando fanno i mostri, fanno vincere la proprio squadra contro ogni buon senso. I Warriors targati Durant hanno navigato dalle parti del 50% di vittorie, precipitando nelle piattissime classifiche della Western.

Il ritorno di Curry, che è evidentemente molto meno forte di Durant, ma altrettanto evidentemente molto più “anima” della squadra, ha portato ad un miglioramento della situazione. Quando poi la cricca è tornata a ranghi completi, la risalita in classifica è arrivata, senza però mai riuscire a raggiungere i Nuggets, e in generale senza mai fornire prove di “onnipotenza”.

Da tutto questo si capisce come per i GSW la partita di Denver fosse la madre di tutti gli statement game.

Sono scesi in campo dal primo minuto con l’approccio del “la tocco piano”. Nel primo quarto vanno a segno con 51 punti, con una pioggia di triple mitragliate con una precisione che neanche i cecchini dei Navy Seals. Durant ritiene opportuno concedersi il primo errore al tiro a secondo quarto avanzato, quando il suo tabellino personale può già vantare oltre 20 punti.

Thompson fa una di quelle performance alla Thompson, quando tiene la palla in mano pochi secondi in tutta la partita con 31 punti totali in soli 24 minuti giocati.

31 per lui, 31 per Curry e solo 27 per Durant, che però compensa la “scarsa” vena realizzativa con una miglior percentuale da 3: invece di fermarsi al 60% di quei paperini degli Splash Brothers, ritiene che il 71,4% possa seriamente essere la percentuale con cui un essere umano (marcato) possa tirare da oltre i 7 metri e mezzo. Avrà ragione lui. (PS: non ho sbagliato a scrivere, sono proprio le percentuali da 3, non quelle complessive …).

Parlando di cifre, e non avendone di così roboanti, il povero Green deve accontentarsi di portare alla causa un modesto +41 di plus/minus.

Su cosa invece abbia fatto Curry per mettere insieme quei 31 punti, cercatevi gli highlights, perchè le parole non possono descrivere quel livello di dominanza.

Diciamo che con questa prova, la successiva in rimonta con 147 punti contro New Orleans, e quella dopo ancora, con la prima partita del nuovo centro, quello preso con gli ultimi spicci, DeMarcus Cousins (che è parso piuttosto fresco e già ben inserito nel meccanismo), i Warriors hanno direi chiarito a tutti che per quella questione dell’anello, anche quest’anno saremmo a posto così.

Dagli torto…

Denver Nuggets

Se nella Baia qualcuno si sta già interessando di affittare gli spazi per la parata, anche in Colorado qualche motivo di gioia ce l’hanno.

Dopo 2 anni finiti ai margini dei PO, con 2 sanguinosi noni posti, finalmente le cose hanno iniziato a girare per le pepite.

I Nuggets sono la più fulgida prova della teoria (che io personalmente condivido) che il miglior modo per migliorare una squadra è … non fare assolutamente niente!

Prendere un gruppo e dargli tempo di svilupparsi insieme, di crearsi fiducia, automatismi, esperienza, senza ogni volta stravolgere l’organico con dubbie blockbuster trade, secondo me dà risultati migliori.

Il doveroso corollario di questa teoria è che bisogna partire da una struttura iniziale almeno promettente: puoi lasciare lì anche 150 anni gli attuali Hawks o Cavs, che il massimo che potrai ricavarne sarà la muffa…

Il più grande limite degli scorsi anni di Denver era la difesa più che imbarazzante. Quest’anno invece i Nuggets occupano una decorosa decima posizione nella specifica classifica, che sommata ad un attacco che resta d’eccellenza, li ha proiettati in vetta alla Western. L’apporto (quando non rotti) di buoni difensori naturali come Ennis e Millsap, il nuovo posizionamento (vicino alla lunetta, con meno compiti di rotazione e uscita fuori dalla linea da tre) per Jokic, e in generale una miglior predisposizione di tutti i giocatori, uniti ai piccolissimi aggiustamenti che dopo 3 anni a lavorarci hanno iniziato a funzionare, hanno permesso il grande salto.

In attacco invece Jokic è ormai un solido all star, indubbiamente il miglior passatore tra i centri, e permette ai Nuggets questo gioco di 4 piccoli che tagliano in continuazione per ricevere palla dal loro centro-boa che, essendo un attacco piuttosto inusuale, risulta anche particolarmente indigesto alle difese NBA che, almeno in regular season, sono generalmente tarate su attacchi abbastanza standard.

Posto che la partita, come detto sopra, ha sancito la loro inferiorità rispetto a Golden State, il loro ranking nella WC è comunque piuttosto difficile da definire. Houston è completamente inintelligibile (Harden può fare 5 mesi così? Paul come tornerà?), mentre OKC risulta meno talentuosa ma probabilmente più solida in ottica PO.

Quello che è certo è che Denver è entrata nel novero delle contenders, ovvero di quelle 4-6 squadre che possono fare finta che ci sia un campionato e che il titolo non venga assegnato di default ai Warriors.

Che non è poco, per una squadra sedotta e abbandonata negli anni da Melo, Billups, Gallinari, che ha sbagliato la pietra angolare della ricostruzione (Mudiay), e che ha iniziato la nuova ricostruzione su un paffuto slavo che solo un anno fa la dirigenza stessa faceva partire dalla panca alle spalle di Nurkic.

Boston – Toronto: 117-108

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Se ad ovest la classifica supportava tranquillamente il discorso della “sfida al vertice”, ad est le cose sono più complicate. Anche escludendo i Pacers, che al di là di una solida posizione in classifica credo siano unanimamente considerati fuori dalla corsa alla finale di Conference, sulle altre 4 (Boston, Toronto, Phila e Milwaukee) i pareri sono più disomogenei. Tutte e 4 le squadre hanno ragioni valide per poter essere considerate contenders, ma ognuna ha anche tanti scheletri nell’armadio da poter riempire un cimitero. Io quindi vado con queste due come mie personali favorite, ma ogni altra combinazione ha un chiaro diritto di cittadinanza.

Toronto Raptors

Toronto, che da 3 mesi si alterna con Milwaukee alla testa della Eastern e della lega stessa, ha innegabilmente fatto enormi passi avanti. I dubbi (fisici e motivazionali) che accompagnavano l’ingresso in Canada di Leonard sono stati diradati fin dalla prima partita, mentre Green (poco più di un filler nello scambio per arrivare a Kawhi) è tornato ad essere uno dei migliori 3&D della lega, completando perfettamente il quintetto dei Canadesi. Poi c’è l’esplosione di Siakam, che è passato in pochissimi anni dal non avere mai toccato una palla da basket ad essere il più probabile candidato di most improved player di quest’anno. Infine Ibaka ha trovato un suo ruolo, dopo aver fatto tremare i polsi della dirigenza che aveva investito abbastanza su di lui, salvo ritrovarsi tra le mani un giocatore che sembrava un po’ finito, che tirava male da fuori e che non difendeva più come ai tempi belli di OKC. Come tutte le squadre giustamente consapevoli dei propri mezzi, Toronto può permettersi il lusso di rischiare di perdere qualche partita in più adesso per fare esperimenti. Nurse infatti vuole vedere quali dei numerosi validi giocatori che siedono sulla sua lunghissima panchina possono veramente tornare utili in post season, quali hanno le migliori chimiche tra loro, su chi scommettere e chi lasciare da parte.

Certo, finchè non passeranno almeno il secondo turno dei PO, il dubbio su questa squadra è non solo lecito, ma addirittura doveroso.

Non vi tedierò con il punto della situazione sui Celtics, tanto lo sapete: meglio di ieri (dicembre, quando ancora si sperava che Hayward potesse riprendere subito da dove aveva lasciato, che Tatum continuasse a progredire, e che Brown potesse continuare ad essere efficace pur con la metà dei minuti ed un terzo dei tiri…, 100% di previsioni sbagliate), ma (speriamo) peggio di domani (aprile, quando sarebbe il caso di fare bella figura ai PO).

Andiamo invece a vedere com’è andata la partita.

Toronto parte forte, come a voler dimostrare che il passato è passato, ma oggi la Eastern ha un nuovo padrone. I Celtics, a differenza dei Nuggets, rispondono piuttosto male al primo affondo dei Canadesi. Palle perse, mani tremanti, quello che dovrebbe essere il quintetto “grit & grind” con Smart e Morris in realtà va sotto, soprattutto come atteggiamento. Irving parte male, troppo solo e soprattutto si guarda troppo a lui come salvatore della patria invece che provare a costruire attacco. Le ultime settimane non brillanti dei Celtics fanno immaginare che se il buon giorno si vede dal mattino, dovrebbe essere una passeggiata per i Raptors. Poi succede l’inaspettato. Entra la second unit, quella che quest’anno a parte rarissime eccezioni non ha mai brillato, anzi ha fatto perdere il vantaggio conquistato dal quintetto base. Il palcoscenico è tutto per Hayward. I 18 punti finali non raccontano tutta la verità sul suo impatto: la differenza la fanno la sicurezza nel prendere i tiri (per altro segnati), la decisione nell’attaccare il ferro, il controllo dei tempi di gioco e il far giocare i compagni (5 assists). Lì la partita cambia e, non ostante Green e Leonard continuino a metterla, i Celtics si fanno sotto fino a passare in vantaggio.

Il finale, in perfetto stile americano, è uno scontro fra le due stelle. Prima è Kawhi a segnare tutto quello che tocca, riportando in vantaggio i suoi e facendo prevedere il consueto calcio al secchio del latte. Irving risponde in solitaria, con le consuete penetrazioni appitonato sul difensore e sparando una bomba da distanza Curry in faccia a Leonard, l’uomo con le braccia lunghe come la Salerno-Reggio Calabria. Gran bella partita, grandissima prova di entrambi i contendenti, ma Boston riesce veramente a staccarsi nel finale grazie soprattutto alla prova di Irving come regista: invece di ostinarsi nel prendere tiri impossibili (e per altro di solito a metterli), l’11 biancoverde decide di coinvolgere i compagni e chiude la pratica attirandosi addosso la difesa e servendo 2 alley-oop al bacio. 18 assist per lui a fine serata, record di carriera.

Se continua a giocare così, può anche sostenere che la terra sia piatta, o di qualunque forma preferisca…

Celtics troppo forti per essere battuti, ma anche troppo belli per essere veri: per battere dei Raptors tutto sommato normali (Lowry rientrante da infortunio e comunque quasi non pervenuto – quindi in forma PlayOffs, potrebbero dire i maligni -) i Celtics hanno dovuto tirare fuori una delle migliori partite della carriera di Irving, una prestazione da 24 punti di Horford (non proprio cosa di tutti i giorni) e una delle 2-3 migliori partite dell’anno di Hayward.

Indicazioni dalla partita: esiste un futuro prossimo in cui a Boston tutto va a posto, la chimica si ritrova, Hayward ritorna stabilmente un all star e Kyrie … continua ad essere il più forte giocatore di 1vs1 della lega, ricordandosi anche di accendere i compagni; questo futuro, che sembrava non esistere più solo 2 mesi fa, è invece ancora una possibilità. Se si realizza, i C’s restano la più credibile contendente a Est. Altrimenti Kawhi e i suoi nuovi amici potrebbero provare a staccare il tanto agognato (e ormai più sperato) biglietto per le Finals.

Vae Victis

Carlo Torriani

Carlo Torriani

Colpito a tradimento dal virus della palla arancione nel lontano ’92, quando sono rimasto folgorato vedendo giocare il ragioniere di Spokane (John Stockton, per chi colpevolmente non lo sapesse), da allora non sono più riuscito a disintossicarmi, e sono diventato un NBA addicted. Mi diletto maniacalmente anche nella pallacanestro giocata, con risultati che di rado superano la soglia del dilettantismo spinto. Ah, ho anche un lavoro vero (per quanto lo possa essere un’occupazione nell’informatica), ma quello è meno interessante... Sposato e con 2 figli, il primo già sapientemente instradato sulla via della palla cesto.

 

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