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Asse Play-Pivot: il basket declinato al passato

Se fossimo nati nella generazione dei nostri padri e, non sapendo nulla di basket, avessimo chiesto ad un esperto di spiegarci come funzionano i ruoli del gioco, ci avrebbero spiegato che i ruoli del basket sono cinque: playmaker, guardia, ala piccola, ala grande e centro. Di questi cinque ruoli i più importanti, o forse i più rappresentativi del gioco, sono il primo e l’ultimo: il playmaker e il centro (o pivot, come si diceva un tempo).

Il primo è il piccolo, di solito il più basso di tutti, scattante e agile che tiene in mano le redini del gioco e rappresenta la mente della squadra, il secondo è il “big man” che sta sotto al canestro, prende i rimbalzi e difende il canestro con la sua stazza. Questa idea di gioco letta ora fa quasi tenerezza, ma non si può negare che, per il periodo che va dall’inizio della storia del gioco fino agli anni 2000 circa, sia del tutto veritiera.
I due ruoli in questione però (playmaker e centro), che rappresentano i due poli opposti di una formazione cestistica e di essa ne sono sempre stati il simbolo, negli ultimi anni stanno cambiando dal punto di vista tecnico e fisico.

Prendendo in considerazione i giocatori che hanno ricoperto i due ruoli in questione nelle squadre più vincenti della storia dell’NBA scopriremo il perché.

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Negli anni Ottanta un prototipo di playmaker è stato Isiah Thomas che ha vinto l’anello nel 1989 e 1990 con i Pistons, classico folletto di bassa statura, mani veloci e tanti assist. Dall’altra parte della medaglia a rappresentare il lungo “tipo” c’è stato Kareem Abdul-Jabbar, il lungo da post basso, rimbalzi e schiacciate, simbolo dei Lakers dello Showtime.

Nei leggendari Celtics di Bird quel ruolo era ricoperto da Robert Parish, altra icona dell’NBA di quel tempo.
Negli anni ‘90 a dominare le aree c’era Hakeem Olajuwon, campione NBA nel ‘94 e nel ’95, tutt’ora bramatissimo maestro di post basso da parte dei più grandi giocatori di oggi. Per completare il secondo three-peat i Bulls di Jordan dovettero affrontare la squadra che meglio nella storia ha rappresentato l’asse play-pivot: gli Utah Jazz di Stockton e Malone. Agli inizi del Duemila Shaquille O’Neal ha dominato su tutti i campi dell’NBA vincendo quattro titoli. Vediamo quindi che nell’epoca precedente agli inizi del Duemila i ruoli di playmaker e centro erano ben definiti in uno schema molto chiaro, sia per quanto riguarda la componente fisica che per quella funzionale all’interno del gioco: gestione dell’attacco e bassa statura per i playmaker, dominatori dell’area dal fisico imponente i centri.

Ora, prendiamo due esempi di come il ruolo di playmaker sia stato completamente stravolto e re-interpretato da un giocatore: Magic Johnson e LeBron James. Entrambi, seppur in epoche diverse, sono la testimonianza di come l’ideale di un ruolo possa essere scardinato, in questi due casi affidando alle funzionalità di un playmaker il fisico di un lungo (entrambi sono alti 203 cm).
Concentriamoci sull’esempio di LeBron James. E’ come se il suo approccio al gioco avesse fatto scattare qualcosa nella testa dei suoi rivali, LeBron è diventato il nuovo modello e ha reso tutto ciò che c’era prima improvvisamente obsoleto e passato di moda.
James vince due titoli a Miami senza un playmaker (ufficialmente il play era Mario Chalmers ma le sue capacità di tiratore dagli scarichi erano ben più utili delle sue scorribande da portatore di palla) e soprattutto senza un lungo. Ed è proprio qui la chiave del discorso, gli Heat di LeBron James sono diventati vincenti nel momento in cui il loro lungo, Chris Bosh, ha smesso di fare il big man e ha iniziato ad aprire l’area per prendere, lui pure, tiri da tre dagli scarichi.

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Siamo nel 2013. Dopo l’ultimo anello degli Heat i campioni saranno gli Spurs, non a caso considerati la squadra più “vintage” dell’NBA, con la loro formazione tipica basata sull’asse Parker-Duncan che ha attraversato due decenni di NBA.
Poi sono arrivati i Golden State Warriors, la squadra del futuro, in cui tutti fanno tutto, dal playmaker al lungo, soprattutto nelle fasi di gioco in cui Draymon Green gioca da cinque. La serie infinita di tagli, il costante movimento per smarcarsi dei tiratori e la dinamicità quasi esasperante della squadra di Kerr fa degli Warriors un simbolo del nuovo basket.

Da qualche anno a questa parte i ruoli di playmaker e centro, e il gioco del basket in generale sta cambiando, ai lunghi non si chiede più di agire nel pitturato, ma piuttosto di essere i più dinamici possibili e soprattutto di avere un più ampio range di tiro possibile; ormai il tiro da tre è un requisito fondamentale del lungo moderno. Solo dieci anni fa un centro che tirava da tre non esisteva.
Così come per il centro anche il concetto playmaker sta cambiando, i play non sono più i ragionatori di bassa statura di una volta, a loro si chiede fisicità, aggressività, post basso. Per adempiere a tutti questi compiti un play inevitabilmente deve essere di una stazza ben più grossa di quella che è sempre stato solito essere.

Si guardino i casi di Brook Lopez e Roy Hibbert, centri vecchio stampo che non riescono ad incidere nonostante le taglie superiori alla media che portano in giro per il campo. Viene da pensare che sono proprio queste che li rendono inadatti a quasi tutti i tipi di gioco. Si guardi Greg Oden, che non è mai riuscito quasi neanche a mettere piede in campo in una carriera costellata sì da infortuni, ma anche caratterizzata da una proposta di gioco troppo antiquata. Al contrario del suo compagno di draft Kevin Durant che sulla sua mobilità di piedi e morbidezza di mani, plasmate su un’altezza fuori dal normale (210 cm), sta basando il suo gioco unico ed inimitabile (aggiungerei anche duttile per qualsiasi tipo di gioco, per rispondere agli scettici anti Warriors del “si gioca con una palla sola”, ma saranno i fatti a parlare di questo argomento).

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Un altro grande punto di svolta nell’evoluzione dell’approccio al gioco è stato dato con l’avvento in NBA di Giannis Antetokounmpo nel 2013, 211 cm e nessun ruolo di appartenenza, o forse sarebbe meglio considerare tutti i ruoli come suoi di appartenenza. Potenzialmente il primo vero all-around player della storia del gioco, non che non lo siano stati Oscar Robertson o Lamar Odom, per carità. Il fatto è che questo specimen fisico e tecnico non ha precedenti. Può spaziare dal ruolo di play al ruolo di centro senza limitare in nessun modo il suo gioco.
Oltre al greco si notino le caratteristiche più da tiratore che da lungo di Porzingis nonstante i suoi 217 cm. La mobilità di piedi di Anthony-Towns. La capacità di passare la palla di Nikola Jokic. La ricerca di un basket totale di Anthony Davis. La facilità di tiro da dietro l’arco di Joel Embiid. Curioso è il caso di Pau Gasol che verso la fine della carriera ha costruito un rispettabilissimo tiro da tre punti per evitare che il suo gioco, col passare degli anni, risultasse limitato: un raro caso di evoluzione della specie in una sola carriera.

Parallelamente si guardino i playmaker: la furia agonistica e fisica di Russell Westbrook, le capacità realizzative in uno contro uno di Kyrie Irving e John Wall (tutti e tre sopra i 190 cm), e perché no, quello che è stato Derrick Rose prima dell’infortunio. Tutti con una mentalità molto meno a favore del ragionamento tattico e più spinta verso un’ottica realizzativa.
Di conseguenza, a un lungo molto alto e pesante è preferito uno magari più basso ma con una maggiore capacità di muovere piedi e ad un play di statura media è preferito uno più fisico, più aggressivo e meno ragionatore. Vediamo allora come i poli che hanno sempre rappresentato gli opposti del gioco ora si stanno avvicinando sempre più in termini fisici e tecnici.

Ci saranno sempre più lunghi che passano come dei playmaker e playmaker che giocano il post basso come lunghi e soprattutto le altezze dei giocatori che faranno sì che questi due ruoli si avvicineranno sempre di più. Non si va più alla ricerca dello Yao Ming e dello Steve Nash della situazione: questi appartengono ad una generazione di giocatori ormai superata.

Facendo fantabasket potremmo prevedere o, quantomeno ipotizzare, che tra vent’anni i giocatori su un campo di basket saranno quasi tutti alti uguali, o tutti compresi tra i 195 e i 210 cm e avranno raggiunto dei picchi sbalorditivi di percentuali da tre, indifferentemente dal ruolo che ricoprono, e dei livelli di atletismo ora inimmaginabili. Rendendo le leggende degli anni passati, per il loro modo di giocare, dei veri e propri dinosauri.

Alessandro Zorzoli

Alessandro Zorzoli

Milano, 21 giugno 1994. Studio lettere. Gioco a basket da quando sono nato. Lo sport è la cosa più bella del mondo e nello sport si concretizzano tutti gli aspetti di un’arte: tecnica, poetica, forma e stile. Del basket e dei suoi protagonisti mi affascina indagare questi aspetti. “Quando dipingo non penso all’arte. Penso alla vita”, Jean-Micheal Basquiat.

 
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