NBA: Playoffs-Cleveland Cavaliers at Indiana Pacers

1st Round – Cleveland Cavaliers vs Indiana Pacers

Sono bastate quattro partite ai Cleveland Cavaliers, numero 2 ad Est (ma solo per il discutibile esercizio prettamente quantitativo di contare vittorie e sconfitte in Regular Season), per sbarazzarsi degli Indiana Pacers, numero 7 della Eastern all’ultimo tuffo. Nonostante quello che dicono i punteggi finali delle singole partite e il freddo dato emerso perentoriamente sull’account Twitter di Espn Stats & Info al termine della Serie, ovvero che il margine totale di 16 punti di disavanzo accumulato nelle 4 gare pareggi il minimo in assoluto nella storia di questo Gioco per i Cappotti in 4 partite (che apparteneva orgogliosamente alla Serie del ’75 Warriors-Bullets 4-0), la differenza fra i valori espressi in campo dalle due squadre è stata evidente. D’accordo, se fosse entrato a C.J. Miles quel tiro (che si prende e segna a occhi chiusi da quando, piccolino, tirava sognante nel canestro del cortile della sua casa texana)… Se solo quella responsabilità se la fosse presa Paul George… Se Indiana avesse tenuto botta nell’ormai storico come back di gara 3…

Ecco, appunto. Tutti questi “se” non sono casuali, stanno lì ad indicare che c’è un motivo ben preciso se quando in primavera il pallone inizia a pesare e il contenuto emotivo delle sfide si fa piuttosto consistente quelli in vinaccia avanzano inesorabilmente e i ragazzi in giallo-blu, seppur volenterosi, finiscono per dover svuotare gli armadietti della Bankers Life Fieldhouse e rilasciare le classiche e mai troppo ben volute exit interviews. E poi, diciamocelo chiaramente: se anche fosse andata diversamente, se uno dei 3-4 momenti chiave della Serie fosse girato al contrario, come sarebbe finita? Forse in 5 partite. Forse avremmo tolto a LeBron il gusto di vincere la ventunesima gara di primo turno consecutiva, staccando molti Lakers dello Showtime, o gli avremmo altresì negato il decimo Cappotto in carriera, con buona pace di Tim Duncan fermatosi a 9 coi suoi Spurs.

Ma in fondo il risultato, quello che conta, non sarebbe cambiato di molto. Perché i Cavs sono i Campioni in carica e iniziano ad esser già stati qui, molte volte. Dopo aver portato il titolo a Cleveland, James si è scrollato un po’ di pressione dalle spalle e la ritrovata leggerezza si vede paurosamente nella disinvoltura con cui difende The Land. Irving e gli altri dimostrano di saper gestire certi momenti come pochi altri nella lega. In chi scrive è forte la convinzione che non esista squadra ad est della Sierra Nevada in grado di impensierire i Cavs in 7 partite.

Precisazione a margine: Sacramento e LA Lakers non sono ai playoffs e i Clippers… beh i Clippers restano i Clippers.

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Per fortuna però c’è il campo che spesso e volentieri riesce a stracciare la carta con tutti i pronostici scritti sopra. E gli Indiana Pacers dal canto loro hanno deluso gran parte delle aspettative messe su quella carta a inizio stagione. La squadra di Nate McMillan, salvo rarissime eccezioni, ha manifestato gli stessi problemi di chimica e di applicazione difensiva per tutte le 86 partite in cui è stata impegnata. Raramente nello sport americano si è vista una compagine dall’andamento così altalenante: il momento della stagione in cui ha messo in fila 7 vittorie consecutive per poi perdere le successive 6 altrettanto ininterrottamente, quindi, senza neppure prendere fiato, è salita su un vertiginoso ottovolante durato 15 partite in cui alternava vittoria a sconfitta con la stessa ciclica puntualità con cui ogni nuovo giorno segue alla notte l’ha preceduto, ha del grottesco.

Così come bizzarre, per non dire di peggio, sono state alcune sconfitte maturate contro squadre da Lottery. I Pacers non hanno avuto mai un capo né una coda e si sono portati dietro fino alla tomba (metaforicamente parlando) tutti i difetti che avevano in sede di fabbricazione. Di tutto questo il coach è sembrato pienamente consapevole, ad eliminazione avvenuta. Paul George invece, per la prima volta leader riconosciuto del gruppo viste le partenze dei veterani George Hill e Ian Mahinmi, probabilmente non ha saputo stimolare i compagni, sempre vistosamente piatti, facendo leva sulle loro più intime motivazioni e aspirazioni. Non ha saputo o forse non ci ha provato neppure così tanto, se è vero, come mormorano in tanti, che gara 4 potrebbe essere stata la sua ultima apparizione in maglia Pacers.

X&O

Alcune delle mancanze nella metà campo difensiva messe in mostra da Cleveland in regular season e amplificate immancabilmente dai commentatori e analisti televisivi di turno sono riemerse anche in postseason. I numeri sono lì a certificarlo: 114,7 punti concessi ogni 100 possessi agli avversari nelle prime 3 partite e, se riduciamo il focus alle due gare casalinghe, hanno permesso ai Pacers di tirare con un invidiabile 50.3% dal campo (42.9% da tre punti). Cleveland è sembrata per lunghi tratti come quegli studenti capelloni un po’ svogliati ma dotati di genio fuori dal comune, che sanno di poter arrivare al risultato, un voto sufficiente, col minimo sforzo. Questo hanno fatto: costruivano piccoli vantaggi di 10-12 punti per poi sistematicamente staccare le mani dal manubrio, facendo flirtare i Pacers con una situazione di presunto equilibrio.

NBA: Playoffs-Cleveland Cavaliers at Indiana Pacers

Ma nei momenti chiave delle partite e della Serie hanno saputo stringere le viti giuste, anche in difesa. Viene in mente il finale di gara 1, quando dopo l’ennesimo mini-recupero di Indiana, i ragazzi di coach Lue negli ultimi 3:31 di gioco hanno deciso di darci dentro con le singole marcature, con J.R. Smith a spendere ogni goccia di sudore residuo su George, ben sapendo di poter contare in ogni momento sull’aiuto di un compagno, pronto a raddoppiare ogniqualvolta il migliore degli altri avesse messo palla a terra con intenzioni più bellicose del solito. Il buon Paul ha dovuto inventarsi una conclusione da centrocampo, e contro una difesa tutto sommato ancora una volta competente, per ritrovare il bersaglio. La difesa sull’ultimo possesso, quello che avrebbe potuto dare la W ai Pacers (rinviando di un paio di giorni le loro vacanze), rappresenta soltanto il degno epilogo di quanto orchestrato in quel frangente: palla tolta dalle mani di George grazie al raddoppio immediato in punta di James. La scelta è chiara: che siano gli altri a batterli. Gli altri però non sono stati capaci di segnare. E la strategia di mandare un secondo difensore sulle piste di George nei momenti topici della contesa, non solo nei possessi finali, ha pagato discreti dividendi anche nel prosieguo della Serie. Dall’altra parte invece non si può dire che le pensate di McMillan abbiano avuto la stessa efficacia.

Il poco convinto (e convincente) cambio difensivo sul palleggiatore del pick&roll che chiedeva sovente ai suoi ha spalancato le porte all’attacco, che potremmo definire chirurgico, dei Cavs: già LeBron e soci vanno a nozze col giro palla, se poi li incoraggi pure a esplorare eventuali mismatch in giro per il campo, ti sei praticamente già consegnato al nemico prima ancora di accorgertene. Quando oltretutto, cambiando la marcatura, finisce Jeff Teague sulle piste dell’uomo con la palla, se questi si chiama Irving o James puoi subito scrivere minimo 2 a referto. La point guard ex-Hawks, spesso “messo su un’isola” a vedersela in single coverage con l’attaccante, ha finito per essere un altro fattore in negativo nell’economia dei suoi. Per non parlare del resto: rotazioni difensive tardive, aiuti assenti, incomprensioni di vario genere e close-out con i tempi di reazione dell’ala grande cinquantenne della squadra di Serie A2 del Campionato Amatoriale della vostra provincia, che giustamente, dopo aver guidato l’autobus per tutto il giorno sulla tratta Empoli-Siena, passando per tutti i paesini della Valdelsa, omette di correre dietro a ragazzetti esuberanti. E ne ha ben donde.

Qualche buontempone per descrivere la compagine giallo-blu nella metà campo dietro è corso a ritirare fuori il termine “difesa matador”, coniato inizialmente dal mitico Chick Hearn e che ha assunto ben presto il significato di difesa composta da difensori che vanno a cercare la palla, la rubata, (come il matador che affonda con la spada senza colpire il toro) venendo sistematicamente battuti per il facile appoggio dell’avversario. La stessa immagine calza a pennello per Myles Turner, divenuto tutto insieme impalpabile sotto i tabelloni e invisibile in attacco, se si eccettua parte del primo tempo di gara 3 e la buona prova in gara 4. Chi invece ha rispolverato antichi splendori è stato Iman Shumpert: non pervenuto nella prima partita e nel primo tempo di gara 2, catapultato in quintetto a mordere le caviglie di Paul George nella seconda frazione del secondo episodio, quando J.R. Smith è stato costretto ai box per infortunio.

Aggiustamenti in corso d’opera

Con lo spostamento della Serie alla Bankers Life Fieldhouse, McMillan ha provato a inserire C.J. Miles in quintetto al posto di Monta Ellis, probabilmente per avere più consistenza in difesa e poter disporre di più tiratori in campo. La mossa è sembrata particolarmente fruttuosa visto che nel primo tempo di gara 3 i padroni di casa hanno toccato anche le 26 lunghezze di vantaggio, chiudendo davanti la frazione per 74-49 e facendo registrare anche il record franchigia di punti segnati in un tempo. Grazie al ritrovato entusiasmo per essere tornati a respirare l’aria di casa e ad un fisiologico afflato di rivalsa che si tende ad avere di solito di fronte al pubblico amico, Indiana ha dato l’impressione di poter tornare nella Serie, almeno in attacco, dove tutto girava per il meglio.

La panchina contribuiva con 28 punti (arrivando rispettivamente a -6 e -5 dall’intero fatturato di gara 1 e di gara 2), erano 10 le triple di squadra messe a segno nei primi 24 minuti, Lance Stephenson dominava emotivamente la gara e persino Myles Turner sembrava tornato il rim protector di sempre, alterando tiri e scongiurando le penetrazioni al ferro, ma soprattutto permettendo ai compagni di difendere aggressivi sul perimetro. Il computo dei rimbalzi (specie quelli offensivi) infine pendeva pesantemente dalla parte dei Pacers. In queste condizioni, persino Irving e Love, autentici mattatori delle prime due, sembravano frastornati dal prepotente ritorno dei Pacers. Per arginare questa difficoltà, ecco la contro-mossa di Lou: fuori Kyrie e Kevin (ma anche Thompson) per l’intero quarto periodo e dentro il quintetto atipico ma terribilmente funzionale D-Will – Shumpert – Korver – James – Frye.

Cleveland Cavaliers v Indiana Pacers - Game Four

Avreste mai pensato che il miglior quintetto difensivo della serata di Cleveland potesse comprendere Channing Frye nella posizione di centro e Kyle Korver in quella di ala? Fatto sta che, così disposti, Frye attirava fuori dal pitturato Turner permettendo le scorribande di LeBron in mezzo e quando Myles decideva di staccarsi dal diretto avversario per tornare nel suo habitat naturale, il pitturato, a James brillavano gli occhi per poter finalmente dedicarsi al suo passatempo preferito: armare la mano dei tiratori dall’arco. Questa sarebbe più o meno la descrizione che vi farebbe un androide sprovvisto di cuore. Chiunque possieda la capacità di emozionarsi invece non può esimersi dal definire leggendario il secondo tempo di LeBron James: 28 punti negli ultimi 24 minuti (41 in tutto, conditi con 13 rimbalzi e 12 assist) e sorpasso su Kobe Bryant nella graduatoria dei marcatori in post-season ogni epoca. Per arrivare allo scacchiere di cui sopra, col quintetto strategico, ci sono volute almeno 2 triple taglia-gambe (più un sacco di altra roba) di LeBron nel terzo quarto. La sua determinazione, unita a quella dei compagni, ha gettato i Pacers nello sconforto, facendo tornare a galla recenti frustrazioni: emblematico il tecnico a McMillan a metà terzo periodo.

Gara 4 poi è stata soltanto la naturale conseguenza del terremoto avvenuto nella 3, nonostante certe battagliere dichiarazioni, che potremmo tranquillamente etichettare “da contratto”. Da segnalare in coda il primo cappotto subito da Indiana nella sua gloriosa storia.

Stats

Nelle prime due gare alla Quicken Loans Arena i tre tenori di Cleveland, Irving-Love-James, hanno prodotto 161 dei 226 punti totali messi a referto dalla squadra, pari al 71.2% dell’intero fatturato in termini di punti.

Il quintetto magico della rimonta di gara 3, C. Frye – L. James – K. Korver – I. Shumpert – D. Williams, in quei 10 minuti ha battuto i dirimpettai dei Pacers per 28-19 con 9-16 dal campo e 4-8 da tre punti. In totale, su un lasso di tempo di 22 minuti giocati nella Serie, lo stesso quintetto ha prodotto 141,1 punti ogni 100 possessi.

Nel complesso tuttavia non è stato il line-up più virtuoso da un punto di vista difensivo di Cleveland: nei 21 minuti in cui hanno condiviso il campo Irving, James, Love, Thompson e Shumpert hanno tenuto gli avversari a 75,9 punti ogni 100 possessi.

Lance Stephenson, cavallo di ritorno, ormai praticamente considerato dai più un “reietto” in questa Lega ha dato il suo “sporco” contributo dalla panchina, probabilmente proprio perché nell’elettrocardiogramma costantemente piatto di questi Pacers le sue scosse, seppure sconclusionate e a volte poco “corali”, sono state avvertite. Per lui alla fine in 26,8 minuti di impiego a sera ci sono stati 16 punti, 5,3 rimbalzi e 2,8 assist.

MVP

Ovviamente LeBron James. I suoi numeri nella Serie dicono: 32,8 punti, 9,8 rimbalzi, 9,0 assist, 3,0 palle recuperate e 2,0 stoppate a partita.

La Serie sui Social Network e attraverso i Media

Dopo gara 1 Paul George si è espresso così in conferenza stampa:

«Ho fiducia nel fatto che tutti i miei compagni prendano dei tiri, questo non è il problema, ma in situazioni come questa bisogna che sia io a prendere il tiro.»

Tornando sul possesso finale di gara 1, James ha detto su George:

«Ha fatto la cosa giusta. Il miglior giocatore in campo non deve per forza prendere il tiro.»

Coach Lue dopo aver tenuto George a 5-21 dal campo in gara 4:

«Questa era una parte del nostro game plan, mostrare a Paul George una folla di difensori perché è un grande giocatore.»

Al termine della Serie, dopo un’altra cocente eliminazione per mano di LeBron, Paul George ha commentato così di fronte ai microfoni:

«È veramente frustrante continuare a perdere contro la stessa squadra, la stessa persona. Ultimamente lui (James – NDR) è colui che mi trovo sempre di fronte e con cui devo avere a che fare.»

Lance Stephenson pare non abbia rilasciato dichiarazioni degne di nota. E questa è una notizia. McMillan sembra gli abbia aperto le porte dello starting five nella prossima stagione.

NBA: Playoffs-Cleveland Cavaliers at Indiana Pacers

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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