larry_bird

Bird & McHale: When love and hate collide

“Kevin took himself out of the game. I couldn’t believe that. Especially against the Pistons. We didn’t get along with them anyway, so why not go for 70, you know? They didn’t have anyone who could guard him a lick. When he pointed to the bench to come out, I said, “You can’t come out. You gotta get even more” I couldn’t believe it.”

In questa dichiarazione di Larry Bird sta tutta la differenza tra lui e Kevin McHale.

Perchè fermarsi? Perchè non infierire – sportivamente parlando – sugli avversari in una serata dove nessuno può marcarti? Lo stesso Bird lo dimostrerà solo 9 giorni dopo il record di franchigia per punti in singola partita messo a segno da McHale contro i Pistons in quella sera del 3 Marzo 1985.

I 56 punti di Kevin vennero archiviati velocemente, forse troppo in fretta, dopo i 60 rifilati da Bird agli Hawks. Giusto così secondo la mentalità di The Legend, la stessa che l’ha portato ad essere definito in modo forse riduttivo il “miglior giocatore bianco di sempre”. Riduttivo perché Bird era più forte di tantissimi afro-americani contemporanei, passati e futuri. Ma questa è un’altra storia che merita capitoli e capitoli a parte.

Kevin McHale, nativo e legato da sempre al suo Minnesota (dove giocò anche a livello universitario e dove è stato proclamato miglior giocatore di sempre nella storia dei Golden Gophers), è stato un giocatore diverso. Un uomo diverso, se vogliamo allargare il discorso al suo carattere e modo di prendere e interpretare la professione di giocatore di basket. Per questo andrebbe messo all’infinito un gradino sotto altri campioni? Purtroppo sembra sia così.

Non sono mancati nella carriera di McHale i riconoscimenti di squadra (3 anelli con i Celtics con i quali ha giocato l’intera carriera professionistica), due titoli di Sesto Uomo dell’Anno, quando partiva dalla panchina dei “verdi”, entrando e cambiando le partite su entrambi i lati del campo, inclusioni a go-go nei quintetti difensivi e, dulcis in fundo, la nomina tra i 50 migliori di sempre, al fianco dello stesso Bird e di Parish, nella notte di Cleveland.

Con i due compagni Kevin ha formato probabilmente il miglior frontcourt di tutti i tempi. E proprio la diversità di carattere ha fatto sì che questo potesse accadere.

bird_parish_mchale

Vero, Bird non le mandava a dire, a nessuno! L’unico probabilmente con cui l’ha fatto – servendosi del “messaggero” Ainge – all’interno dello spogliatoio dei Celtics, è stato McHale. L’intelligenza e la sensibilità di Larry, non sempre lampante dall’esterno, viene fuori anche da queste cose. L’aver capito che con McHale si vinceva (l’unica cosa che è importata a Bird per tutta la sua carriera) fece sì che per una volta il #33 usasse un po’ di diplomazia per non offendere direttamente un carattere opposto al suo.

Non possono slegarsi in ogni caso le carriere dei due compagni a Boston. E come detto poco fa, il solare McHale, la sua voglia di scherzare in spogliatoio, di non prendersi per forza e sempre sul serio, e con lo stesso atteggiamento trattare la pallacanestro che comunque era ed è la sua vita e la sua fonte di reddito, facevano da contraltare allo scontroso “Hick from French Lick” e all’ancor più silenzioso totem Robert Parish.

Uno dei segreti dei Celtics anni ’80 sta proprio qui. Ma torniamo a quella sera…

Anche contro la frontline di Detroit, Kevin è inarrestabile. Bird poi, capita la serata del compagno, non smette di cercarlo, di passargli la palla, soprattutto nel finale, prima che entrambi si accomodino in panchina, proprio per farlo arrivare al record. Poteva fare di più, come dichiarato in apertura dallo stesso Larry, ma 56 punti e 16 rimbalzi non sono uno scherzo!

Era un basket diverso, ma la cosa che salta all’occhio guardando tutti i giocatori in campo è la loro capacità di fare tutto. Passare, tirare, palleggiare. Alla velocità di allora, chiaramente, ma che fondamentali! McHale era tra questi, pur essendo principalmente un mago del post-basso. Il suo uso del piede perno andrebbe insegnato di diritto in ogni scuola basket, perché utile anche oggi che le differenze di ruolo sono più sottili rispetto a 30 anni fa.

Anche quello che oggi viene definito “pace” ovvero ritmo di gioco, è altissimo. Fino al 48° minuto le squadre vanno su e giù per il parquet cercando un canestro veloce e il primo buon tiro disponibile. Giocano di squadra con pochi isolamenti e palleggi per 10-15-20 secondi del “go-to-guy” di turno. McHale era inserito alla perfezione in questo contesto, essendo un lungo forte fisicamente ma ugualmente agile.

Qualcuno pensa che nei migliori 50 di sempre sia finito “solo” perché parte della frontline di quei formidabili Celtics, solo per la contemporaneità in maglia biancoverde con Larry Bird, senza pensare che tutto questo è potuto accadere anche per merito suo. Insomma, si è un po’ persa, con l’andare del tempo, quella certezza di effettiva grandezza che il giocatore merita senza nessun dubbio. Certezza sostituita dalla sensazione che potesse fare di più, se solo lo avesse voluto. Non scherziamo!

E alla fine arriva Bird…

Solo 9 giorni dopo, come raccontato, Bird non ha più voglia di lasciare ai compagni il proscenio, e vuole riprendersi il posto che gli spetta di diritto tra i più grandi Celtics di sempre, impresa non facile visti i nomi in questione. Le immagini come spesso accade parlano da sole…

Come raccontato da più parti, la serata non era iniziata nemmeno nel migliore dei modi. Gli Hawks padroni di casa giocavano saltuariamente a St. Louis invece che al vecchio OMNI di Atlanta, e questa volta – involontariamente – fecero entrare nella storia del basket la città del Missouri.

Larry sentì che a un certo punto tutto gli veniva facile, e cominciò a tirare da ogni posizione. Atlanta che fu una rivale arcigna negli anni ’80 per i Celtics nella Eastern Conference, grazie anche ai duelli tra lo stesso Bird e Dominique Wilkins, non era certo nella giornata giusta per poter anche solo ostacolare i piani di The Legend.

Così Bird ne approfittò per prendersi il record, cosa che tanto a McHale non importava, allora come oggi.

Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Editore ENBIEILAIF - Nacho Symbolic Associazione Culturale
P.IVA - COD. FISC. 03383520545
Direttore Responsabile testata on line: Luca Fiorucci
Server Provider: Aruba
Registro Stampa Tribunale di Perugia N°9 27/05/14
Email: info@nbalife.it

© 2019 Copyright NbaLife.it, tutti i diritti riservati