All Star Game west est

All Star Game 2014

All Star Game 2014: la terza via

I tempi stanno cambiando. Ricordo che anni fa l’All Star Game era atteso tutto l’anno dai tifosi, perchè era la notte (allora, beatà giovinezza, lo guardavo perfino in diretta) in cui la NBA si metteva il vestito buono ed entrava nelle nostre case al suo meglio.
Jordan, Barkley, Drexler, Malone, Ewing, Robinson, Pippen, Mullin, Bird e Magic, Price, Thomas, Payton, Kemp, Miller (beh, ovviamente anche Stockton!), tutti insieme per una notte sullo stesso parquet, a farci vedere quello che non si poteva vedere altrove: i migliori di tutti, uno contro l’altro. Certo, c’era anche la voglia di vedere, magari per l’unica volta in quell’anno, le stelle delle squadre meno telegeniche. Già, che ci crediate o no, esisteva un tempo prima del league pass, di internet, di YouTube, in cui le partite erano su Telemontecarlo, poi su Tele+ (oggi Sky), e non 3-4 a settimana, ma una sola. E allora grande spazio per Lakers, Celtics e Bulls, puntate nell’esotico con Detroit, ma per il TMC run&gun di GoldenState, o per Kevin Johnson di Phoenix c’era solo l’immaginazione.

O l’All Star Game.

Oggi parlare male dell’All Star Game è molto trendy: la partita è finta, quegli straviziati dei giocatori non si impegnano, la gara di schiacciate è ripetitiva, lo skill challenge sembra l’appendice di una partita di minibasket del CSI, lo shooting star è … beh, lo shooting star.
Per non parlare della tenzone tra decorticati che si svolge il venerdì sera.
C’è del vero, difficile negarlo.

Ma la mia difesa dell’All Star Game non vuole essere solo un manifesto alla nostalgia.

Forse tra lovers e haters esiste una terza via, e l’unione di alcune tendenze positive in corso e magari qualche variazione potrebbero riportare l’All Star Game vicino ai fasti di un tempo.

Cosa cambierei

Tre cose, le peggiori del weekend, ovvero Skill challenge, shooting stars e rookie game (o come lo chiamano adesso).
Lo shooting stars è una delle competizioni meno affascinanti mai inventate. Il solo Chris Bosh, ineguagliato autore di un back to back, ne pare eccitato. La parte di un qualche interesse è vedere i terzetti, e soprattutto la vecchia gloria: se si riesce ad averla di qualche caratura, meglio. Il gioco però alla fine si riduce a una lunga e noiosa serie di tiri da metà campo, privi di qualsiasi fascino se presi fuori da una partita. La mia formula alternativa: 4 squadre (con terzetti composti alla stessa maniera), che due alla volta si sfidano in un 3 contro 3, le due squadre che vincono (ovvero hanno fatto più punti nei 5 minuti di partita) si sfidano per la finale. Più carino, più legato al basket, probabilmente più interessante.
Lo skill challenge va bene per mio figlio di 8 anni, per un professionista NBA trovo che dover fare il gimkanone e infilare la palla nel cerchione per simulare il passaggio sia oltremodo offensivo. E per noi un menone da vedere. L’alternativa? Horse, o Fuori, per i non anglofoni. 4 giocatori (ma anche 3, per motivi di tempo) che si sfidano così: il primo fa qualcosa (un tiro, un terzotempo, una serie strana di palleggi, insomma quel che vuole tranne una schiacciata), se segna il secondo deve rifarla uguale; se segna si passa al terzo, altrimenti prende la prima lettera della parola H-O-R-S-E: al completamento della parola si esce (forse si potrebbe fare con N-B-A, che dura meno). Noioso? Immaginate di farlo fare a Steph Curry, o in tempi passati a Pistol Maravich, poi mi dite.
Col Rising Stars Challenge l’operazione è più complessa. Non saprei come intervenire sulla formula, per migliorare il risultato finale ed ovviare a quei 40 minuti di strazio con canestri, dove a turno si schiaccia nel totale e dichiarato disinteresse delle difese. Ma è un peccato bocciare l’idea in toto, perchè spesso è un’occasione rara di vedere all’opera e con spazio giocatori interessanti che spesso nelle loro squadre non riescono a esprimere appieno il proprio potenziale. Alla fine è un problema di attitudine, di stato mentale. Forse il miglior toccasana sarebbe 10 minuti prima della palla a due mandare nello spogliatoio Bill Russell, a fare un discorso ai convocati, spiegandogli cosa sia l’amore e il rispetto per il gioco. O se i debosciati non sapessero chi è, si può sempre mandargli Jordan.

Segni di speranza

L’All Star Game è peggiorato, ma forse il peggio è alle spalle. Dopo il periodo “epico” di cui parlavo all’inizio, abbiamo avuto diverse fasi, una peggio dell’altra, che hanno reso l’All Star Game qualcosa di difficile da difendere anche per il tifoso più sfegatato.
Gli All Star Game del dopo MJ, senza stelle, con BJ Armstrong e Horace Grant inspiegabilmente convocati nel roster della domenica. Quelli dei ragazzini viziati, del Kobe da rookie che allontana infastidito il blocco di Malone, delle gare di schiacciate ripetute per tutta la partita. Praticamente un rookie game per fuori quota. E man mano che questi giovinastri, senza gran rispetto per il gioco e le sue liturgie e con grande voglia di prendersi quel palcoscenico per una sera buttavano nel cesso tutta la poesia, tra le stelle vere ha iniziato a diffondersi la Spursite.
Dicesi Spursite quella malattia per cui si cerca di imitare l’atteggiamento della squadra texana, insindacabilmente la miglior organizzazione sportiva di ogni epoca ed ogni sport, che però a volte esagera e tende a uccidere la fantasia. Ovvero: l’unico obiettivo della stagione è vincere l’anello, tutto il resto conta 0. Quindi puoi vedere Pop tenere a riposo le sue stelle nella gare di regular season in diretta nazionale (con Stern che richiede mancetta riparatrice), o le stelle neroargento che simulano improbabili infortuni per non andare all’All Star Game. Questo perchè i 4 giorni di riposo sono preziosi, ed è sempre meglio evitare gli infortuni non necessari. Se proprio non si può omettere la partecipazione, si ricattano gli allenatori dell’ovest (probabilmente con foto compromettenti raccolte personalmente dall’ex C.I.A.) perchè facciano giocare i giocatori di San Antonio solo pochi minuti. Nei quali ovviamente a loro è proibito correre o saltare. Ecco, negli anni questo atteggiamento a mio modo di vedere un filo fastidioso e non così tanto nello spirito del gioco si è diffuso tra i veterani, facendo capovolgere la percezione della gente e inculcando l’idea che questo snobbismo fosse una dimostrazione di professionismo.
Fortunatamente però sembra che le cose stiano migliorando. Dopo i tempi di Jordan, Bird e Magic, e dopo anni senza figure tanto carismatiche da potersi permettere di dettare il clima agli altri, sembra che finalmente la situazione stia cambiando. LeBron e Durant sono ormai i sovrani emotivi e tecnici della Lega e, con grande gioia anche nostra, sembrano persone con la testa sulle spalle e genuino amore per questo giochetto. A volte sono gli MVP, a volte autorizzano con un cenno un compagno di squadra a prendere temporaneamente il proscenio (come accaduto quest’anno a Kyrie Erving), ma di certo non permettono di “inzaccherare” il vestito buono dell’NBA nella sua serata di festa.

Non credo riavremo mai più l’emozione di quegli All Star Games degli anni 80-90: sono cambiati i protagonisti, i mezzi di comunicazione, è cambiato il mondo, siamo cambiati noi che li guardavamo.
Non sono però d’accordo con chi spara a zero su questo weekend: qualcosa si può migliorare nella forma, qualcosa sta già migliorando grazie ad un migliore approccio.
Io sono tra chi sostiene che l’All Star Game valga ancora la pena farlo. O celebrarlo. Già, perchè in fondo l’All Star Game è un po’ come un rito, una liturgia: non siamo più ingenui come un tempo, e quindi non ha senso cercare di scovarci profondi significati di tipo sportivo, competitivo. Non è una partita vera. Può diventarlo per alcuni tratti, e nemmeno tutti gli anni. Ma di certo non sempre. E’ uno spettacolo, organizzato da una società di produzione eccezionale, forse la migliore di tutte: la NBA. E con degli attori che sanno recitare; gara 7 di una finale resta un film migliore, ma non si può guardare un film da oscar tutte le sere.

Vae Victis

Carlo Torriani

Carlo Torriani

Colpito a tradimento dal virus della palla arancione nel lontano ’92, quando sono rimasto folgorato vedendo giocare il ragioniere di Spokane (John Stockton, per chi colpevolmente non lo sapesse), da allora non sono più riuscito a disintossicarmi, e sono diventato un NBA addicted. Mi diletto maniacalmente anche nella pallacanestro giocata, con risultati che di rado superano la soglia del dilettantismo spinto. Ah, ho anche un lavoro vero (per quanto lo possa essere un’occupazione nell’informatica), ma quello è meno interessante... Sposato e con 2 figli, il primo già sapientemente instradato sulla via della palla cesto.

 

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