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All Star Week End 2019

Anche quest’anno abbiamo deciso di intraprendere il cammino tortuoso della narrazione degli eventi del fine settimana dedicato alle Stelle NBA e addirittura la redazione ha mobilitato per l’occasione ben tre redattori. Uno per giornata e non crediate che lo abbia fatto per avere un’analisi approfondita dell’evento. Il rendiconto a sei mani è stato proposto per sollevare il singolo redattore dall’onere di sorbirsi tre giorni di pantomima del basket. E se anche il New York Times ha deciso di volgere lo sguardo alle nostre latitudini prendendo ad esempio la Final Eight (vinte dal duo Sacchetti-Diener) come surrogato del sempre più stucchevole All Star Game, significa che la misura è colma anche oltre oceano.

Francesco Rivano
Checco Rivano

Si parte di Venerdì e come di consueto a farla da padrone, ahi noi, è il famigerato Rising Stars che vede contrapposti Team Usa e Team World. Per intenderci e per capire l’interesse che veicola questo evento si può prendere ad esempio la domanda più frequente letta sui social in questo fine settimana: “Perché non ci sono Embiid e Siakam?”. Insomma a non tutti è ancora chiaro che si tratta di una partita fra giocatori al primo e al secondo anno. Non aspettatevi nessuna analisi e nessuna narrazione nelle prossime righe. Vi basti sapere che a spuntarla è stato Team USA per la seconda volta su cinque edizioni e che l’MVP è stato assegnato a Kyle Kuzma. Fra le note degne di essere ricordate c’è sicuramente la presentazione alla gara affidata a Bill Nye che ben si sposa con l’argomento “stelle”. Per gli amanti del Vintage invece sarà stato un tuffo al cuore rileggere, durante un evento NBA, il nome di Wes Unseld. Il figlio del centro ex Campione NBA con la maglia dei Bullets sarebbe dovuto essere il deputato alla guida tecnica di Team World: se non fosse stato che le telecamere avevano obiettivi solo per l’assistente che ne ha leggermente offuscato la presenza: tale Dirk Nowitzki. Sull’altra panchina, ad eclissare Darvin Ham, ci ha pensato invece Kyrie Irving particolarmente attivo durante la gara nel suo continuo”push” imposto ai suoi. Se proprio volete uno spunto relativo alla gara lo trovate appena prima della palla due: non è uno spunto puramente tecnico ma la sintesi di quello che, fra i rookies, si sta verificando durante la stagione regolare. “Let me jump.” È così che un Luka Doncic, fuori contesto nonostante lo sforzo, ha chiesto a DeAndre Ayton di lasciargli strada libera per la palla due. Insomma, un “fatti più in la” paragonabile a quello che, da ottobre ad oggi, lo sloveno ha riservato in campo al centro dei Suns nella lunga corsa verso il rookie of the year. La nostra piena solidarietà infine va concessa a Danny Green che, nella veste di telecronista ha dovuto subire l’affronto più umiliante perpetrato ai danni della sua miglior arte: la difesa.

Davide Alekos Iaconis
Davide Alekos Iaconis

Il Saturday Night Live in versione All-Star Weekend ha sicuramente regalato sorprese. Per le emozioni, invece, rivolgersi direttamente al 13 Aprile 2019. Nel sempre atteso quanto spesso deludente Slam Dunk Contest, trionfo di Hamidou Diallo con il throwback dell’elbow dunk dell’epico Vince Carter d’inizio millennio. Il tutto con tanto di squarcio della canotta in versione Superman (ma ancora???) e scavallamento dei 2.16 di Shaq. Menzione d’onore per la pagliacciata dell’anno di un John Collins con berretto, sciarpa e occhiali da aviatore. Troppo poco per mascherare una prestazione per il resto sotto le aspettative. Nel mentre Dennis Smith Jr. richiama sul parquet J. Cole, Steph e Wade in una competizione che pare assomigliare sempre di più, e troppo spesso, ad un grande parterre de rois di citazioni, cameo e attestazioni d’appartenenza al jet-set a stelle e strisce. “Clamoroso al Cibali di Charlotte!”, dove i Curry, anfitrioni assoluti di questo weekend delle stelle nella città in cui si è scritta la storia del capostipite Dell, hanno fallito l’appuntamento con la storia oltre l’arco. Seth (46.5% da tre punti in stagione, terzo assoluto) fuori al primo turno, Steph (precedentemente apparso con una nostalgica felpa in memoria di quella indossata nel ‘92 in braccio al padre) sconfitto sul più bello. Vittoria per il silenzioso Joe Harris del plotone Atkinson a fregiare una stagione individuale e di squadra fuori da ogni più roseo pronostico. Rimane una domanda: e Bertans?

Nello Skills Challenge, udite, udite, esce a mani vuote il giocatore più tecnico della competizione, l’enfant prodige Luka Doncic, per la rivincita morale di un Trae Young offuscato in stagione regolare dall’astro di Lubiana. A proposito di morale, vogliamo parlare della moralità del lancio della palla nello sprint a tutto campo dello stesso Trae? Si porta a casa l’ambitissimo premio Jayson Tatum in un finale thrilling risolto di tabella da dietro la metà campo. Momento saliente di un sabato per il resto avaro di emozioni. “Continuiamo così, facciamoci del male”.

Carlo Torriani
Carlo Torriani

Ok, proverò ad andare un po’ controcorrente. I commenti che giravano nella nostra chat, ma che sono poi quelli ormai molto diffusi tra gli amanti dell’NBA, erano un profluvio di insulti per questa manifestazione che ha perso ormai ogni mordente, ridotta a circo equestre senza alcun rispetto per il gioco in sè o per gli spettatori, da un gruppo di ragazzetti viziati e strapagati.

Diciamo che gli ultimi 15 anni di ASG non hanno aiutato a creare un’opinione diversa da questa. Mi sono per anni rifiutato di condannare tout court questo evento, forse per quel romantico ricordo di quando le cose erano diverse, di quando Jordan, Magic, Bird, Drexler, Wilkins lo rendevano un evento – per quanto futile – comunque innegabilmente divertente. Sarà che sono un inguaribile ottimista. O che ho dei gravi problemi di mancanza di contatto con la realtà.

Se posso spendere una parola sulla partita delle stelle di quest’anno, la mia parola è “dignità”. Non siamo tornati ai tempi belli, all’MVP a Magic dopo 6 mesi assenza dal parquet per l’HIV, nè della sfida all’ultimo canestro fra il Jordan di fine carriera e il moccioso impudente (Kobe) che doveva assolutamente rubargli la scena. Non si può nemmeno dire che sia stata una bella partita, di quelle che ti danno adrenalina per il risultato o il piacere di vedere del bel gioco. Però, per la prima volta negli ultimi 15 anni, almeno è stata una partita. Ci sono state cose fuori luogo, e difese assolutamente sotto la media (non già altissima) della regular season, ma non si può parlare di obiezione di coscienza. Il team LeBron ha recuperato grazie alla minor vena balistica dei bianchi nel secondo tempo, ma anche grazie ad un accenno di difesa che ha colto impreparati quelli del team Giannis, che non si aspettavano che qualcuno potesse inopinatamente mettersi tra loro e il canestro.

Cose buone

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I 3 highlights più riconosciuti sono stati l’alleyoop di LeBron su assist a tabellone di Wade (il momento amarcord piace sempre), quello di Giannis su palla battuta a terra da Curry e la schiacciata abbastanza inattesa di Curry nei secondi finali, giusto per dimostrare che “…oltre le gambe c’è di più”.

Non male però anche la prestazione di Paul George, chiaramente nella miglior stagione di carriera, che si esibisce in un 360° con schiacciata finale a “statua della libertà”, ma soprattutto ci regala la perla più gustosa della serata, ovvero l’irrisione di Harden che viene … “hardenizzato”, ovvero l’ala dei Thunder si apposta fuori dalla linea con di fronte il Barba, si passa ripetutamente la palla tra le gambe e, imitando il signature move dell’avversario, fa uno step back (o step aside) strascicato e gli segna in faccia.

Infine mi permetto di segnalare l’intera partita di Curry, che trovo sia l’unico giocatore di oggi che ha veramente interpretato lo spirito genuino dell’ASG, ovvero: gioco per fare spettacolo, facendo cose inusuali che stupiscano il pubblico, ma che hanno una forte base tecnica, di conoscenza estrema dei fondamentali. Il canestro in penetrazione a centro area palleggiandosi dappertutto e chiudendo con una scodellata di sinistro con un angolo impossibile può essere l’emblema di questo discorso. Ma in generale ogni sua giocata faceva proprio trasparire la voglia di stupire in senso buono, che nulla ha a che fare con la schiacciata mentre gli avversari si scansano o il tirare da 3 ogni volta che si tocchi la palla, con il solo scopo di fare più punti e accaparrarsi un nuovo record (tanto i 52 di Davis li vedo difficili da battere …).

Cose meno buone

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Se a Curry va la palma di miglior “portatore sano” di spirito dell’ASG, la palma negativa va sicuramente ad Embiid. Interpretare correttamente questo tipo di gare è senz’altro più facile per un esterno che per un lungo, ma la partita del centro dei Sixers è stato un continuo tentativo di voler cercare la giocata spettacolare dove i suoi skills (o più semplicemente le leggi della fisica) non glielo consentivano. Un susseguirsi di tentativi di Euro Steps, passaggi illuminanti, palleggi felpati, tutti rigorosamente finiti nelle mani degli avversari. Se lo sai fare, fallo. Se non lo sai fare, fai altro. Please.

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LeBron ha navigato per tutta la partita sottocoperta. Probabilmente l’attenzione eccessiva attirata sulla propria persona con le dichiarazioni su Davis e poi con la scelta dei compagni di squadra per l’ASGgli hanno consigliato di tenere un basso profilo. Per il Team LeBron il nostro ha scelto praticamente solo free agent (quest’estate), con particolare attenzione a quelli papabili per i Lakers. Ha perfino fatto una trade. Neanche pensasse che si trattasse della offseason NBA, nella quale fa e disfa squadre a suo piacimento … opps.

In compenso, mentre lui faceva l’indifferente, tutta la squadra avversaria gli ha mostrato una deferenza imbarazzante, sostanzialmente aprendosi a Mar Rosso ogni qualvolta il 23 mostrasse con timidezza di avvicinarsi all’area; insomma, quest’anno ci sono stati accenni di difesa, tranne quando la palla era in mano sua. Peccato.

Troppi tiri da 3; 167 tentativi complessivi in una partita non hanno senso. Se è vero che l’ASG è un’estremizzazione (una caricatura spesso, purtroppo) di una partita NBA, questo vale anche per questo fondamentale, che si sta espandendo a macchia d’olio nel tessuto tecnico e strategico del gioco, arrivando a distorcerlo. Non so bene cosa ci si possa fare (in fondo il tutto nasce dalla necessità di spacing da creare non ostante i superatleti che ormai coprono aree di campo sempre più ampie), ma questa estremizzazione, come tutte le estremizzazioni, non è sana.

Giannis Vs LeBron: la nuova formula, inaugurata l’anno scorso, continua a non piacermi. Non ha senso, non crea rivalità pluriennali, non dà motivi di orgoglio o senso di appartenenza, rende difficile anche solo capire (figuriamoci ricordare!) chi ha giocato con chi. E il tutto senza avere (almeno secondo me) alcun impatto su come si gioca. East-West, quanto mi manchi!

Conclusioni

Non un ASG da tramandare a figli e nipoti, ma finalmente nemmeno una partita durante la quale coprire gli occhi ai bambini. La strada verso la piena rispettabilità è lunga, ma quanto meno il 2019 sembra aver inverto il trend di peggioramento continuo, e mi lascia un po’ più di speranza per il futuro.

Lo Skills Challenge invece non ha speranza. Nemmeno se vince Tatum.

PS: MVP silenzioso a Durant, che mi lascia dubbi come quello delle scorse Finals. Quando tutti sanno che il vero MVP di questo weekend ha giocato sabato notte. Allie LaForce. Guardatevi le foto.

Vae victis

2019 NBA All Star Game

Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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