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5 Questions 2: Sergio Scariolo

Non siamo spariti, ci siamo solo fermati un attimo per riordinare le idee e programmare la nuova stagione che si preannuncia ricca di ospiti importanti.
E quale occasione migliore per ripartire e riaccendere i riflettori nel mio salotto se non quella di avere come ospite un allenatore di livello internazionale. La redazione di NbaLife.it è onorata di poter scambiare due chiacchiere con Coach Sergio Scariolo, quindi stop agli indugi e partiamo con le nostre 5 Questions 2.

1) Partiamo dagli albori, dalla culla di una passione immensa. Qual è stato per coach Scariolo l’imprinting con il mondo del basket?
Ricorda un episodio, un preciso istante, un aneddoto che ha dato il via a tutto quello che ha vissuto e sta ancora vivendo da protagonista?

Il primissimo ricordo del basket che posso richiamare alla memoria è quello di mio padre che mi portava la domenica mattina alla scuola privata dove insegnava matematica per vedere le partite delle sue alunne, quindi la prima partita di pallacanestro che ho visto è stata una partita di basket femminile. In realtà ricordo la struttura della scuola anche perché era a Brescia di fronte a casa degli zii, ma non ricordo la partita in se. Ricordo di più quando andavo a vedere la Forst Cantù l’anno in cui giocò a Brescia per l’indisponibilità del Parini, stavano costruendo il Pianella, e poi le partite del Basket Rondine a Brescia.

2) Campione del mondo con la nazionale militare, campione italiano con Pesaro, campione di Spagna con Real Madrid e  Malaga, Copa del Rey ancora con Malaga e con il Baskonia, tre allori Europei alla guida della Nazionale Spagnola con la quale è salito sul podio alle Olimpiadi Londra e Rio de Janeiro indossando rispettivamente la medaglia d’Argento e quella di Bronzo. Qual è il segreto di tante vittorie. C’è una filosofia di gioco o una scuola di pensiero che fa da filo conduttore a questi successi? E tra questi, quale è stato il successo che ha suscitato le emozioni più grandi?

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L’unico filo conduttore che posso riconoscere è l’amore per il gioco. Una passione che è intatta adesso come allora, che mi ha accompagnato sempre anche nel momento delle sconfitte, nei momenti difficili e che mi ha permesso di centrare l’interesse per quello che facevo. Anche nel momento in cui la pallacanestro è diventata una professione, con tutte le sue pressioni e  le sue difficoltà, mediamente il mio punto di riferimento nel gioco in se, nell’analisi, nello studio, nella conoscenza dei giocatori, dei modi di giocare e delle squadre, è stato la passione che mi ha accompagnato sempre. Non posso dire qual è il successo che mi ha suscitato le emozioni più grandi. Sono cose diverse, dimensioni diverse. Le Olimpiadi, le partite NBA, le prime vittorie, ma anche le partite delle mie squadre giovanili che ricordo con tantissimo affetto. È veramente difficile fare un ranking.

3) Ripercorrendo la sua carriera salta all’occhio l’eterogeneità degli ambienti nei quali ha lavorato. Italia, Spagna, Russia e ora Stati Uniti d’America. Seppur il basket globale porti oggi ad avere squadre con giocatori di ogni nazionalità, può spiegare ai nostri lettori le differenze di approccio al gioco che ha riscontrato nei diversi ambienti in cui ha allenato?

Non è facile spiegare in poche parole le differenze di approccio anche perché le epoche sono state diverse e in realtà è il gioco che evolve e cambia. La grande differenza l’ho trovata negli Stati Uniti, nella NBA, dove la dimensione fisico-atletica, la qualità individuale dei giocatori e anche il numero di giocatori buoni in ogni squadra, permettono di mantenere un ritmo e una qualità di gioco molto molto alto sia a livello offensivo che difensivo. Tutto ciò a volte può anche banalizzare il gioco, nel senso che può anche renderlo più difficile da analizzare, da migliorare, da perfezionare nei piccoli dettagli perché la qualità individuale e fisica è talmente alta che è molto difficile intervenire.

4) Parliamo dell’attualità. Nel 2018 Masai Ujiri l’ha fortemente voluta a Toronto. Nuovo allenatore, uno scambio con gli Spurs di Messina che ha portato in Canada l’MVP delle Finals 2014 Kawhi Leonard e un recente passato fatto di Regular Season scintillanti oscurate da Playoffs deludenti. Che cosa significa per un allenatore dal suo profilo sbarcare nella Lega più spettacolare del mondo, quale contributo può dare a Coach Nurse con la sua esperienza internazionale e quali sono gli obiettivi che si pone la franchigia canadese per la stagione in corso?

Da parte mia c’è la soddisfazione di poter dare a questa franchigia ambiziosa, che sta guardando avanti e che ha voglia di crescere ancora, quello che riterranno loro in realtà di poter prendere da me. Non sono tanto io che posso imporre delle scelte, anche se sono contento degli spazi che ho e del contributo che sto dando. Io sono a disposizione di quello che, volta per volta,  mi si chiede. Senz’altro non c’è dubbio che  la franchigia e Nick (Nurse) sono aperti a quanto viene dall’Europa e da parte mia, al di là delle mie idee personali, del mio vissuto personale, c’è l’obiettivo di svolgere una funzione di “ponte”  con la pallacanestro europea che infatti, soprattutto a livello di Eurolega, seguo ancora costantemente.

5) Affrontiamo il futuro. Lei ha avuto la fortuna di allenare fior fior di giocatori, penso fra tutti ai fratelli Gasol; ha un Palmares di tutto rispetto; è alla guida di una delle nazionali più talentuose e vive giorno per giorno il mondo NBA da una posizione privilegiata. Ma c’è ancora un sogno inespresso nei suoi pensieri? E per concludere le chiedo di prestarsi al nostro classico pronostico: chi vincerà il titolo NBA 2019?

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Sinceramente parlando del futuro sono felice di essere riuscito a soddisfare il mio desiderio professionale. Non voglio chiamarlo sogno, perché non lo era, ma insomma, il desiderio e l’ambizione di essere parte della miglior lega del mondo era forte. È chiaro che le vittorie, i titoli, i successi, i campionati, non sono mai abbastanza. Mi piacerebbe arrivare a giocare una finale a Toronto, tornare a vincere una medaglia con la nazionale spagnola visto che ci stiamo avvicinando alle due competizioni più importanti – il Mondiale e le Olimpiadi  che sono veramente bellissime. Cose ce ne sono ancora, ma preferisco concentrarmi sul preparare la prossima partita e andare  passo per passo. Per quanto riguarda il pronostico penso che Golden State possa solo perderlo il titolo NBA. Poi ci sono mille fattori: gli infortuni, altre cose imprevedibili, ma stando a quello che si può prevedere oggi, onestamente, mi sembra che i Warriors, a livello di talento ed anche ormai a livello di chimica, di gioco d’insieme e di conoscenza reciproca, siano un gradino sopra a tutti.

Finisce qui il primo appuntamento con 5Q2 del 2019 e, ringraziando Coach Scariolo per l’enorme disponibilità (ci ha rilasciato l’intervista preparando l’ostica gara contro James Harden) e facendogli un enorme in bocca al lupo per il prosieguo della stagione, vi do appuntamento al prossimo episodio.

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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