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1st Round in review: Rockets – Jazz

Lasciatemi “principiare” con una considerazione innanzi tutto personale ma (spero) condivisibile almeno da parte di qualche altro amante del Gioco: la difesa da dietro, laterale (chiamatela come volete…) su Harden, quella – per intendersi – deputata a togliergli l’amata mancina e la possibilità di compiere il classico step-back e invitarlo (…) ad andare dentro, non si può vedere.

A mio modestissimo avviso, non si tratta di una scelta coraggiosa, di una strategia preparata e pertanto degna di rispetto e considerazione (come ogni altra), o di un prodotto del pensiero divergente di un coach illuminato e baciato dal genio. Si tratta semplicemente di una scelta inopportuna. Un azzardo. Una scommessa pagata con l’uscita di scena senza troppi clamori, in sole 5 partite. Il senso della serie può essere ben racchiuso nel momento di gara 5 in cui, sul 92-91 per i padroni di casa a 2:22 dal termine di una contesa comunque tirata, in una serie pesantemente orientata ma non ancora chiusa, Rubio, seguendo il piano partita, si è messo letteralmente di dietro ad Harden finendo per far giocare i suoi senza mezzi termini in 4 contro 5 il possesso decisivo dell’intero primo turno. Risultato: floater vincente a centro area del Barba e tanti saluti ai mormoni.

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L’avesse compiuto il sempre criticato D’Antoni questo azzardo, sarebbe già stato imbullettato alla fatidica croce. Ma il primo a pensarci in stagione è stato Budenholzer, che è pure di scuola Spurs, ed allora non si può trattare di rischio eccessivo o di concetto difensivo portato talmente agli estremi da non esser poi così efficace ma deve per forza essere un’intuizione geniale. Perché, per carità, essendo Harden una specie di Intelligenza Artificiale – così lo ha definito Snyder – che si aggira per il parquet vedendo e sentendo tutto, non era possibile trovare qualcosa di meglio.

A guardar le mere cifre statistiche, Harden ha concluso la serie a 0.88 punti per possesso in situazione di (amato) isolamento, nettamente al di sotto dei dati registrati in RS. Nei playoffs tuttavia è risaputo: bisogna guadagnarsi il pane azione dopo azione. Solo il divino Lillard e il sorprendentemente efficace Irving sono arrivati alla soglia del punto per possesso in post-season, attaccando in solitaria la difesa. Non solo, a corroborare statisticamente la buona pensata di Snyder, nei 12 possessi a sera in isolamento solo in poco meno del 7% di essi Harden ha guadagnato la via della lunetta, mentre nel 15% dei casi sono arrivate malgradite palle perse (praticamente i dati sono invertiti rispetto a quelli della RS). Da palleggiatore del pick&roll, il Barba ha segnato ancor meno: 0.53 punti per possesso. Fermandosi a questo livello di analisi, verrebbe da pensare che la strategia difensiva dei Jazz abbia prodotto buoni, se non ottimi risultati. E, anche se in parte, va dato merito a Snyder e soci di aver quanto meno innervosito e costretto a pensare la macchina da canestri più micidiale del globo. Però vi chiedo amici e lettori quanto di tutto ciò sia dipeso effettivamente dalla difesa inusuale e curiosa sul perimetro del difensore assegnato al Barba e quanto invece sia ascrivibile alle doti – queste sì, uniche – da saracinesca umana sotto il ferro di uno come Gobert? E, qualora prevalesse nei vostri ragionamenti questa seconda ipotesi, non era ugualmente meritevole considerare una difesa più ortodossa, che non prevedesse l’inguardabile tamponamento di Rubio (o chi per lui) al 13 in maglia rossa?

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Senza considerare poi che le sopra riportate cifre, risentono pesantemente delle prestazioni non all’altezza di Harden in gara 3 (3/20 dal campo ma ben 16 tiri liberi guadagnati) e nella prima parte di gara 5. In fin dei conti, la trappola escogitata dai Jazz non è riuscita a distogliere Harden dalla sua consueta opera di perforazione della retina dalla grande distanza: tiri da 3 tentati e segnati e percentuale da oltre l’arco sono state del tutto simili a quelli della RS. Il difensore gli si incollava al braccio sinistro? Nessun problema: step-back laterale e via! Dove l’efficacia del miglior attaccante della lega è stata effettivamente intaccata è nel gioco al ferro. Ancora una volta, per eventuali spiegazioni citofonare a Gobert. Il fatto però di partire col difensore di Harden molto alto, in atteggiamento che invitava palesemente alla penetrazione con la mano destra, ha scaturito una serie di reazioni a catena, non sempre favorevoli, per usare un eufemismo, per i Jazz. Nelle prime due al Toyota Center (-32 in gara 1, sotto anche di 28 nel secondo episodio), i giallo-bianco-blu non l’hanno praticamente mai vista: Harden batteva (batteva… attaccava 1 contro 0) la linea difensiva perimetrale, innescando l’aiuto di Gobert e la rotazione dei vari Ingles, O’Neale o Crowder in copertura sul possibile lob per Capela, e l’uomo appostato sul perimetro riceveva e convertiva comodamente l’assist del compagno in un canestro da 3 punti. Dal primo all’ultimo minuto della serie, dal Texas allo Utah, i componenti del supporting cast di Houston hanno avuto la possibilità di prendersi un buon tiro, piedi per terra, con spazio sufficiente a scongiurare il tentativo di close-out dei difensori flottati di Utah. E, se la produzione diretta di Harden è andata in calo, le triple (e le percentuali) di Gordon (46.2%) e Tucker (60%), così come il numero delle conclusioni a bersaglio da due punti di Paul e Capela, derivanti da assist del numero 13, hanno registrato un incremento. Tutti indizi chiari dell’enorme rischio a cui si sono auto-esposti i Jazz proponendo una difesa così spregiudicata. Con il passare delle gare, l’efficienza dell’attacco di Houston è un po’ scemata, soprattutto perché sono migliorati i tempi di aiuto in area del solito Gobert, sempre attento a non uscire troppo sul midrange di Harden e perché l’aggiustamento di Snyder, con Crowder in quintetto a partire da gara 3 al posto di un comunque positivo Favors, ha funzionato.

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Al netto di tutti i discorsi folkloristici sui tamponamenti di Rubio però, Houston l’ha vinta in difesa, grazie a una grande organizzazione, specie della seconda linea difensiva, capace di creare densità in area, scommettendo sulle scarse percentuali di alcuni Jazz poco ispirati: nelle triple wide open Ingles (chiave di tante vittorie di Utah) ha tirato col 20%, Rubio con il 22.2%, Mitchell addirittura con il 16.7%, avendo però un ruolo differente nell’economia dell’attacco di Utah. Crowder, Korver e O’Neale non hanno fatto meglio, attestandosi su percentuali che sono andate dal 30.8% del primo al 33.3% dell’ultimo. Nei finali di gara 3 e 5, le rotazioni tempestive di Houston sui frequenti cambi difensivi, e le mani veloci di Tucker e soci hanno permesso ai Rockets di portare a casa due partite cruciali, nelle quali l’attacco aveva singhiozzato. Nella partita del Toyota Center che ha spedito i Jazz in vacanza, i Rockets hanno concluso con 12 stoppate e 12 recuperate di squadra. L’ultima volta in cui avevano raggiunto la doppia cifra in entrambe queste voci del tabellino nella stessa partita di playoffs, erano le Finali di Conference del 1994 e Houston si avviava a uno storico back-to-back. La squadra di D’Antoni, contro ogni previsione, ha tenuto anche a rimbalzo, fatta eccezione per l’unica sconfitta in gara 4. La difesa di Gordon su Mitchell a tratti è apparsa commovente: in gara 4 Spida ha dovuto attendere il riposo dell’avversario per sparare 13 punti in fila. Il giovane Donovan, come sempre, è stato l’ultimo ad arrendersi, seppur in una serie già abbondantemente segnata dopo i primi due incontri. Le parole di un veterano come Korver sulla sua tripla sbagliata sul finire di gara 3, la conclusione che, se segnata, avrebbe potuto dare un senso diverso alla serie di primo turno dei suoi, suonano come un’investitura. L’ex-Cavs si è detto orgoglioso di Donovan, del carisma e della classe che porta in campo. La storia dei playoffs è piena di errori sanguinosi in gare decisive per il passaggio del turno che si sono tramutati, con la benevolenza del tempo, in prodromi di grandezza, come fosse un rito di passaggio attraverso il quale solo certi giocatori “speciali” hanno il privilegio di essere condotti. Infatti Mitchell già nella gara successiva ha mandato a segno due conclusioni pesantissime da oltre l’arco nell’allungo decisivo dei Jazz del quarto periodo.

Per il momento però avanza Houston, dimostrando solidità, varietà di soluzioni (attacco/difesa) e profondità di roster sufficienti per mettere almeno (nuovamente) paura ai bi-campioni in carica della Baia. Se poco meno di 12 mesi or sono, nella decisiva gara 7 delle Finali di Conference, qualche comprimario in maglia rossa finì per perdersi per strada, adesso il supporting cast del Barba appare convinto e rinvigorito. Chissà se un allenatore attento e mai banale come Kerr, probabile prossimo avversario sul cammino di Houston, prenderà in prestito qualcosa di quanto emerso da questa sfida – per la verità meno incerta del previsto – fra Rockets e Jazz?

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Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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