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5 Questions to: Riccardo Fois

Avete mai sentito dire “Eh sì, ma io vengo da una realtà minore, non ho avuto le opportunità che avrei meritato per poter emergere”; oppure “Ma chi me lo fa fare di fare sacrifici, tanto mica sarò così fortunato da avere successo”. Beh nulla di più sbagliato: l’umiltà, il desiderio di realizzare i propri obiettivi, la volontà e la consapevolezza di sapere quello che realmente è il proprio scopo di vita sono il carburante necessario a spingere il nostro motore per poter fare ciò che realmente si vuol fare. A darci una dimostrazione di tutto ciò è il mio ospite nel nuovo episodio di “5 Questions to”, un cervello cestistico sopraffino “fuggito” dalle nostre latitudini per trovare soddisfazione e raggiungere i propri obiettivi oltreoceano. È qui con me, e ne sono fortemente orgoglioso, Riccardo Fois, Director of Analytics di Coach Mark Few a Gonzaga University, che ci racconta la sua esperienza di vita e le sue ambizioni personali.

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1) Da Olbia, con in tasca un titolo di campione d’Italia nella categoria allievi e la convocazione nella Under 16 della Nazionale Italiana che ti ha permesso di disputare una competizione internazionale di rilievo come il campionato europeo di categoria. E poi? Qual è stato il momento “sliding doors” che ti ha fatto capire che, seppur giovane, il tuo futuro sarebbe stato quello di allenare?

“Sliding doors”, non so se c’è stato un vero e proprio momento “sliding doors”. Arrivato ai 23/24 anni, quando ho capito che come giocatore non avrei raggiunto il livello che mi ero prefisso, sapevo di voler rimanere nel mondo del basket. Mi è sempre piaciuto allenare, è stata una transizione naturale, diciamo che sono sempre stato molto ambizioso e avendo fatto il percorso scolastico universitario negli Stati Uniti, ho avuto l’opportunità di cominciare ad allenare a Pepperdine, che è l’università in cui mi sono laureato e dalla quale è nato tutto. Già da quando ero un ragazzino, quando giocavo con Gigi (Datome) piuttosto che con altri compagni, avevo sempre una certa indole nel guardare quello che facevano in NBA piuttosto che nel College Basket o nell’Eurolega per poi cercare di replicare certi concetti. Insomma, diciamo che da ragazzino mi avresti definito un rompiscatole: parlavo sempre con i miei allenatori, cercavo sempre di trovare delle soluzioni per vincere e mi rendo conto adesso che lo facevo in una maniera assolutamente priva della conoscenza totale del gioco, però tutto ciò mi ha aiutato e mi ha dato la spinta ad appassionarmi a tutto il modo di vedere e concepire la pallacanestro.

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2) Gli Stati Uniti d’America, il sogno di chiunque abbia ambizione di emergere nel mondo del basket. È questo il posto giusto per Riccardo Fois? Quale è stato l’impatto con la realtà d’oltreoceano e cosa significa per gli statunitensi il College Basket?

Sicuramente gli Stati Uniti sono la Mecca cestistica per ogni appassionato di basket.  Chi da ragazzino sogna di  fare il professionista giocando a basket guarda sempre al mondo americano e io ho avuto la fortuna di crescere in un periodo storico  in cui il basket, soprattutto d’oltreoceano, quello collegiale e quello NBA, era  raccontato da Federico Buffa, Paola Elisse, Flavio Tranquillo, che mi hanno influenzato molto con quelle storie del college basket e l’epica sportiva che si nasconde nel basket americano. Ho sempre avuto questo sogno quindi, quando  ho avuto l’opportunità di andare a studiare  negli Usa, l’ho colta al volo  e l’ho messa anche davanti  alle ambizioni  da giocatore. Volevo a tutti i costi e fortemente un’esperienza americana  e per allenare è stata una fortuna; io ritengo che comunque al di la di tutto, il  college basket e la NBA siano i campionati più appassionanti  che una persona possa seguire e soprattutto  i campionati più vari, perché ci sono tante filosofie di gioco, ci sono tanti modi diversi di vedere e interpretare la pallacanestro. Di sicuro per  me e per la mia cultura, dopo ormai  tredici anni che sono qui, gli Stati Uniti sono il posto in cui mi trovo più a mio agio. È chiaro che  sono cresciuto in Italia e ho tantissimi contatti  con allenatori, giovani e meno giovani in Italia, però  cestisticamente mi sento più americano  che in italiano a questo punto. Riguardo al college basket, per gli americani  è senza dubbio un motivo di orgoglio, una passione che va al di la di quella che è il  basket professionistico o lo sport professionistico in generale.  Quasi tutte le persone hanno una squadra di college da tifare, che sia football o basket;  è una passione seguita, è un motivo di rivalità,  è un motivo di campanilismo, “la mia università è migliore della tua”,   non solo durante il periodo in cui una  squadra va bene,ma anche dieci anni dopo, vent’anni dopo. Certamente tutti gli studenti di Gonzaga di trent’anni fa stanno vivendo, in questi ultimi dieci anni, dei successi che non avrebbero mai neanche sognato.

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3) Il giovane e talentuoso playmaker della Santa Croce di Olbia nella città di uno dei migliori playmaker della storia del basket. Cosa rappresentano i Bulldogs per la città di Spokane e cosa rappresenta John Stockton per l’Università di Gonzaga?

Prima di tutto non mi metterei mai  nemmeno nella stessa frase con John Stockton. È  una delle storie più incredibili del basket però allo stesso tempo, chi ha avuto la fortuna dei miei amici o conoscenti di venire a Spokane, ha potuto vedere come l’immagine e i valori di  John, sono quelli della nostra cultura come università a Gonzaga, sono quelli su cui Coach Few ha costruito il nostro programma. Un giocatore incredibile, forse il playmaker più forte di tutti i tempi, è in realtà una persona “humble”, come si dice negli Usa, di grandissima umiltà, che parla di basket in maniera semplice. Se una persona parlasse con lui e non sapesse di aver a che fare con un ex stella della NBA, lui neanche lo direbbe, neanche parlerebbe del suo passato; è sempre disponibile a  parlare, sempre disponibile con i ragazzi. Quindi per me che sono cresciuto guardando lui e ammirandolo con mio padre, così come con tanti amici, alle volte entro in palestra e c’è lui, parliamo e l’emozione, o meglio il fatto di pensare “Sono qui che sto parlando se è meglio fare questo pick&roll o come difendere quel pic&roll” con John Stockton, è sempre incredibile come lo era quando veniva Arvydas (Sabonis) a guardare le partite del figlio Domas e si facevano le stesse chiacchierate. Diciamo che sono stato molto fortunato nella mia vita ad incrociare il mio cammino e il mio percorso con giocatori che da bambino sognavo ed idolatravo e che nel quotidiano si sono dimostrate persone di alto valore, molto più di quello che uno potrebbe aspettarsi o che sarebbe lecito aspettarsi.

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4) Entriamo un po’ di più nel dettaglio della tua mansione nello staff di coach Few. Raccontaci la tua giornata lavorativa media e rendici partecipi dell’emozione vissuta, sia nel contribuire a portare gli Zags alla prima Final Four della storia dell’ateneo, sia a vivere da assistente di coach Messina, con l’amico di sempre Gigi Datome, l’esperienza nella Nazionale Italiana.

A Gonzaga siamo uno staff relativamente piccolo per le grandi del college basket. Infatti siamo solo in cinque, più un video coordinator, e ci dividiamo tutto il lavoro. Io sono responsabile prima dello scouting delle partite delle squadre che andremo ad affrontare e dopo dell’analisi delle nostre partite e in più ci dividiamo un “tot” di squadre per ogni allenatore. Diciamo che mi ritengo molto molto molto fortunato ad aver avuto l’opportunità di lavorare con coach Few  per quattro anni che saranno cinque e con Ettore Messina  perché stiamo parlando di due futuri Hall of Famer e non capita tutti i giorni  di essere al fianco di due personaggi di tale livello e di potersi confrontare giornalmente su tutto quello che riguarda l’aspetto dell’allenare, non solo dal punto di vista tecnico e tattico, ma anche da quello psicologico e quello relativo alla capacità di costruire una cultura vincente. Ci sono tante caratteristiche comuni, perché quando parliamo di grandi allenatori  è evidente che ci siano dei passi comuni tra di loro e io sono fortunato perché comunque ho potuto vivere diversi aspetti e  quindi penso che sia stata una grossa fortuna della mia carriera che spero di sfruttare più avanti, insomma non una cosa banale. Per quanto riguarda le Final Four e l’Europeo, sono stati due percorsi e due sogni che si sono realizzati. Ne parlavo tanto con i miei amici durante il percorso; le Final Four NCAA io le guardavo da bambino in tv,  e vedevo questi stadi enormi, queste ottantacinque mila persone alle partite e sognavo chissà quale emozione a essere li dentro. Oppure guardando il film “Glory Road”, allora rifletti sempre, chissà cosa pensi la notte prima di andare a giocare una partita delle Final Four e invece sono stato fortunato nel viverla perché arrivare alle Final Four e alla finale NCAA  richiede si bravura e tantissime componenti ma richiede sempre un pizzico di fortuna.  È stata un’esperienza bella perché vissuta nella semplicità con cui viviamo sempre il nostro programma a Gonzaga e quindi non siamo cambiati; coach Few ha voluto  che i ragazzi la vivessero fino in fondo con le proprie famiglie, sono venuti tutti i genitori dei ragazzi, sono venuti tutti gli ex giocatori di Gonzaga, Adam Morrison, Ronny Turiaf, Sabonis, Wiltjer, e abbiamo fatto tutti una grande festa con tanto di video prima della finale, con tutti i ragazzi del passato che sono entrati  e i ragazzi che giocavano che si sono alzati a fare la standing ovation per loro; diciamo che è stata una settimana ricca di   emozioni e ricca di momenti belli da vivere insieme che ci porteremo tutti dentro. Purtroppo non l’abbiamo finita come potevamo e come ci auguravamo però è un ricordo bellissimo e che darei  tutto per poter rivivere perché comunque ci sono persone e allenatori di livello altissimo che fanno questo lavoro da anni e che non hanno mai avuto la fortuna di vivere dall’interno un’esperienza del genere, quindi un obiettivo bello e che ti da la spinta per tornarci. L’Europeo è stata un’altra grossa emozione della mia vita perché quando rappresenti il tuo paese, contro le migliori squadre d’Europa e quando vinci con l’Italia, tutto ha un significato diverso, sia per te ma soprattutto per tutti quelli che ci sono intorno a te. È chiaro che l’obiettivo è sempre quello di vincere una medaglia però, considerato tutto quello che è successo nel precampionato e considerata la forza degli avversari, arrivare li a giocarsela e facendo anche delle grandi partite, è stata una bellissima esperienza soprattutto perché come gruppo , giocatori staff, collaboratori  si è veramente remato tutti nella stessa direzione e forse era un po’ che non capitava. Secondo me si sono messe delle basi importanti anche per il proseguo delle nazionali e del gruppo azzurro.

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5) C’è una filosofia di gioco che ti affascina o un coach al quale ti ispiri? Verso quali obiettivi è proiettato l’immediato futuro della tua carriera professionale e qual è il sogno da realizzare per Riccardo Fois?

Non posso non ispirarmi a coach Few e a Ettore Messina per moltissimi aspetti. Il mio modo di vedere la pallacanestro è ovviamente influenzato da Gonzaga, dagli Spurs, dall’Italia, dal tipo di gioco e da una cultura dell’organizzazione che mi ha permesso di vincere, di vivere certe emozioni e che quindi vedo replicabile . Credo nei programmi di un certo tipo che permettano ai giocatori e alle persone di svilupparsi appieno, secondo me questo è un concetto molto importante al di la del tipo di gioco. Penso che una delle cose importanti e belle del College Basket è che, avendo così tanti allenatori che fanno così tante cose diverse, non si finisce mai di imparare; mi rendo conto che adesso ci sono modi di attaccare, modi di difendere  e determinate situazioni che magari due anni fa non avrei mai pensato sarebbero potute essere funzionali e invece, scoutizzando Michigan piuttosto che North Carolina, ho visto che loro hanno successo facendo certe cose e quindi ci sono degli aspetti che cerchiamo di integrare. A Gonzaga ad esempio, per il prossimo anno, stiamo cercando di inserire dei concetti della difesa del Fenerbahce e questa apertura mentale penso sia una caratteristica fondamentale di tanti grandi allenatori e la voglio portare con me. L’obiettivo futuro: è chiaro che prima o poi voglia diventare capo allenatore però è anche vero che sono in un posto speciale, con una cultura speciale, vivo e mi sveglio con il sorriso ogni giorno e queste non sono cose banali . In America si dice “don’t mess with happiness” quindi se è vero che l’obiettivo finale è un altro, veramente mi sto godendo il percorso e sto cercando di prendere le scelte con calma, nel momento migliore, senza farmi influenzare da altri fattori, perché il lavoro che faccio io è un lavoro che tantissimi pagherebbero per poter fare e se ci saranno opportunità future di avere un lavoro più importante, o di continuare la mia carriera a determinate condizioni che penso possano essere di successo come possono essere a Gonzaga, le valuterò.  Diciamo che continuerò a restare negli Usa il più possibile perché penso che qui possa essere più adatto a fare il mio lavoro e soprattutto nel mondo del College Basket: lo sviluppo dei  giovani, il portare dei ragazzi come Zach Collins, Sabonis, Nigel William-Goss, il prossimo Hachimura e Tillie verso la NBA  è una cosa che mi dà tantissima soddisfazione. È chiaro che la transizione verso l’allenare professionisti, allenare giocatori NBA, è una cosa che  ho iniziato e che sto cercando di portare avanti. Vedremo, l’importante è continuare ad avere l’opportunità di fare qualcosa che mi piace e di portare avanti le mie idee e le mie visioni nella maniera giusta perché mi rendo conto che ci sono tantissimi ragazzi, allenatori preparatissimi e persone di altissimo spessore in Italia e in Europa che non hanno magari questa opportunità. È importante per me ricordarmi da dove vengo e la fortuna che sto vivendo.

Finisce qui questo episodio che sicuramente porterà nuovi tifosi a seguire più da vicino le sorti dei Bulldogs; sia personalmente che a nome di tutta la redazione, porgo il più sincero degli “in bocca al lupo” a Riccardo Fois per lo sviluppo della sua carriera e ringraziandolo per la disponibilità dimostrata rimando ai nostri lettori il mio invito a seguire le prossime puntate di “5 Questions to” sempre qui, sempre su NbaLife.it.

Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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