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Agosto, NBA non ti conosco: guida sragionata alla prossima stagione

Che non sia più l’NBA dei vostri padri l’aveva già detto qualcuno qualche anno fa.

Ma adesso possiamo tranquillamente dire che non è più nemmeno la nostra, almeno non quella di un mese fa.

Tra scambi e free agency più di metà dei giocatori NBA ha cambiato casacca nell’ultimo mese.

L’opzione “rifirmo con la mia squadra” non è stata la più gettonata, tanto che l’hanno scelta solo (tra i nomi di una qualche rilevanza):

Klay Thompson (giocatore che chiunque vorrebbe nella propria squadra, ma non la pietra angolare da cui partire a costruire una franchigia da titolo);

Khris Middleton (come sopra, ma in dosi minori);

Nikola Vucevic (e qui siamo già sul genere: per amatori);

Kristap Porzingis (tutto da dimostrare nel recupero dopo infortunio, e comunque ci mancava giusto che non rinnovasse, dopo quanto avevano sacrificato i Mavs per prenderlo e tutta l’hype del “gemello” europeo).

I nomi che invece hanno deciso di portare i loro servigi altrove non sono stati proprio i fondi delle panchine: Davis, Durant, Leonard, George, Westbrook, Irving. Ovvero, nell’ordine che ognuno può scegliersi, direi che parliamo abbastanza unanimemente di 6 dei top 10 NBA.

Facciamo una rapida carrellata delle squadre protagoniste di questa folle off season e di come si collocano (almeno in teoria) sullo scacchiere della prossima stagione.

LA Clippers: salutate la capolista!

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Giù la maschera da subito: questi sono la squadra da battere per l’anno prossimo. Certo, hanno difetti, ma l’implosione dei Warriors ha drammaticamente abbassato l’asticella di quel che serve per poter ambire al titolo: la perfezione non è più una caratteristica indispensabile. Il mercato l’ha fatto Leonard (l’uomo per la cui caratura morale e capacità di riconoscenza e senso dell’onore non bastano le parole del vocabolario), scegliendosi squadra e compagno di giochi (George). Il fatto di essere angeleno di origine e (pare) tifoso Clippers da quando era bambino hanno sicuramente aiutato, ma va riconosciuto ai Clippers di essersi costruiti in questi anni, tra Ballmer, Lawrence Frank e lo zampino dell’immarcescibile Jerry West (che dove c’è un successo tende a non mancare mai) una credibilità come dirigenza seria, consapevole, moderna, disposta a investire (e trattare bene i giocatori) e a considerare anche tutte quelle attività collaterali, dallo scouting agli analytics, che fanno la differenza nella competizione di oggi.

Convinto(si) Leonard, e arrivato di sponda George (dopo il congruo compenso pagato a Presti, che ha fiutato il sangue), Frank ha comunque operato molto bene, rifirmando i suoi giocatori in scadenza (a partire da Beverley) e per sovrammercato inchiostrando pure Harkless e Mcgruder.

Il quintetto con Beverley, Leonard, George, Harkless e Harrell, sotto la guida di Doc Rivers, ha tutto il potenziale per diventare facilmente la difesa più forte della lega. Williams può continuare a partire dalla panca, magari giocando meno minuti (per allungare la sua carriera e aumentare di efficacia), la maggior parte dei quali in assenza di Kawhi e Paul e con licenza di uccidere in una squadra che resta sua. Per i finali di gara, avere in campo i 3 suddetti permette di avere 3 giocatori in grado di crearsi il tiro con efficacia anche senza che nessun gioco sia stato creato.

Ecco, quest’ultimo punto è forse il vero punto debole di questi super Clippers: manca completamente qualcuno che sia in grado di creare gioco per gli altri. Il mio personale candidato a provare a fare progressi in quest’area è George, che comunque alla voce playmaking non appartiene all’elite della lega.

Il fatto poi di essere una squadra così nuova (almeno nei giocatori chiave), e di fatto abbastanza a termine (i contratti dei 2 “Dioscuri” scadono fra 2 anni) potrebbe creare problemi di chimica, e richiedere un po’ di mesi per trovare i giusti equilibri: in difesa non ho grossi dubbi che si trovino, in attacco invece 10 mesi potrebbero non bastare. Comunque, come detto, la perfezione non è più un requisito indispensabile per poter lottare per l’anello.

Milwaukee Bucks: chi la dura la vince

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Perdono (per questioni economiche) Malcom Brogdon e Mirotic, che sostituiscono in maniera decorosa nel breve periodo con Matthews (atteso a prendere il posto di guardia in quintetto), Korver e Leuer: che ci abbiano perso non c’è nemmeno bisogno di parlarne, ma alla fine il cerotto messo non è così male, e comunque non era da questi due che passavano le sorti dei Bucks. Se i Clips sono i miei candidati a vincere tutto, i Bucks sono i miei finalisti dell’Est.

L’esperienza PO ormai comincia ad esserci, il gruppo è insieme da diversi anni (bene le conferme di Middleton, Bledsoe, Lopez, Hill) e Antetokounmpo è un giocatore incontenibile, consapevole dei suoi mezzi, e ancora in crescita. Se infatti il suo tiro da 3 fino a un anno fa era accolto da risate e “prego si accomodi”, l’anno scorso la numerosità e l’efficacia delle triple ha raggiunto la soglia bassa dell’accettabilità (32,7%, 5 punti percentuali in più della sua media in carriera), quindi l’avverarsi del “problema a soluzione nulla” si avvicina. L’unica alternativa credibile a est sono i Sixers ma, come vedremo dopo, li vedo decisamente peggio.

Houston Rockets: all in

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Paul per Westbrook è una buona idea? Secondo me no.
Westbrook è più forte (quanto meno oggi) di Chris Paul, ma il suo fit con i Rockets è decisamente peggiore. E’ un peggiore (molto peggiore!) difensore, un peggiore tiratore sugli scarichi, uno che non può accettare (essendo all’apice della propria carriera, e non in fase calante -o calata- come Paul) un ruolo subalterno rispetto a Harden. Potrebbe migliorare il suo gioco senza palla, i tagli a canestro (che con quel fisico potrebbero fare male), ma i dubbi che non lo voglia fare sono senz’altro grossi e legittimi.

E allora perchè fare questo scambio, tra l’altro proprio nell’anno in cui i rivali storici e insuperabili della Baia non giocheranno per il titolo?

Le voci ufficiose dicono che i rapporti fra Paul e il resto della squadra fossero ai minimi storici, e che l’ex Clippers non potesse fisicamente rimettere piede in quello spogliatoio il prossimo anno. A questo punto si tenta il tutto per tutto, per provare a sfruttare l’ultima finestra competitiva di una squadra dal costo insensato. Tutte le fishes sul tavolo, sperando che accada l’impossibile, che questo gioco così rischioso magicamente funzioni. Volete sapere se ci credo? No.

Philadelphia 76ers: di più non vuol dire meglio

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Come l’anno scorso, questa squadra ha un quintetto di stelle e una panchina di scappati di casa. Ma a differenza dello scorso anno il quintetto, pur se forse più forte come somma di talenti, è decisamente disfunzionale.

Dopo il gran rifiuto di Butler, che in un mondo tutto suo ha deciso che gli Heat potessero essere una franchigia rilevante e dove poter vincere qualcosa, i 76ers hanno maxato Harris e preso sul mercato Horford (sigh!) e Josh Richardson.

Il ruolo di condottiero indomito per i momenti duri rimane vacante dopo la dipartita di Butler, che lo interpretava un po’ a modo suo, ma almeno aveva le caratteristiche per recitarlo. Redick se n’è andato, e con lui anche la copertura della posizione di guardia tiratrice, interpretata in maniera perfetta per le necessità di questi Sixers: gran movimento senza palla, impeccabile sugli scarichi, nessuna ossessiva richiesta di palloni o visibilità, difesa competente. Al suo posto arriva Richardson, che è più uno slasher e uno scorer, che però allarga meno il campo ed è meno affidabile sugli scarichi: forse più forte, ma senz’altro meno funzionale. Horford è un giocatore meraviglioso, quando può giocare da 5 e sfruttare la sua duttulità contro avversari più lunghi e lenti. E’ al suo meglio quando non deve tirare ma può fare la point forward. Peccato che a roster il ruolo del creatore di gioco poco sopra i 2m che non vuole (o in questo caso non sa) tirare da fuori sarebbe già occupato dalla stella della squadra, quel Ben Simmons che sembra già (almeno dal punto di vista tecnico) una specie di separato in casa. Lo stesso Harris, ruotato per necessità al ruolo di 3 invece che di 4 tattico, perde parte della sua efficacia. Ci troviamo quindi con evidenti problemi di ruoli e sovrapposizioni in questo super quintetto che dovrebbe essere il punto di forza dei 76ers: Simmons ed Embiid che vorrebbero entrambi giocare sotto, Harris come unico credibile e continuativo tiratore da 3, Horford, Richardson e Simmons che per essere efficaci devono avere tanto la palla in mano, e una squadra di giocatori di grandi dimensioni che rischia di andare sotto contro squadre veloci e perimetrali. Per le finali di conference basta e avanza, ma qui i problemi sembrano davvero troppi per poterli pronosticare oltre quella soglia.

LA Lakers: ma ci credete davvero?

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E veniamo ai cugini gialloviola. Se li trovate così in basso in questa ideale carrellata di contenders è solo perchè… è qui che li vedo.

Hanno oggettivamente la coppia di giocatori più forte della lega, ma poi hanno un gruppo di pochi giocatori mal assortiti che li dovrebbero supportare. E poi, non dimentichiamolo, c’è sempre dietro una delle peggiori 3-4 dirigenze della lega, che complica sempre qualsiasi cosa. Vogel, con alle spalle (probabilmente armati di coltello, per prendergli il posto) Kidd e Hollins sono, al di là del valore dei singoli, il coaching staff peggio assemblato della lega.

Quando hai la possibilità di giocare a due con LeBron e Davis, ti aspetteresti di avere tre cecchini appostati sulla linea da 3 per allargare il campo e punire i raddoppi: chi nel roster dei lacustri risponde a questo identikit?

Benissimo il neo acquisto Danny Green, ma dopo di lui Il migliore sembrerebbe Kuzma, la presunta terza stella della squadra (io sapete che non condivido l’hype su questo giocatore, che trovo sia un decoroso scorer e poco più), che l’anno scorso ha tirato con un appena accettabile 30%. Poi c’è KCP, anche se i soli 24 minuti a partita giocati lo scorso anno in una squadra disperata non depongono a favore della sua capacità di stare in campo in maniera convincente. Da lì in giù è tragedia, con Rondo (‘nuff said), Cousins (che potrebbe anche tirare da 3, ma non è necessariamente un bene che lo faccia), Bradley (che da quando non è più curato dalle sapienti manine di Stevens è in pratica un ex giocatore), e poi una serie di figuranti senz’arte nè parte. Non si riesce ad immaginare un possibile quintetto con qualsivoglia attitudine o anche solo credibilità difensiva.

Se si vogliono accontentare i giocatori (e non so perchè, ma ho il sospetto che si farà…) Cousins deve fare il 5, Davis il 4 e LeBron il 3. Il che porta ad un quintetto agghiacciante con Kuzma da 2 (impensabile!) o in panca (in questo caso sostituito da Green) e Rondo come 1. Mi ricorda un po’ quei quintetti sperimentali da ASG di inizio anni 2000, quando a Ovest per divertirsi mettevano in campo insieme Yao in centro, poi Shaq, Duncan, Garnett come guardia e Kobe da play (che di per sè è un momento cabaret già da solo…). Ora, un conto è farlo per scherzare a un ASG, un conto è giocarci 1 anno…

E poi non dimentichiamo che questa squadra di per sè imbarazzante (se analizziamo il roster nella sua interezza) è considerata squadra da PO e da qualcuno addirittura una contender solo per la presenza di James e Davis. Peccato che però Davis sia cronicamente soggetto ad infortuni, e LBJ ormai sulla soglia dei 35 anni qualche riposino (e forse acciacco) dovrà pure concederselo. Se però da questa squadra togli (in contemporanea o no) 15 partite di Davis e 15 di LeBron, perfino i PO non sono così garantiti in questo ovest ipercompetitivo (quante di quelle ipotetiche 15 gare vinci con Rondo, KCP, Kuzma, Cousins e uno a scelta fra Bradley e McGee?).

Utah Jazz: meglio di così proprio non si poteva

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Bravi, non c’è che dire. Se sei nella città meno ambita (e anche con distacco!) dai giocatori NBA (che in una città che è la capitale della confessione Mormona, a parte la poligamia, non hanno in media molto altro da apprezzare), se non vuoi andare sopra il cap, se per mille motivi non accetti l’idea di tankare, non dovresti avere anno dopo anno una squadra così competitiva. E invece i Jazz dopo il lifting estivo si presentano alla nuova stagione con una squadra di tutto rispetto: Conley, Mitchell, Ingles, Bogdanovic, Gobert sono forse il miglior quintetto dei Jazz dai tempi del duo Williams-Boozer (che ci crediate o no, erano VERAMENTE una bella squadra!).

Conley può garantire playmaking, esperienza, capacità realizzative, un’alternativa in attacco a Mitchell quando la palla scotta, il tutto senza perdere nulla in difesa. Bogdanovic può occasionalmente fare da prima opzione (come visto negli ultimi PO), ma più spesso si può muovere senza palla, segna sui raddoppi, allarga il campo, non ha manie di protagonismo, ha un alto QI e ottimi fondamentali: insomma il giocatore perfetto per il sistema di Snyder. E Mitchell, senza dover ad ogni azione cantare e portare la croce, potrebbe concentrarsi su quello che è il vero punto debole del suo gioco, ovvero la scarsa efficienza.

La panchina non fa sgranare gli occhi, ma è decorosa, con la permanenza di Exum (i Jazz sono riusciti a non perderlo nella trade per Conley, nonostante le richieste dei Grizzlies) e O’Neal, più i nuovi arrivi di Ed Davis, Jeff Green e Mudiay.

Bravi davvero. Il secondo turno appare alla portata, ma l’allineamento degli astri potrebbe anche spingerli oltre.

Boston Celtics: brivido, dubbi, possibilità

Boston Celtics Introduce Kemba Walker

Non sono qui in classifica. Prima di loro ci sono sia Denver (che ha operato sapientemente, non cambiando nulla di una squadra in clamorosa crescita) che Portland (che invece ha cambiato praticamente tutto il reparto lunghi, ma essendo sempre stata una squadra a trazione posteriore, non dovrebbe cambiare molto), su cui però non sento bisogno di soffermarmi: il loro valore dovrebbe essere circa quello dello scorso anno, ma il diminuito livello dell’ovest le rende contenders per la prossima stagione.

Boston invece ha perso in estate tutti i suoi lunghi di rotazione (Horford, Baynes, Morris) e tutti i suoi play (Irving e Rozier), e complessivamente i due giocatori più forti della squadra (Big Al e Kyrie), oltre al fatto che la prossima estate scade il contratto di Brown, e quindi l’orologio del “che ne facciamo di questo” sta ticchettando all’impazzata.

Si dovrebbe essere alla tragedia, e invece con alcuni ultimi colpi di coda Ainge li ha almeno rimessi sulla mappa, presentando una squadra che non è una contender, ma potrebbe candidarsi come (distaccata) terza forza ad est.

Kemba prenderà il posto di Irving. E’ sostanzialmente lo stesso tipo di giocatore, meno forte, ma anche molto meno problematico. Quindi non ci dovrebbero essere grossi problemi tecnici nell’inserirlo in squadra, e si spera nemmeno problemi di spogliatoio. Per quanto forse un po’ estremo, darei un giudizio complessivo di parità su questo cambiamento. Dove invece casca l’asino (o la capra – questa è per la nostra redazione, scusate l’inside joke) è sul cambio del centro. Horford è il giocatore perfetto per giocare nel sistema di Stevens. Anima, mente e braccio della difesa, sia da regista che come coltellino svizzero capace di cambiare e coprire ogni situazione, Horford era anche spesso il motore dell’attacco, sia come play, che come giocatore che creava il primo vantaggio sfruttando il mismatch sull’avversario. Lo si sostituirà con Kanter. Tralascio il paragone difensivo, perchè le dita mi scivolano sulla tastiera a causa delle lacrime. Parlando di attacco invece Boston potrebbe esplorare l’opzione post basso molto più frequentemente: Al ci andava, anche con buoni risultati, ma quantitativamente non spesso, anche per il fatto di non gradire personalmente questa soluzione; mi aspetto invece che in attacco il numero del turco verrà chiamato più spesso vicino a canestro. A rimbalzo si migliora numericamente, Enes è una vera bestia da rimbalzo, ma il paragone con Horford è impari: è chiaro che se sei inchiavardato sotto le plance prendi più rimbalzi di uno che gira per il campo in attacco e difesa per fare un milione di cose utili. Comunque il surplus di rimbalzi, specie offensivi, potrà essere usato almeno per bilanciare un po’ lo scompenso.

Situazione spinosa quella di Brown: mi aspetto che Stevens lo cavalchi molto a inizio stagione, per dare a Ainge tutti gli elementi per capire se provare a rifirmarlo in estate (col rischio di doverlo strapagare, o perdere a 0), oppure scambiarlo entro febbraio per portare a casa qualcosa in cambio. Io sarei per tenerlo, però deve veramente dare prova di continuità, riprendendo e continuando da dove ha lasciato a fine stagione scorsa.

Tatum invece dovrebbe essere quello su cui puntare di più per l’attacco: l’impressione di All Star, addirittura di Hall of Famer intorno al ragazzo c’è, ma bisogna capire se questo potenziale fatto intravedere qua e là può emergere in maniera continuativa. Quest’anno le gerarchie e gli indirizzi dovrebbero essere più chiari, e nel suo terzo anno deve far capire che giocatore diventerà.

Ultimo punto sul corposo taccuino di Stevens è l’affair Hayward. Il suo posto deve tornare ad essere in quintetto. L’infortunio ormai è lontano, e le alternative a roster non ci sono, quindi i Celtics dovranno giocare con Walker, Brown, Tatum, Hayward e Kanter. E’ chiaro che con questo quintetto la difesa (da sempre faro e motore di tutto il gioco, e anche dell’attacco dei C’s) non sarà granchè. E’ quindi necessario che l’attacco sia da elite NBA, se si vuole continuare a contare qualcosa. E se l’attacco deve essere più fluido, l’unico candidato a roster per fare da collante e play di questa squadra è proprio l’ex Jazz. Se riesce a tornare il giocatore che era a Utah potrà gestire l’attacco, innescando ora Tatum, ora Kemba, ora Kanter (Brown può vivere di tagli, scarichi, contropiedi, puntando a massimizzarne l’efficacia) e renderà i Celtics una squadra accettabile. Gordon, ‘sta casa ‘spietta a te.

Tralascio, avendovi ormai uccisi di parole, di parlare di Brooklyn e GS, che per gli infortuni di Durant (fuori tutta la stagione) e Thompson (fuori almeno fino a aprile) sono delle potenziali contenders, ma a partire dalla stagione successiva. Complimenti ad entrambe per il mercato che è stato, pur nelle condizioni diverse che hanno dovuto fronteggiare, molto ben gestito. Ma questa è un’altra storia.

Vae Victis

Carlo Torriani

Carlo Torriani

Colpito a tradimento dal virus della palla arancione nel lontano ’92, quando sono rimasto folgorato vedendo giocare il ragioniere di Spokane (John Stockton, per chi colpevolmente non lo sapesse), da allora non sono più riuscito a disintossicarmi, e sono diventato un NBA addicted. Mi diletto maniacalmente anche nella pallacanestro giocata, con risultati che di rado superano la soglia del dilettantismo spinto. Ah, ho anche un lavoro vero (per quanto lo possa essere un’occupazione nell’informatica), ma quello è meno interessante... Sposato e con 2 figli, il primo già sapientemente instradato sulla via della palla cesto.

 

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