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2nd Round – Golden State Warriors vs Utah Jazz

Tutto secondo copione.
Come ampiamente prevedibile e previsto (anche nell’appuntamento con MVP Podcast di NbaLife.it), anche il secondo turno dei Golden State Warriors fila liscio senza intoppi. I ragazzi della Baia infilano l’ottava W consecutiva (prima volta in assoluto per la franchigia nei PO) e si sbarazzano del secondo ostacolo nella corsa verso le Finals che, secondo la maggior parte degli addetti ai lavori, sarà la rivincita della rivincita contro i Cavs. Percorso parallelo a quello di LeBron & Co. ed enorme mole di energie risparmiate, energie che torneranno utili già dal prossimo turno contro la vincente della serie tra Houston e San Antonio.

Orfani di coach Kerr, costretto nel North Carolina presso l’Università di Duke per operarsi e trovare una soluzione definitiva al dolore alla schiena che lo sta attanagliando da parecchio tempo, i Warriors, guidati da Coach Brown raggiungono la terza finale di Conference negli ultimi tre anni, dando il benservito ad una Utah combattiva, volenterosa ma non ancora in grado di competere a questi livelli. Un plauso enorme va fatto a coach Snyder e a tutta l’organizzazione Jazz in grado di allestire una squadra competitiva  e di disputare una stagione onorevolissima conclusasi con il titolo della North Western Division abbattendo il muro delle 50 W come non accadeva dalla stagione 2009-2010, stagione nella quale si registrò, prima di quest’anno ai danni dei Clippers, l’ultimo passaggio di un turno nei playoffs.
Gordon Hayward, Rudy Gobert, George Hill, affiancati da veterani del calibro di Boris Diaw e Joe Johnson hanno posto le basi per un futuro che sembra essere dalla loro parte (sempre che il prodotto da Butler non decida di esplorare il mercato con la free agency estiva), certo è che, finché gli Warriors decideranno di allacciare le scarpe e lottare per vincere, sarà dura trovare spazio in questa super competitiva Western Conference anche negli anni a venire.

Come già ampiamente visto nella prima serie contro Portland, Golden State è arrivata molto meno affaticata alla post season rispetto a quanto accadde l’anno scorso, causa rincorsa al record NBA di vittorie stagionali, e l’apparente svogliatezza mostrata in alcuni tratti di regular season ha lasciato spazio a sprazzi dei veri Warriors che sono bastati per raggiungere con il minimo sforzo le Finali di Conference.

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“Non lasciate respirare i Jazz”.
È  questo il dettame tattico imposto da Steve Kerr, che, costretto a star lontano dal campo, si affida ai videomessaggi e alla fiducia riposta su Coach Brown. E i Warriors eseguono. Sgasate incredibili alternate a fasi di gestione a velocità di crociera che permettono a GS di dirigere le partite senza affanni e senza patemi d’animo. Le frecce in faretra sono tante e se gli Splash Brothers decidono di prendersi un turno di riposo, ci pensa KD ad accelerare e a tenere distanti gli avversari. Il tutto condito da una vivace spruzzata di un Draymond Green rinfrancato dall’avvento della post season dopo aver vissuto la regular all’ombra di tutta la mole di gioco e di numeri messi a referto la scorsa stagione. In quintetto parte sempre Zaza Pachulia, e il Georgiano non si tira indietro, lotta, randella, difende il tabellone, blocca (eccome se blocca) per 12 minuti scarsi a partita per poi lasciare il proscenio alla Daeth Lineup con Iguodala ad affiancare i quattro All Star e Draymond Green a difendere anche contro Rudy Gobert e dominare sotto i tabelloni. Sempre utili gli innesti dei super veterani David West e Shaun Livingston, in grado di garantire minuti di qualità nel momento in cui, per gli starters è ora di tirare il fiato.
Persino JaVale sembra aver trovato la giusta dimensione e accantonati i suscettibili rapporti  Shaqtin’ A fool, riesce a mettersi in mostra con giocate di pregevole fattura sia in fase offensiva che in quella difensiva.

NBA: Playoffs-Utah Jazz at Golden State Warriors

Coach Snyder dal canto suo cerca di indirizzare la serie su quello che riesce meglio alla sua squadra, abbassare i ritmi e ridurre il numero di possessi per partita. Ultimi per PACE in tutta la NBA, terzi per triple concesse agli avversari e secondi per punti concessi in contropiede, i Jazz sembrano, statistiche alla mano, gli anti Warriors per eccellenza, salvo poi scendere in campo e comprendere di avere una sola opzione: scegliere il veleno con il quale morire. Troppe opzioni per Golden State che è inarrestabile nella sua capacità di trovare sempre il modo con il quale produrre attacco. Offensivamente parlando Utah si appoggia principalmente sui P&R di Hayward o di George Hill con Gobert nella figura del bloccante/rollante, con la variante dell’isolamento classico di Joe Johnson che ha fatto a pezzi i Clippers nella serie di primo turno.

Ma la difesa dei Warriors è dannatamente efficace e solida e l’assenza del play ex San Antonio, George Hill, da gara 2 in poi, rende ancora più difficile per i Jazz produrre i punti necessari per restare attaccati al treno giallo blu. Se poi il tiro esce e il rimbalzo lo prende Draymond Green il contropiede è assicurato e state tranquilli che le percentuali di mettere punti a referto sono particolarmente alte.

STATS

Andiamo ad analizzare la serie dal punto di vista statistico.
Il primo numero che attira l’attenzione è lo scarto medio; 16,5 punti di scarto medio tra le squadre è il secondo valore più alto mai riscontrato nella storia dei playoffs NBA e già questo basterebbe a spiegare il 4-0 pro Warriors. Studiando le partite quarto per quarto è evidente come le partenze fulminee di Curry e compagni abbiano segnato ogni singola gara di questa serie: +6 in gara 1, +12 in gara 2, +10 in gara 3, addirittura +22 in gara 4.

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Utah è riuscita a mettere il naso avanti nella serie solo a cavallo fra il secondo e il terzo quarto di gara 3, prima che l’uragano Durant spazzi via ogni velleità dei  tifosi di Salt Lake City. Serie quindi mai in discussione nonostante le premesse sembravano essere diverse, almeno per quanto riguardava la capacità dei Jazz di poter mettere in difficoltà i Warriors. Abbiamo infatti già detto della capacità dei Jazz di rallentare il ritmo. Utah riesce in effetti a ridurre il numero di possessi abituali dei Warriors durante tutta la serie che si gioca su un PACE di 94.6 a fronte dell’abituale 99.8 con il quale Golden State ha affrontato l’intera stagione.

Questa disponibilità di possessi ha comunque prodotto un Ortg di 113,8 per i Warriors a fronte di un Ortg di Utah fermo a 101.8. Golden State è stata in grado di restare al di sopra del 50% dell’effective FG percentage, producendo 18,50 punti di media in contropiede ed un rapporto Assist/TO di 2,38. Anche sotto i tabelloni i Jazz non sono riusciti ad arginare Draymond Green e compagni, andando sotto in tre dei quattro episodi della serie. Notevole è stata la serie di Gordon Hayward che in 38.9 minuti di media ha prodotto una media punti di 24.7 a partita dimostrandosi una volta di più di essere il leader dei Jazz, ma l’assenza di George Hill, che ha disputato solo gara 1, ha tolto molte sicurezze all’attacco dei ragazzi di Coach Snyder.

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Preoccupante per i Warriors, o forse per gli avversari futuri, è il torpore offensivo di Klay Thompson che ha visto ridurre drasticamente i suoi numeri passando da 22 punti abbondanti di media a 11.7 punti di media in tutta la serie. Ora i Warriors possono sedersi comodamente in poltrona aspettando di vedere come andrà a finire la serie tra Houston e San Antonio, consapevoli che il derby texano genererà un dispendio di energie fisiche e mentali difficili da recuperare in tempi bevi per affrontare i numeri uno della Lega.

SALA STAMPA

L’andamento a senso unico della serie tra Warriors e Utah ha generato pochi siparietti degni di nota dal punto di vista mediatico. In sala stampa i Warriors si sono semplicemente limitati ad analizzare le partite senza dover rispondere a nessun tipo di provocazione. Se proprio vogliamo stare a passo con i tempi ed essere  “Social”, rimarchiamo il giro del mondo fatto dal “balletto” a cui è stato costretto Rudy Gobert in gara 1 nel momento in cui si è trovato a fronteggiare Curry dietro l’arco dei tre punti.

Simpatica anche la conferenza stampa post gara 4 nella quale, ascoltando l’infinita domanda posta a Draymond Green, Kevin Durant abbia mostrato tutto il suo interesse cadendo in uno stato di sonno profondo ridestandosi al momento della risposta del compagno di squadra. Argomento della discussione? Ovviamente i Cleveland Cavaliers.

Infine Klay Thompson, intervistato alla fine di gara 4 ha tenuto a sottolineare come il livello raggiunto finora dai Warriors ai playoffs abbia ancora notevoli margini di miglioramento, non proprio un messaggio rasserenante per i prossimi avversari.

MVP

C’è l’imbarazzo della scelta per trovare l’MVP di questa serie anche perché a turno Curry, Durant e Draymond Green hanno dato il loro notevole contributo per spazzar via Utah. Di certo non possiamo annoverare Klay Thompson nella corsa a questo titolo, perlomeno in questa serie, giocata sottotono e lontano dai riflettori. Comunque sia, nonostante un Curry trascinatore in gara 1 e in gara 4, nonostante un Durant esagerato in gara 3, la continuità e la capacità di riempire tutte le voci statistiche, l’approccio mentale su entrambi i lati del campo e la cattiveria agonistica di Draymond Green, mi portano a optare per il numero 23 da Michigan State. A conferma della mia scelta arriva anche la tripla doppia in gara 4,  garanzia di successo per la franchigia californiana (22-0 il record dei Warriors con Green in tripla doppia).  Se Draymond Green continuerà su questa falsa riga, senza mai andare oltre il consentito, come successo la scorsa edizione dei Playoffs, questi Warriors avranno chance altissime di tornare sul tetto più alto del mondo… LeBron permettendo.

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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