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Allen Iverson: Rhythm And Poetry

Gli Anni Novanta sono stati gli anni del progresso tecnologico, dei mass media e dei reality show. Questi anni hanno lasciato il loro testimone a quelli che vengono chiamati gli Anni Zero, ovvero il primo decennio del Duemila, il periodo dell’esplosione della cultura di Internet e la nascita degli smartphone. L’NBA, a cavallo di questi due periodi è stata stravolta, rivoluzionata e dominata da una figura tanto controversa quanto amata: Allen Iverson, The Answer. Qui vi racconto la sua storia. O meglio, qui vi racconto il suo stile.

9 settembre 2016. Allen Iverson viene eletto ufficialmente membro della NBA Hall of Fame, l’Arca della Gloria della lega più leggendaria del mondo.

Il giorno dell’incoronazione, tiene il suo discorso di ringraziamento. E qui Allen Iverson ci fa capire chi è Allen Iverson.

Come si avvicina al microfono i suoi occhi tradiscono già un’emozione fortissima, è praticamente in lacrime ancora prima di iniziare a parlare. Il suo discorso inizia in maniera spontanea, non legge nessun foglio, non si è preparato le parole da dire.

Le treccine sono quelle di sempre, indossa orecchini di diamante ad entrambe le orecchie.

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Inizia i suoi ringraziamenti, il tono non aderisce a nessun tipo di formalità, l’accento è fortemente “black”, non si risparmia parole slang, ha una cadenza ritmata, dondola a destra e a sinistra col busto, è travolto dall’emozione ma tenta disperatamente di respingerla col ritmo serrato del suo discorso.

Ringrazia la sua famiglia per prima. I figli, a partire dal primo, Allen Iverson  II, o “Douce” come lo chiama lui, poi Isaiah AKA The Professor, per la sua spiccata intelligenza, poi la piccola Messiah AKA Booboo, o BoobieBoo e così via, dopo la sua famiglia un mare di nomi e soprannomi sputati fuori a manetta. Su quel palco Iverson sta facendo rap. Questo è il suo stile. Il freestyle. E’ un fiume in piena, non pensa, si lascia andare.

Come sul palco così è stato in campo: rap

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Sì, perché Iverson è stato per l’NBA quello che il rap è stato per la musica. Una rivoluzione spontanea, indisciplinata e proveniente dalla strada, un po’ violenta, un po’ illegale ma sempre incredibilmente emotiva ed emozionale. Iverson è stato il primo a portare il rap nel mondo dell’NBA.

Esordisce nel 1996, con la squadra che ha amato fin da bambino: i Philadelphia 76ers.

In quell’anno nel mondo del rap escono tre pezzi destinati a rimanere negli annali di questo genere, proprio come lo sarà  Iverson per il basket.

Una di questi è “Ready or Not” dei Fugees. Lauryn Hill canta

Ready or not / here I come / You can’t hide

sembrano le parole che AI avrebbe potuto dire all’NBA e al suo pubblico il giorno del draft: sto arrivando, non potete nascondervi ed è meglio per voi che siate pronti perché sto per portare la rivoluzione.

L’altro pezzo rappresentativo di quell’anno è If “I ruled the World” di Nas, pietra miliare del rap newyorkese, che recita

If I ruled The World / I’d free all my sons

se fossi a capo del mondo darei la libertà a tutti i miei simili.

Quali parole renderebbero meglio la personalità di The Answer?
Di amici ne ha avuti molti e molti di questi sono quelli che hanno provato a portarlo sulla cattiva strada. Come in quella storiaccia della rissa al bowling di Hampton in Virginia, città natale di Iverson, che lo portò a scontare quattro mesi di carcere sporcando per sempre la sua reputazione. Ma questi stessi suoi “simili” sono coloro che rappresentano quello che Allen è ed è sempre stato, un cattivo ragazzo, ma pur sempre romantico e dalle mille insicurezze, forse a volte immaturo ma con una voglia devastante di dettare le regole del mondo.

L’ultima canzone che segna quel 1996 è “California Love” di Tupac e Dr Dre, brano originale, con la sua cadenza un po’ funky che si distacca dal corso tipico del rap di quegli anni. Il brano fa parte dell’album All Eyez On Me. Gli occhi che Tupac aveva addosso allora erano gli stessi che Iverson avrebbe avuto da lì a pochi anni, quelli di tutto il mondo.

The Answer in campo è una bomba di energia, ha un primo passo fulminante e cambi di ritmo che lasciano indietro chiunque. Sempre al limite ma sempre sotto controllo. La sinergia tra le sue mani e il pallone è impresssionante.

Come in quel famoso uno contro uno nel 1997 contro il suo idolo di una vita. Cambio difensivo, AI lo guarda. Crossover di sinistro, palleggio sotto le gambe, altro crossover di sinistro. Palleggio arresto e tiro. Solo rete. La palla e il corpo sembrano essere la stessa cosa. Letteralmente poesia in movimento. Ovviamente quello contro cui ha messo questo canestro e che sarebbe il suo idolo aveva la maglia numero 23 di Chicago. Uno dei canestri più famosi della storia del basket.

Il picco della sua carriera è nel biennio 2001/2002 sia per meriti sportivi che per motivi disciplinari. Iverson è tanto forte in campo quanto ingestibile fuori.

Nel 2001 vince l’MVP e porta i Sixers alle Finals, ora non gioca più playmaker, per fare quel ruolo serve razionalità e metodo, Iverson è freestyle, non può farlo. Il play lo fa Eric Snow, AI fa la guardia. E’ letteralmente immarcabile.

In gara 1 ne fa 48 (quarantotto) allo Staples e si consegna di nuovo alla storia del basket, e dello sport in generale, calpestando Tyrone Lue dopo avergli messo in faccia l’ennesimo canestro durante il supplementare. Non vincerà mai l’anello, i Lakers sono troppo forti e lui è troppo solo.

In quello stesso anno esce “Mrs Jackson” degli Outkast, Andre 3000 canta

I’m sorry miss Jackson / I am forreal / never meant to make your daughter cry / I apologize a trillion times

si parla di chiedere scusa, che è quello che è stato chiesto ad Iverson di fare troppo spesso lungo la sua carriera, chiedere scusa per come è fatto.

Iverson comincia a essere estremo in tutto ciò che fa, viene accusato di violenza domestica, la gestione del suo patrimonio non è mai chiara.

Un giorno ha la brillante idea di saltare un allenamento, facendo scoppiare un putiferio mediatico. Si presenta in conferenza stampa per giustificarsi ma al posto di chiedere scusa tira fuori uno delle sue più celebri e leggendarie conferenze stampa a mo’ di freestyle, che verrà ricordato per sempre col titolo di “Practice” e recita più o meno così:

we talkin about practice man / how silly is that?

Del resto Iverson non è mai stato ligio a nessun dovere, da piccolo saltava sempre scuola, era incontrollabile. Un giorno un suo professore delle medie a fine anno gli disse: “Hai saltato 75 giorni di scuola quest’anno”.

“Non è vero” rispose AI “ne ho saltati 69”. Figuratevi cosa signfica saltare un allenamento per uno così.

E’ al picco della sua carriera e del suo modo di essere. Strafottente e menefreghista fuori dal campo, poetico sul parquet.

Si presenta alle partite in vestiti hip-hop: pantaloni larghissimi, snapback, collane, orecchini. Le sue treccine  sono un’icona, è il bad boy dell’NBA. Un’NBA che sta attraversando un periodo buio anche grazie a questa mentalità “bad” che Iverson ha portato per primo in NBA in quei primi Duemila.

Siamo tra il 2004 e il 2006, la rissa di Auburn Hills ha sconvolto il mondo, i giocatori NBA si atteggiano più da gangster che da sportivi professionisti. Ron Artest, Stephen Jackson, Rasheed Wallace e molti altri sono i figli di quello stile Crime Sex and Excess di cui Iverson è il primo interprete e paladino.

Durante la stagione 2005/2006 la Lega decide di darci un taglio ponendo come obbligo un dress code ferreo che tutti i giocatori avrebbero dovuto rispettare, così da dare all’NBA e ai suoi protagonisti, almeno in termini di abbigliamento, un tono che si allonatanasse da quello in cui molti di loro si erano avviati. Una sorta di campagna di rifiuto dello stile hip-hop/gangster che nell’NBA era di totale tendenza in quegli anni.

Iverson riguardo a questa nuova regola di abbigliamento dichiarò:

“Questo dress code non mi rappresenta e non mi dà la possibilità di esprimermi”

Guardando ora indietro a quegli anni si può dire che Iverson si sia espresso sempre come voleva e che il dress code non ha rappresentato mai una limitazione al suo modo di essere. Anche vestito elegante Iverson sarà sempre il rap dell’NBA e con questo suo stile ha segnato per sempre un’epoca di questo sport.

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E’ sempre stato se stesso, non ha mai indossato maschere o travestimenti, non ha mai trattenuto una lacrima o una parolaccia, il suo discorso finale all Hall of Fame è fatto solo di ringraziamenti, a compagni, allenatori, amici, parenti, fans, perché senza di loro Iverson non sarebbe mai diventato Iverson. E’ stato sempre grato a chi gli ha dato qualcosa e ha lottato sempre per ripagarlo. A modo suo, ma l’ha sempre fatto.

“I don’t wanna be Jordan, I don’t wanna be Magic, I don’t wanna be Bird or Isiah.  I don’t wanna be any of those guys.  When my career’s over, I want to look in the mirror and say I did it my way.”

Dannatamente A.I.

Alessandro Zorzoli

Alessandro Zorzoli

Milano, 21 giugno 1994. Studio lettere. Gioco a basket da quando sono nato. Lo sport è la cosa più bella del mondo e nello sport si concretizzano tutti gli aspetti di un’arte: tecnica, poetica, forma e stile. Del basket e dei suoi protagonisti mi affascina indagare questi aspetti. “Quando dipingo non penso all’arte. Penso alla vita”, Jean-Micheal Basquiat.

 

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