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5 Questions to: Salvatore Franzini

Ancora qui, nel salottino di NbaLife.it, pronti per l’abitudinario e consueto appuntamento con “5 Questions to” ed oggi ho il piacere di avere come ospite una persona per la quale nutro una stima particolare, che ci darà l’opportunità di affrontare argomenti importanti dal punto di vista tecnico tattico. Nato e cresciuto nella Terra dei Giganti, ha girato lo stivale per divulgare il suo verbo cestistico fino a tornare all’isola madre con le idee chiare sul futuro che lo aspetta. Diamo il benvenuto a Coach Salvatore Franzini.

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1) Ciao Tore, benvenuto su NbaLife.it. Raccontaci il motivo per cui oggi sei qui a parlare di Basket. Come è nato questo grande amore?

Ciao e grazie infinite per l’occasione che mi concedete di poter parlare di quella che per me non è solo una passione, ma letteralmente una malattia.

Diciamo che era quasi scontato che la pallacanestro entrasse a far parte della mia vita, è, come si suol dire, un vizio di famiglia. Tutto parte da mio nonno che la conobbe e praticò negli Usa agli inizi degli anni ‘50, prosegue con mio padre e mio zio entrambi giocatori e allenatori, ( mio zio a dir la verità è stato un discreto giocatore e un ottimo allenatore ) e poi il “virus” contamina me, prima come giocatore e poi, a 16 anni, capendo che sul campo non avrei potuto fare un granché, decisi di spostarmi in panchina ed intraprendere la carriera da allenatore che prosegue ininterrotta da circa 24 anni.

2) Valigia spesso in mano e un filo conduttore che ti lega alla città di di Olbia  nella quale hai avuto l’opportunità di allenare, nella Santa Croce, un giovanissimo Gigi Datome e Riccardo Fois, attualmente assistant coach a Gonzaga nella NCAA. C’è un Coach a cui ti sei ispirato o una filosofia di gioco di cui ti sei fatto ambasciatore durante le tue esperienze in panchina?

E si , grazie alla pallacanestro ho avuto la possibilità di girare molto , ho avuto la possibilità di allenare oltre Tirreno, Roma, La Spezia, Gaeta, oltre che in diverse realtà della regione come La Maddalena, Carloforte e naturalmente Olbia, città che mi ha accolto all’età di 10 anni e nella quale ho incominciato ad allenare nell’Olimpia Olbia per poi trasferirmi alla Santa Croce dove, tra i tantissimi giovani che ho allenato, ho avuto la fortuna di imbattermi in Gigi e Ricky.

Per quanto riguarda l’ispirazione , sono convinto che si possa e si debba sempre essere pronti a carpire da tutti un segreto o un idea nuova, a prescindere dalla categoria in cui allenano, poi se proprio debbo fare dei nomi …..Messina per la conoscenza del gioco, Sacchetti per la gestione della squadra, Obradovic per la mentalità.

3) Torniamo un attimo a Gigi e a Riccardo: ti saresti mai aspettato da entrambi una carriera così florida seppur differente per entrambi? C’è un anello di congiunzione tra il talento puro e la capacità di un allenatore di indirizzarlo sulla retta via o tutto si deve a madre natura?

Partiamo dal concetto che entrambi da ragazzi erano veramente molto forti, Gigi Datome era una spanna sopra tutti per il fisico e la voglia continua di migliorare e arrivare, Ricky Fois era un play di 1.90 che vedeva il gioco prima di tutti e che non aveva nulla da invidiare ai migliori prospetti della sua annata. Poi obiettivamente credo che a 16 anni era difficile pronosticare un futuro in NBA per Gigi e in NCAA per Ricki, forse gli unici a crederci erano loro stessi, nonostante fossero già dei prospetti a livello nazionale.

L’anello di congiunzione di entrambi era l’amore che avevano per la pallacanestro e la voglia di allenarsi e migliorare.

In certi casi l’allenatore ha solo l’obbligo di donare tutto il tempo e le conoscenze che ha a quei ragazzi che inseguono un sogno, poi ti posso assicurare che in genere i grandi giocatori sono sempre dei grandi lavoratori in palestra, ed è sempre un piacere lavorare con loro.

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4) Tore lo sai, qui si parla principalmente di NBA e lasciami sfruttare l’occasione di discutere con un tecnico dell’incredibile evoluzione che ha subito il gioco nel nuovo millennio, soprattutto oltreoceano. Lenta ma inesorabile sparizione dei ruoli, lunghi che abbandonano il gioco spalle a canestro per fronteggiarlo, esasperazione del tiro da tre, ritmi forsennati, atleti insensati e tiri presi nei primi secondi dell’azione. Che strada sta prendendo il gioco del Basket? Qual è la tua opinione in merito?

Fondamentalmente credo che in questo momento  la direzione sia quella ipotizzata da te, sempre più giocatori all round capaci di giocare in più ruoli , il tiro da tre ha esasperato questa involuzione del gioco che infatti nella stagione regolare è il più delle volte simile per le singole franchigie , tolte poche eccezioni come San Antonio. Nella seconda fase , quella dei play off diciamo che le cose un po’ cambiano e le partite si fanno anche più piacevoli perché entra in scena “sua maestà la difesa” che nella regular season non è gradita. Poi per quanto riguarda i singoli giocatori è vero che in queste finali 2 giocatori ( James e Durant) rispecchiano in pieno lo stereotipo di giocatore totale, ma è pur vero che il terzo attore protagonista della serie ( Curry) è una guardia che rispecchia i canoni classici del ruolo, solo che è dotata di un talento fuori dal comune.

Quello che voglio dire è che la “sparizione” dei ruoli è il più delle volte legata a dinamiche diverse, pochi anni fa abbiamo avuto diversi pivot che spostavano il gioco vicino a canestro, Shaquille O’Neal, Yao Ming,Sabonis etc… Magari tra 5 anni avremmo una nuova generazione di Pivot che riporteranno il gioco nei pressi del ferro.

La pallacanestro è come la storia, in perenne evoluzione, ma su binari che si ripetono ciclicamente, Chamberlan/O’Neil, Jordan/Bryant, Bird/James, quindi è solo questione di tempo credo.

Per quanto riguarda un aspetto prettamente tattico, oltre il solito pick and roll, situazione di gioco che io non disprezzo minimamente perché, anche se non tutti condividono, è un un gioco che se applicato ed eseguito in maniera corretta coinvolge tutti e 5 i giocatori, e ti posso assicurare che non è così facile da eseguire, ho notato un ritorno dei blocchi orizzontali per creare giuste spaziature o situazioni di tiro rapido, specialmente per le ali.

Unica differenza sostanziale , una vera evoluzione costante ed esponenziale delle capacità fisiche , ormai sono tutti dei super atleti che fanno sembrare semplici anche le cose più difficili e anche se non tutti la pensano come me, anche la tecnica individuale è migliorata negli anni, specialmente il fondamentale del tiro che oramai fa parte del bagaglio tecnico di circa il 90% dei giocatori.

5) Ormai la stagione NBA è giunta al termine e non ha senso chiederti un pronostico come ho fatto con gli altri ospiti visto l’epilogo alle porte, ma sono molto interessato al tipo di progetto che hai mente per la tua carriera. Quali obiettivi ti poni, che tipo di traguardi ti auspichi di tagliare nel breve termine e soprattutto cosa ti aspetti possa donare il basket alla tua vita?

Rispondo partendo dall’ultima domanda, il basket ha avuto un ruolo fondamentale nella mia vita sotto diversi aspetti, nel gioco delle Sliding Doors la palla spicchi ha sempre messo il suo zampino e credo che continuerà a farlo. Molte scelte della mia vita sono state influenzate da questo sport. Il sogno sarebbe quello di riuscire ad arrivare ad allenare per degli obbiettivi importanti sia a livello giovanile che senior, magari nella mia città o nella mia regione.  Per la mia carriera auspico che possa continuare e migliorare sempre, perseguendo le linee guida della passione, applicazione e lealtà sportiva, l’idea dell’Ombre Vertical che è legato ai suoi valori e principi morali credo sia una scelta di vita che mi si addice molto anche se è difficile da far accettare .

Con una stretta di mano al Coach Franzini e l’augurio di veder realizzati i suoi progetti di natura professionale, si conclude il nostro appuntamento con “5 Questions to”. L’appuntamento è sempre qui, su NbaLife.it, per i prossimi episodi invitando voi lettori a seguire le nostre rubriche e i nostri appuntamenti fissi anche sui nostri canali social.

Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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