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Blowin’ in the wind

Lo speaker ha appena finito di annunciare tutti i concorrenti che stanno per prendere il via alla maratona. Tesi e caldi, con il loro numeretto appiccicato sul petto, tutti pronti per affrontare una corsa lunga e faticosa dalla quale solo uno di loro ne uscirà vincitore.

“Attenzione attenzione, cambio di programma, tutti gli atleti sono pregati di posizionarsi sui blocchi di partenza, fra pochi secondi lo starter darà inizio alla gara dei cento metri piani”

Panico totale. Ma come cento metri piani? Avete presente tutta la preparazione fatta per competere su lunghe distanze e vincere tra centinaia di partecipanti. Scordatevela! Molti abbandonano e rimangono pochi coraggiosi a giocarsi la chance di essere quell’unico individuo ad arrivare fino in fondo. Prima degli altri.

E’ una gara un po’ anomala quella che sto per raccontare, anche perché il traguardo non è un nastro teso da un estremità all’altra della pista e i concorrenti non sono esseri umani, o per lo meno, uno di loro non lo è ancora.

E’ esattamente quello che è successo agli spermatozoi di un diciassettenne, tra l’altro non proprio raccomandabile, di Hampton, Virginia. Se la sta spassando nel giardino di casa della ragazzina quindicenne conosciuta nel quartiere, convinto che nulla e nessuno possa disturbare quel momento magico quando…Sbaaaam!!! Si spalanca la porta e la padrona di casa, nonché nonna della metà in rosa della coppia in questione, assiste alla scena che nessun nonno o genitore vorrebbe mai vedere. Rapporto interrotto sul più bello, dannazione! E ovvia fuga a gambe levate. Ma se da un lato il baldo giovane sfugge dall’ira della nonnina a dir poco contrariata, dall’altro inizia la gara, a ranghi ridotti, di quei piccoli semini dei quali, il vincitore, feconderà l’ovulo della giovane Ann.

Inizia così la storia di chi, convinto di diventare uno dei quarterback più forti  della NFL, diventerà una leggenda della NBA: Allen Iverson colui che darà vita a una delle prestazioni più commoventi mai viste nelle Finals NBA.

Non sto qui a raccontarvi quanto sia stata difficile la vita per un ragazzino nato nei quartieri più pericolosi di una piccola città degli Stati Uniti d’America. Vi basti sapere che la passione per la palla , sia essa ovale o rotonda, ma rigorosamente color arancio, assieme alla tutela del fratellone acquisito Tony Clark, sempre pronto a indirizzarlo nella “right way” (giusto per parafrasare qualcuno che ci tornerà utile più avanti), lo hanno tenuto fuori dai guai, nel limite del possibile. Almeno fino a quando Tony non viene assassinato.  Pensate ad un adolescente, con la famiglia alle strette fra problemi finanziari e di salute e con la criminalità sempre pronta ad accoglierlo a braccia aperte. Come può reagire? Sarebbe molto più semplice fare come Timo Cruz, guardia talentuosa in campo quanto imprevedibile fuori, della Richmond di Coach Carter, alias Samuel L. Jackson. Ma per fortuna il più forte giocatore di football e il più forte giocatore di basket del medesimo liceo, incarnati nella stessa identica persona,  creano il piano perfetto per uscire dai guai e tirar su un po’ di soldi per far star bene se stesso e la sua famiglia.

L’obiettivo è diventare una stella della NFL e strappare contratti milionari.

Il piano riesce solo in parte, e il destino vuole che sia la parte buona del piano a riuscire, fare i soldi, se poi a pagare lo stipendio sia una franchigia NBA e non una franchigia NFL poco importa.

Allen esce da Georgetown con la prima scelta assoluta nel draft del 1996, indossa il capellino dei Sixers stringendo la mano a David Stern e sceglie la canotta n. 3.

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Bene, schiacciate fast forward per arrivare ai playoffs del 2001. Anzi stoppate un attimo per ammirare il crossover su sua maestà MJ e conseguente arresto tiro e canestro dalla lunetta e via veloci fino al 2001 a godervi una serata di basket che non dimenticherete mai.

A Ovest, prima ancora che a Est finisca il primo turno, i Lakers si ritrovano in Finale, immacolati, senza sforzo, di onnipotenza pura.

Sweeppati  Portland, Kings e Spurs. Coach Zen, Kobe e Shaq possono stare serenamente seduti sul divano a guardare i playoffs della Eastern Conference, che sono anche particolarmente divertenti. I Sixers di Larry Brown, proprio lui, quello il cui “play the right way” gli è valso e gli varrà tante vittorie, trainati dal MVP Allen Iverson superano i Pacers 3-1 al primo turno e poi danno vita a due serie epiche.

Solo Goya e il suo dipinto “Duello Rusticano” avrebbe potuto spiegare meglio delle parole quelle due serie di playoffs.

La prima contro i Raptors, in piena Vinsanity. 4-3 per Phila.

In finale di conference contro i Bucks di Jesus Shuttlesworth o Walter Ray Allen che dir si voglia, sempre dopo sette interminabili battaglie.

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Le Finals sembrerebbero essere una formalità. I ragazzi della città degli angeli, riposati, freschi e forti dell’anello vinto l’anno precedente contro Reggie Miller & C. son una corazzata. Gara 1 è a Los Angeles e nonostante la pretattica sempre raffinata di Phil Jackson

“I Sixers sono i veri favoriti, hanno  Mvp,  coach of the year , il miglior sesto uomo e miglior difensore della lega”

si scommette solo su quelli che saranno i punti di scarto tra LA e Phila. Ma nessuno  aveva fatto i conti con quello spermatozoo, che 26 anni prima, oltre ogni pronostico riuscì a regalare un diamante a questo spettacolo chiamato NBA.  Mettetevi comodi, la partita è una gemma incastonata nella storia della Lega. I Lakers scappano subito sulla doppia cifra di vantaggio ma Iverson è imprendibile segna recupera fa impazzire i giallo viola che non riescono a scrollarsi di dosso i cani randagi al seguito del capo branco.

Snow, McKie, Hill, il ditone di Mutombo, Geiger, Jumaine Jones e un giovanissimo Raja Bell (come siano arrivati in finale tutti assieme si può di certo considerare uno dei più grandi misteri della fede cestistica) si sentono di poter competere con i pari ruolo avversari .

E’ un vero One Man Show.

È  Coppi che stacca tutti e si invola al comando con la sua casacca bianco celeste nella Cuneo-Pinerolo.

E’ un clinic di tecnica e abilità balistica.

Il primo tempo dice Sixers tra lo sgomento di tutti gli spettatori, tra i quali spiccano il sempre presente Jack Nicholson e l’immancabile capello di Jimmy Goldstein.

Nel terzo quarto i Lakers impattano, grazie a Kobe e Tyronn Lue che sembra possa spargere sabbia nei perfetti ingranaggi del 3 in nero. Tyronn Lue, proprio lui, tenetelo a mente.

Il quarto quarto continua sulla falsa riga della parità. Il giusto epilogo è l’over time. Tutti pensano che i Sixers abbiano già fatto un miracolo a trascinare i Lakers sino a quel punto e ci si aspetta che vada come doveva andare fin dall’inizio.

Ecco la storia che sta per compiersi, un’istantanea che difficilmente sarà dimenticata dagli spettatori, una giocata da lasciare ai posteri. 55” sul cronometro, Sixers sul 101 a 99 e la palla è nelle mani giuste. Iverson si isola sul lato del campo vicino alla panchina di coach Jackson, come in segno di sfida. Attacca Lue dal palleggio, finta la penetrazione sulla linea di fondo, step back, tiro.

Swish, only net e Lue nel tentativo di contrastare il tiro finisce per le terre ai piedi di AI.

Dopo quella sul lago di Tiberiade verso Betsaida di un individuo che ha avuto una qual certa influenza sulla storia dell’umanità, quella di Iverson, per scavalcare Lue, è la passeggiata più onnipotente che il mio cervello possa ricordare.

La partita finisce li, nonostante altri 40 secondi fisseranno il punteggio sul 107 a 101 per i “favoriti di Coach Zen”.  48 punti , 5 rimbalzi, 6 assist e 5 recuperi con il 44% dal campo per la risposta (The Answer) ad ogni domanda che vi siete posti. Purtroppo il romanticismo nello sport ha vita breve e Davide batte Golia una volta, alla prima, sorprendendolo con la sua intelligenza, sfruttando l’arroganza e la noncuranza tipica di chi sa di essere il più forte.

Quella serie sarà dominata da li in avanti da Kobe e Shaq che la chiuderanno sul 4 a 1, ma io quella partita non la dimenticherò mai, rimarrà scolpita nel mio cuore e fissata nella mia mente.

Allen Iverson è stato follia pura e la sua presenza aleggia ancora su chiunque mastichi NBA. Le sue giocate, il suo temperamento, la sua capacità di giocare sopra qualsiasi dolore sono stati un inno alla forza di volontà e l’aura di  Iverson, amici miei, soffia ancora forte nel vento del mondo NBA. Esatto, proprio così, Iverson soffia nel vento.

The Answer my friends is blowin’ in the wind, The Answer is blowin’ in the wind”, come canterebbe Bob Dylan.

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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