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2006-2016: com’è cambiato il basket NBA

1 settembre 2006. Saitama, Giappone. La Grecia batte gli USA ai mondiali di basket, eliminandoli dal torneo. 101 a 95. Una delle più grandi disfatte della storia della nazionale statunitense.

Di quella partita si ricorda, forse più della prestazione stessa della squadra, la dichiarazione post partita del coach degli Stati Uniti, Mike Krzyzewski che dopo la sconfitta dichiarò:“Il numero 4 e il numero 7 ci hanno uccisi”. Una grave caduta di stile l’allenatore di Duke University che in quell’occasione dimostrò tutta la sua incompetenza a livello di preparazione della partita e di accorgimenti difensivi contro i giocatori avversari. Infatti quel “numero 4” e quel “numero 7” trattati con sufficienza durante la partita erano rispettivamente Theo Papaloukas e Vasilis Spanoulis, due tra le più grandi leggende del basket di area FIBA (Spanoulis ha giocato anche in NBA tra l’altro N.d.c.).

Da questa frase di Coach K si capisce come allora la conoscenza del basket europeo da parte degli americani fosse pressoché nulla. Tuttavia nel corso di questi dieci anni che sono passati le cose sono cambiate parecchio.

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La politica di esportazione del marchio NBA nel mondo iniziata e sviluppata da parte dell’ex commisioner David Stern ha portato ad un allargamento dei confini ideologici del basket americano verso quello europeo. E grazie a questo si può affermare con certezza che il basket europeo e quello americano siano, ora più che mai, vicini.

All’interno di questo scambio interculturale in atto tra i due movimenti si possono riscontrare cambiamenti a livello tecnico. Infatti, nonostante la propensione per un’interazione socio-economica sia partita dall’NBA verso l’Europa, per quanto riguarda il discorso tecnico l’influenza ha avuto una direzione contraria. Verrebbe da pensare che in seguito alla nuova politica “espansionistica” dell’NBA verso il vecchio continente, anche l’interpretazione del gioco europea avrebbe dovuto mutare per plasmarsi su quella americana. Così non è stato.

La concezione di basket e l’approccio alla partita a livello tecnico tipica europea sta, man mano che passano gli anni, sempre più penetrando in quella americana.

Se fino a dieci anni fa il basket NBA si è sempre basato sull’esaltazione dei singoli, da qualche anno a questa parte, questa tendenza sta via via scomparendo, per lasciare spazio ad un concetto di gioco sempre più basato sull’esaltazione del gioco di squadra. Caratteristica principale delle squadre europee.

Inoltre è andata cambiando anche la concezione di ciò che il campionato NBA rappresenta da parte dei giocatori europei: se prima era una meta quasi irraggiungibile o il coronamento di un sogno, ora rappresenta semplicemente un altro tipo di opportunità professionale. Senza minimizzare la superiorità che il campionato NBA ha nei confronti di quello europeo, soprattutto in specifici aspetti, che permane tutt’oggi, si nota come ci sia stato, un incremento mostruoso di passaggio di giocatori da campionati europei all’NBA.

Nella passata stagione si è stabilito il record di approdo di giocatori extra americani nell’NBA raggiungendo il numero di 101 giocatori (battuto il record della stagione 2013/14 di 92). Per capire la portata della migrazione basti pensare che nella stagione 1990/91 i “foreign players” in NBA erano solo 21.

Di quei 101 giocatori, 58 erano provenienti dal nostro continente.

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La domanda sorge spontanea: è possibile che una migrazione tale di giocatori dall’Europa agli Stati Uniti abbia, in qualche modo, cambiato il modo di intendere il basket da parte degli americani. Sicuramente i fattori da tenere in considerazione che hanno influenzato questo cambiamento epocale in corso sono molteplici, ma uno è sicuramente questa “grande migrazione”.

Nello specifico in cosa si riscontra questo cambiamento? Andando ad analizzare, a grandi linee, il gioco di alcune franchigie che stanno avendo successo nell’NBA, possiamo attribuire la forza alla base dei loro attacchi ad una rigida mentalità che mette il collettivo davanti agli interessi dei singoli. Tecnicamente parlando si fa riferimento alla ricerca di un tiro che sia il più aperto possibile e che all’interno di un’azione i singoli giocatori siano sempre disposti a creare e/o mantenere un vantaggio ottenuto da un compagno di squadra per far sì che la palla passi dalle mani di un giocatore in vantaggio sulla difesa e che arrivi ad un compagno ancora “più in vantaggio”. Le squadre legate a questa mentalità offensiva sono ad esempio Boston, Atlanta e Golden State.

Tutto questo va in totale controtendenza con l’abitudine dei giocatori NBA di una decina di anni fa che si prendevano la responsabilità di creare, sviluppare e concludere individualmente un’azione di attacco. Questo tipo di gioco, che si esplicava nell’isolamento offensivo, non è più adatto alle esigenze degli allenatori NBA, e in particolare non è più adatto alle esigenze di una squadra che vuole vincere. Infatti, analizzando i numeri, al termine della stagione regolare appena finita, i giocatori con più isolamenti all’attivo sono: James Harden (più di sette a partita), LeBron James (quasi sette) e Carmelo Anthony (sei abbondanti). Lasciando da parte la questione riguardante LeBron James che non sarà mai analizzabile come un comune mortale, i risultati delle squadre in cui militano gli altri due giocatori citati sono palesemente al di sotto delle aspettative di inizio stagione.

In estrema sintesi, nel 2016, dal punto di vista di una squadra, puntare sulle doti di un solo o più giocatori presi singolarmente, non è più una scelta che paga, anzi. Questo discorso non poteva essere fatto nell’NBA del 2006 dove gli isolamenti erano la prima opzione offensiva della squadre (si ricordi la finale Heat-Mavs, Wade e Shaq da una parte, Dirk dall’altra. L’individualismo era debordante). Infatti in quel periodo c’era un gran numero di giocatori propensi a quel tipo di gioco. Significativo il caso di Joe Johnson che dalla sua tendenza ad usufruire sempre dell’isolamento si è creato un soprannome, “IsoJoe”, che allora era un giocatore richiestissimo, ora decisamente fuori moda.

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La nuova tendenza delle squadre si può dire sia nata dal gioco espresso dai San Antonio Spurs di Gregg Popovich e della sua tipica mentalità del “from good to great”, ovvero quella costante voglia di non accontentarsi di un tiro che a prima vista può essere considerato aperto, ma continuando a mantenere il vantaggio ottenuto per creare un tiro sempre migliore. Passando da un buon tiro a un gran tiro, appunto.

Questa mentalità sembra essere sconfinata dal mondo Spurs ed essere approdata in altre franchige NBA, fino ai Warriors, che nonostante la concentrazione spaventosa di talento dei singoli, riesce a fare del gioco di squadra la forza del gruppo, che appare oggi, imbattibile.

Il raggiungimento di un gioco di questo tipo nasce da una grande applicazione mentale e disponibilità da parte dei giocatori, caratteristiche che sono difficili da riscontrare nei americani, ma che sono ben presenti nei giocatori europei da sempre. Sì, perché il gioco che Pop ha reso estremamente di tendenza nell’NBA nel vecchio continente lo si gioca da sempre. Ecco quindi che l’evoluzione del gioco e la migrazione di cui si parlava stanno andando di pari passo e l’influenza della seconda sulla prima è da considerare un’ipotesi quantomeno credibile. Di sicuro, ora, possiamo dire che Coach K e tutti gli allenatori americani conoscono a manadito i giocatori europei: il bagno d’umiltà di ieri è servito per stare al passo con i tempi, oggi.

Alessandro Zorzoli

Alessandro Zorzoli

Milano, 21 giugno 1994. Studio lettere. Gioco a basket da quando sono nato. Lo sport è la cosa più bella del mondo e nello sport si concretizzano tutti gli aspetti di un’arte: tecnica, poetica, forma e stile. Del basket e dei suoi protagonisti mi affascina indagare questi aspetti. “Quando dipingo non penso all’arte. Penso alla vita”, Jean-Micheal Basquiat.

 

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