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5 Questions 2: Matteo Marchi

Siamo giunti al terzo episodio del 2019 targato 5 Questions 2 e, come nei due episodi precedenti, sono lieto di dare il benvenuto ad un ospite di rilievo. Dopo Coach Sergio Scariolo e Bruno Cerella per Slums Dunk Onlus che vi invito ancora a sostenere, ho il piacere di porre le canoniche cinque domande ad un protagonista del campo, seppur da una posizione diversa rispetto a quella abituale. Con la macchina fotografica in mano e l’occhio attento a catturare ogni movimento degno di essere immortalato su un campo NBA, do il benvenuto in redazione a Matteo Marchi, rappresentante di spicco del nostro paese in terra statunitense.

1)      La prima domanda è una tappa obbligatoria della nostra rubrica. Qual è il punto di connessione fra Matteo Marchi e il Basket? C’è un episodio chiave nella tua vita che ti ha legato al mondo della palla a spicchi?

Tra me e il basket ci sono 474.733.823.239.292 punti di connessione. Ho iniziato che avevo 8 anni, giocato fino a pochi anni fa (ed ero parecchio scarso), ho allenato ecc… Insomma ne ho fatte di tutti i colori. Fare le foto al basket è stata l’unica cosa che mi avrebbe permesso di continuare a stare in campo, altrimenti visto il mio talento cestistico probabilmente sarei stato radiato dalla FIP!

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2)      La passione unita alla professione. Una macchina fotografica, un pallone da basket e… Raccontaci come è nato questo connubio che dalla Romagna ti ha portato fino alla scintillante New York City.

Molto semplicemente ho iniziato a fare il fotografo a Imola nel 2003 e il basket nella mia città è più forte del calcio, quindi fotografando per i giornali locali era automatico che scattasse la scintilla. Da lì poi sono cresciuto e, piano piano, ho cominciato a salire la dura scala che mi ha portato fin qua. Con tanta pazienza, parecchio “culo” e una buona dose di incoscienza. Se avessi un figlio che volesse ripercorrere le mie orme, glielo vieterei. Tante soddisfazioni eh, ma che sofferenza!

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3)      Due Olimpiadi, due Mondiali, cinque Europei Maschili, tre Europei Femminili e molti altri lavori in giro per il mondo. C’è un’esperienza a cui sei particolarmente legato, quella che ti ha trasmesso più emozioni e assicurato più soddisfazione?

Le Olimpiadi sono qualcosa che ti rimane sempre nel cuore, anche se, quando sei lì, odi tutto perché vedi il mondo che si diverte mentre ti stai spaccando la schiena lavorando 18 ore al giorno. Per chi fa il mio mestiere i cinque cerchi sono la massima aspirazione. Ma ragazzi, Afrobasket (e Afrobasket Women) sono qualcosa di trascendentale. Ho in faretra due Afrobasket maschili (Tunisia e Costa d’Avorio) e uno femminile (Camerun). Ho visto cose che dovrei scrivere in 6 o 7 libri come minimo.

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4)      Ora i Knicks. Cosa significa essere il fotografo di una franchigia NBA? Come è la vita nella Grande Mela, e qual è la tua giornata tipica nel giorno della partita?

Essere uno dei fotografi di una squadra NBA vuol dire tutto e vuol dire niente. Hai la possibilità di scattare da bordo campo, ti senti parte di qualcosa di importante, ma è anche molto stressante. Le richieste sono molte, sei sempre attento e non ti devi perdere niente di quello che succede. Generalmente si arriva al palazzo 5-6 ore prima della partita perché ci sono da fotografare gli arrivi dei giocatori, poi c’è tutto il riscaldamento (che non è come da noi, qui ognuno fa il suo workout ad orari diversi) e poi la partita. Con la partita che inizia alle 19,30 di solito si arriva intorno alle 14,30 e si va via verso le 23.

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5)      Leggendo il tuo curriculum di certo non si può dire che sia avaro di esperienze. Hai fotografato i migliori giocatori del Basket Mondiale (se vuoi puoi dirci il tuo preferito), hai visitato Arene incredibili e girato il mondo. C’è ancora un sogno da raggiungere? Un obiettivo a cui ambire? Un desiderio da realizzare? Insomma, cosa ti aspetti dal futuro?

Il mio preferito al momento è Giannis e il secondo arriva settimo. Come arene NBA non ne ho viste tantissime, ma il Garden ha sempre il suo fascino, anche se è complicato lavorarci dentro. Per quanto riguarda i sogni, mi piacerebbe lavorare per un team NBA viaggiando con la squadra, con i Knicks faccio “solo” le partite in casa, ma soprattutto mi piacerebbe poter fare un libro con le mie foto migliori e magari pure con qualcosa di scritto che racconti un po’ la parte nascosta di questo lungo viaggio che ho percorso e che spero abbia ancora molte tappe. Ho 36 anni, quindi sono ancora un bambino!!

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Finisce qui anche il terzo appuntamento nel salotto virtuale di NbaLife.it e, augurando a Matteo di poter raggiungere i suoi obiettivi e regalarci ancora immagini e scatti artistici, rinnovo l’appuntamento con i prossimi episodi di 5 Questions 2.

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www.matteomarchi.it

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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