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1st Round in review: Trail Blazers – Thunder

In tanti, incluso il sottoscritto, davano i Blazers “Nurkic-less” spacciati prima ancora che i riflettori del Moda Center si accendessero sull’ennesimo duello tra Dame e Russ, tra Blazers e Thunder, tra Portland vs Playoffs.

E invece no, big upset e prima Cinderella´s story per un’anticamera di post-season ad Ovest che risuona sinistramente come la prima di una serie di possibili sorprese nella lunga corsa verso la gloria.
Chi vi scrive è cestisticamente nato e cresciuto cullandosi nel mito delle grandi imprese sportive, dell’inedito, dell’inatteso e, in quanto amante dell’imprevedibile, cari lettori, chi vi scrive si trova ora come ora imprevedibilmente a Berlino, in una serie di combinazioni e per una serie di motivi che non staremo certo ad approfondire in questa sede; sede, tra l’altro, che intenderebbe approfondire tutt’altro. In parole povere, cari lettori, non vi scrivo dal mio pc e sono atterrato ieri, siate clementi.

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Lillard sugli scudi

Troppo spesso sottovalutato, oscurato dalle abnormi parate di stelle ad Ovest, troppo poco eccentrico, troppo poco egocentrico per rimanere a galla sul palcoscenico mediatico della NBA. E invece l´MVP del 1st round di questi PO é proprio lui, il #0 venuto da Oakland.
Eternamente bullizzato dalla nemesi Westbrook, Lillard ha letteralmente dominato il confronto con il proprio pari ruolo di OKC rimanendo vero, solido e decisivo fino all’atto finale di gara 5 quando, nel pieno di una rimonta miracolosa, con 47 punti sul groppone e l’intero Oregon sulle spalle, ha lasciato andare da distanza iperuranica la tripla su cui era siglata a fuoco una sola parola: “Semifinals”. Stayin’ real dicevamo. Già, perché nonostante gli snub di una parte consistente di media, Lega e appassionati, Damian Lillard non ha mai dimenticato il proprio nome, la propria storia, i propri orizzonti. Uomo in missione se ce n’é uno, ha portato a casa il quinto ed ultimo atto della serie con la stessa faccia con cui era sceso in campo 48 minuti prima. Mai sopra le righe, mai una parola di troppo con arbitri e avversari, costantemente focalizzato su quel destino che quest’anno sembrerebbe, contro ogni aspettativa, farsi più reale che mai per una franchigia che fin qui si era costantemente sciolta al primo sole della PS. Travolto dai compagni sulla tripla decisiva, lo si può scorgere tra grovigli di braccia e gambe con quell’espressione rivolta verso la telecamera come a dire: “Dunque? Che vi aspettavate?”.

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Kudos to Stotts

Presi alla sprovvista da una efferata difesa ordita dal coaching staff di Portland, gli uomini di Donovan hanno spesso e volentieri faticato al tiro, risultando a tratti sterili dalla lunga, mentre, parallelamente, i Blazers si mostravano capaci di reggere il confronto in pitturato nonostante l’assenza del panzer Nurkic. 61 TO nel complessivo della serie con 33 palle perse prodotte dalla ditta George-Westbrook, binomio, quest’ultimo, per altro in netta difficoltà al tiro (37 e 36.3 FG%). Ad un’OKC incapace di tirare consistentemente e con continuità nel corso della serie, si sono contrapposti il 44% e il 41.5%, rispettivamente dal campo e dall’arco, di una Portland famelica in fase di recupero palla (8.0 STL e 6.0 BLK vs 7.3 e 4.8). Al classico Westbrook da simil-tripla doppia di media (21.3 – 8.3 – 9.8 nella serie) e al proverbiale all-around PG (26.8 e 8.5 con quasi 4 assist e 2 rubate di media) si sono affiancati i soliti comprimari Schroeder e Adams, per il resto, come prevedibile e come già visto in passato, la panchina di coach Donovan ha saputo ideare opzioni tattiche e soluzioni in fatturato assai esigue. Per contro, ad un Lillard “livin’ his best life” (ma voi avete capito perché improvvisamente gli Americani debbano costantemente usare questa frase? Io no, in ogni caso, nel dubbio, volevo usarla almeno una volta nella vita anch’io) con quasi 29 PPG, 4 TRB, 6 AST e più di 2 STL a partita, si é affiancato un CJ McCollum omerico su ambo i lati del campo con 26.3 PPG, 6.3 TRB, 4.5 AST e un 46.3 FG% con il 51.6% dalla lunga che suonano come una consacrazione definitiva tra i protagonisti della Lega. Dunque il solito ragioniere svizzero Kanter da simil-DD in meno di 29 minuti di utilizzo medio, spalleggiato da un Aminu da 11 PPG e 7.3 TRB e da un Maurice Harkless da 9.5 e 7.0 di media. Metteteci anche la maturazione di Zach Collins e Seth Curry e avrete il quadro di un roster e di un timoniere tattico capaci di supplire all’assenza del proprio terzo (fors’anche secondo, stando alla RS) miglior giocatore senza pressoché batter ciglio.

Dove vogliono e dove riusciranno a portarci questi indomiti Blazers?

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Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

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