Dwyane Wade

All I want is Dwyane

Non sono tanti i giocatori che affrontano la carriera con la stessa squadra. Bill Russell, Jerry West, Magic, Larry Bird, Kobe Bryant, Tim Duncan, Michael (se escludiamo il suo secondo “comeback”) tra quelli che mi sovvengono per primi. Nomi non banali, tutti personaggi che hanno fatto della loro canotta una seconda pelle, motivo di orgoglio, emblemi di una città e di una tifoseria da rappresentare. Giocatori che rimarranno per sempre nella storia della franchigia che ha creduto in loro al momento del Draft, ragazzi in grado di ripagare qualsiasi sforzo fatto per averli, per formarli come uomini e come sportivi, per curarli e coccolarli nei momenti di difficoltà.  C’è anche chi però, come te, nonostante sia “nato” e “morto” con la stessa casacca, si è concesso una piccola scappatella, forse per riassaporare, anche se per poco tempo, l’aria di casa o il sostegno di un amico.

Jolinda abita a South Side Chicago, Illinois, ed a vent’anni ti ha appena partorito. South Side si trova nelle immediate vicinanze dello United Center, ma oltre al basket, è un quartiere noto anche per ospitare la maratona di Chicago. Ecco, questo per quanto riguarda lo Sport. Per quanto riguarda la vita sociale a farla da padrona sono le gang e l’elevato tasso di criminalità.

I rapporti tra mamma Jolinda e tuo padre sono piuttosto logori e il signor Dwyane Senior, dopo appena quattro mesi dalla tua nascita, pensa bene di abbandonare te, le tue sorelle e il tetto coniugale per trasferirsi in altri lidi, in nuova compagnia. Tu non hai idea di cosa significhi quell’abbandono, sei troppo piccolo per rendertene conto, ma mamma Jolinda ne soffre e trova ben presto come rimpiazzare l’ex marito. La droga e l’alcool sono compagni di vita molto più affidabili di Dwyane Senior, non la lasciano,  sanno come farsi desiderare ed amare e poco importa se inibiscono la capacità di svolgere per te, quel ruolo materno che la grazia divina, e le nottate con papà Dwyane Senior, le hanno gentilmente concesso. La tua esistenza non parte esattamente con il piede giusto e su quella falsa riga sarebbe proseguita per molti anni, gang permettendo, se non fosse intervenuto il coraggio di Tragil, tua sorella maggiore.

Andiamo al cinema piccolino, ti accompagno io

Quel cinema, all’età di nove anni, non lo vedrai mai. Tragil ti accompagna a casa di papà e li ti abbandona, nella speranza di donarti una vita migliore, nella speranza che la nuova famiglia di Dwyane Senior possa garantirti un futuro lontano dalla criminalità e dalla desolazione. La delinquenza e la vita di strada sembrano ormai lontane, così come le richieste di nuovi affiliati delle gang di South Side. Hai un tetto sopra la testa, un pasto caldo sul piatto e degli abiti caldi per fronteggiare il caratteristico, gelido vento della Wind City, ma i fratellastri non sono proprio gioiosi di rapportarsi te. Comprendi in fretta che dovrai sgomitare per farti largo e capisci che la vita sarà tosta come una partita di basket contro Demetris. Giocare contro chi è più alto, più grosso e più grande di te è un inferno, soprattutto se il tuo avversario non mostra un minimo di pietà. E Demetris non fa sconti. Stoppate, spintoni, trash talking: è questa la tua scuola. Ma se la tua formazione deriva da un contesto paragonabile alla  “Tana delle Tigri” del fortunatissimo manga “L’Uomo Tigre”, nonostante le difficoltà iniziali, gli addestramenti duri, i soprusi al limite della violenza e della decenza, crescerai più forte degli altri e, alla  Richards High School, sei palesemente una spanna sopra a tutti. Alla Richards però gioca anche Demetris, vera stella della scuola, e i continui paragoni ti stufano, ti snervano, ti logorano fino a che non decidi di mollare e abbandoni il basket per dedicarti al football, perché con la palla ovale in mano non sei costretto a subire confronti con nessuno. Meno male che le divinità sportive hanno letto la Bibbia e, prendendo spunto dalla folgorazione di Paolo sulla via di Damasco, ti riportano sulla retta via: tu sei nato per giocare a basket. Ventisette punti di media nella tua ultima stagione alla Richards, quanto basta per ottenere la chiamata dell’Università di Marquette.

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Però caro Dwyane per entrare a far parte della squadra devi avere voti e valutazioni positivi. Il coach Tom Crean ti ha capito, non vuole farsi sfuggire un talento come il tuo e ti vuole nel team, nonostante la scarsa propensione allo studio. Ti affida il ruolo di assistente, permettendoti così di allenarti con la squadra, di apprendere schemi e mentalità di gioco, nell’attesa che quei voti migliorino. E quei voti migliorano. Il secondo anno a Marquette ti vede finalmente in campo con la casacca giallo blu ed è la consacrazione della visione di Coach Crean. Sei il leader tecnico della Marquette che approderà alle Final Four del 2003. Non vinci quella edizione del torneo NCAA, a vincere sarà la Syracuse di coach Boeheim e di Carmelo Anthony, ma il 2003 è un anno cruciale per la tua vita privata e sportiva. Durante la Final Four riabbracci mamma Jolinda, carcerata da tempo e in permesso per ammirare le tue gesta, mentre dal punto di vista professionale il tuo appeal cresce notevolmente. Se mi cimentassi, e voi con me,  in un semplice sondaggio basato su un piccolo sforzo di memoria, sono sicuro che il risultato sia unanime Proviamo. Qual è il draft più produttivo di talento dell’ultimo ventennio? Risposta semplice, nessun dubbio per nessuno: quello del 2003. Lebron James alla uno; ora chiudete un attimo occhi e orecchie: Darko Milicic alla due. Bene riapriteli. Carmelo Anthony alla  tre, Chris Bosh alla quattro, tu, Dwyane Wade alla cinque. Sono gli Heat di Miami ad assicurasi i tuoi servigi, ma la partenza non è delle migliori: sembra di rivivere i paragoni con Demetris.  Sono il Prescelto da Akron e il go to guy degli Orange campioni collegiali ad assicurarsi le copertine dei quotidiani sportivi statunitensi con le casacche di Cleveland e Denver, mentre tu sei costretto ai box per un infortunio al polso. Ma tu sai bene che la strada sarà lunga e non ti abbatti, resisti, hai già vissuto questa esperienza e sai che dovrai lavorare duro per scalare i vertici di quella gerarchia.

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Dopo un anno da rookie da  18 punti di media 5 assist e 4 rimbalzi che portano gli Heat non oltre il primo turno di Playoffs, Miami ti affianca Shaquille O’Neal.  The Big Aristotele, che ne ha viste tante nelle sue esperienze ai Magic e ai Lakers, rimane impressionato e ti affibbia il soprannome “Flash” per l’irreale velocità che metti in mostra sul parquet. Formate un duo meraviglioso, compatibile, completo e in men che non si dica portate gi Heat sulla cartina della NBA come squadra ambiziosa e volenterosa di giocarsi il titolo. Il primo anno con  Shaq vi porta a scollinare oltre le 50 vittorie in Regular Season, ma dopo aver battuto agevolmente Nets e Wizards vi arrendete di fronte alla macchina perfetta dei Pistons di Coach Larry Brown in finale di Conference.  L’entusiasmante stagione appena passata spinge il GM Pat Riley a dar vita allo scambio più numeroso della storia della Nba (ben 13 giocatori che cambiano maglia nello stesso affare) e nell’estate del 2005 in Florida arrivano giocatori di esperienza e di notevole livello come Gary Payton, Jason Williams, Antoine Walker e James Posey. Siete gli ovvi favoriti al titolo, ma l’infortunio di Shaq a metà stagione sembra creare problemi che coach Stan Van Gundy non riesce a risolvere. Pat  Riley sa che quello è l’anno buono, licenzia Van Gundy, dismette la veste da dirigente per rindossare quella da coach e traghetta gli Heat fino a fine stagione. Shaq rientra e i Playoffs sono una formalità. Approdi alle Finals 2006, le tue prime e sei il primo a farlo, sempre se avete tenuto occhi e orecchie chiuse su Darko Milicic, del famoso Draft del 2003. Di fronte ci sono i Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki che sono li per dominare. Le prime due partite in Texas filano via senza appello, siete surclassati e gara tre sembra dovervi somministrare la mazzata definitiva. Siete sotto di 13 a sei minuti dalla fine e il 3a0 è vicino.  Don’t fear, Flash is here. Hai vissuto tutta la vita partendo in svantaggio sugli altri, da bambino nelle strade di South Side, da adolescente contro Demetrius, al Draft contro Lebron e Carmelo, ma tu vieni da Tana delle Tigri e sai come uscire dai guai. Ribaltate la partita con una prestazione clamorosa e strappate la vittoria in gara 3. Da li in poi non ti guarderai più indietro. Impattati i Mavs in gara 4, sciogli ogni riserva e le Finals diventano di tuo dominio. Nel quinto episodio metti a referto 42 punti. L’inerzia ora è tutta dalla parte degli Heat e la carica motivazionale che è in grado di trasferirti coach Riley fa pensare che tutto sia possibile. Si ritorna a Dallas sul 3 a 2 Heat, porti con te il minimo necessario per fermarti in Texas una sola notte. 36 punti, 10 rimbalzi, 5 assist, 4 recuperi e 3 stoppate, anello e ovvio titolo di MVP delle Finals. La storia per Miami è scritta, primo titolo per gli Heat, primo titolo per te.

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Negli anni successivi viaggi in altalena. Gli infortuni a spalla e ginocchio e le poco intuitive scelte della dirigenza fanno si che Miami vivacchi nella terra di mezzo della Lega fino al momento della “Decision”. Nell’estate del 2010 Lebron James, abbandona l’Ohio e si accasa in Florida, appena dopo l’acquisizione di Bosh da parte dei tuoi Heat. Saranno quattro anni memorabili per la città di Miami e per te. Spettacolo puro per gli spettatori dell’American Airlines Arena, quattro Finals consecutive dove, da membro dei big trhee, ai quali si aggiunge successivamente Ray Allen, uscirai sconfitto al primo e all’ultimo tentativo contro Mavs e Spurs mentre salirai sul gradino più alto del podio nelle due occasioni di mezzo contro Thunder e ancora contro gli Spurs.

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L’abbandono di LeBron e il suo ritorno a Cleveland lasciano una voragine incredibile e nel 2014/2015 disputi la stagione più brutta dal 2007/2008. Nonostante ciò quell’anno lascia in eredità  buoni spunti per affrontare quella successiva. La tua rinascita fisica, il tuo essere nuovamente primo violino dell’orchestra Heat, l’esplosione del centro Witheside, le maggiori responsabilità assunte da Bosh l’avvento di ottimi giocatori come Deng, e Dragic contornati da giovani di belle speranze riportano Miami a recitare un ruolo di primo piano nella Eastern conference targata 2015/2016 che si interrompe solo a Gara 7 delle semifinali di Conference per mano dei migliori Raptors di sempre, almeno fino all’anno scorso.  Ma da li in poi qualcosa va storto. La Free Agency, il tira e molla tra la franchigia e te, Dwyane, l’uomo che di quella franchigia sei stato il simbolo. Arriva la rottura, il crac che non ti aspetti e l’homecoming, in quella South Side Chicago nella quale affondano le tue radici.  Tre titoli Nba, un MVP delle Finals (il più giovane di sempre), un MVP dell’ All star Game 2010 e una  tripla doppia all’ All Star game del 2012 (come lui solo MJ e LeBron James); miglior marcatore nel 2008/009, il più giovane di sempre ad avere una media di 30 punti nelle Finals, unico giocatore della storia a far registrare almeno 100 recuperi e 100 stoppate su singola stagione e un infinità di altri dati statistici che non posso star qui ad elencare.

Tutto in maglia Heat, tutto con la maglia che si pensava dovesse essere la tua unica, “from the cradle to the grave” come canta Bono. E invece Chicago, un anno. Cleveland, ancora con LeBron, da Ottobre a Febbraio. Ma sempre Bono canta “All I want is you” e quel che vuoi tu è la casacca di Miami. All’ombra della AAA, a fianco a Bayside Marketplace, tutti ti adorano e da loro ritorni, per l’ennesima, ma stavolta ultima stagione. Il tempo di superare Mike nel numero di stoppate in Regular Season, il tempo di scambiare la maglia con i più grandi con cui ti sei confrontato, il tempo di un ultimo ballo respirando la brezza proveniente da Miami Beach, il tempo di metterne ancora 30 in faccia ai Sixers nella tua ultima uscita da professionista. Sei tra i più grandi di sempre, sarai sicuramente membro della Hall of Fame che tanti campioni riconosce come tali e, nonostante le fugaci apparizioni a Chicago e a Cleveland, per sempre sarai ricordato come il Flash in maglia Miami Heat.

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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