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10 cose da non perdere della stagione NBA 2019-20

Qualcuno ha detto una volta che

“l’attesa del piacere è essa stessa il piacere.”

Naturalmente siamo d’accordo col buon Gotthold Ephraim Lessing, se non altro per il nome altisonante, però adesso cominciamo pure, ché l’estate è stata lunga. E le premesse, sotto forma di mercato impazzito e gerarchie completamente – o quasi – rivoluzionate, alimentano ferocemente la nostra rinnovata curiosità per la prima palla a due stagionale. Ecco allora di seguito una carrellata di 10 argomenti che, sulla “sempre-esaustiva” carta, vi terranno con ogni probabilità svegli nelle notti che verranno da ottobre in poi.

 1.Golden State giù dalla torre?

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Finalmente il momento che in tanti (haters o semplicemente fan-atici dell’incertezza/competitività?) aspettavano: i Warriors, al netto delle perdite di KD, in free-agency, e di Klay Thompson, per infortunio, sono ancora la squadra da battere? Il buon senso farebbe virare decisamente sul no, ma attenzione a sottovalutare i penta-finalisti: il coaching staff è abbastanza creativo per scoprire nuovi e impensati equilibri. L’addizione più importante, quella del sempre bistrattato D’Angelo Russell, suona come l’intuizione a effetto dell’intenditore, ovvero quella scelta swaggy a cui non avremmo mai pensato nella vita ma, data la credibilità di chi l’ha compiuta, deve esserci per forza un fine ragionamento dietro. E il rationale insito nell’affiancare D’Angelino a Curry (che – breve digressione – minaccia di tirare tutto quello che si può tirare nella baia) sta nell’adagio “lascia o raddoppia.” Il vecchio Bob (inteso come Myers), una volta perdute inesorabilmente varietà offensiva, con e senza palla, e tenuta difensiva, ha pensato di raddoppiare la pericolosità dall’arco, con un altro tiratore dal palleggio pirotecnico. Chi difenderà sui backcourt avversari? Passiamo alla seconda questione…

2.Il ritorno dei Big-Two

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Dopo la stagione dei Big-Three a tutti i costi, inaugurata forse dal Run-TMC di una Golden State ante-Golden Era, e sublimata nel progetto vincente di Celtics prima e Heat poi, con l’anno di grazia 2019 siamo tornati al fascino antico del duo-dinamico: una coppia di All-Star (preferibilmente) a guidare il resto del carrozzone composto da role-player e mestieranti. A onor del vero i terzetti vincenti sono sempre esistiti dacché il sommo Naismith ha inventato il Gioco. Se non lo ricordassimo faremmo torto ai vari Parish o Worthy del caso e il Padre James non approverebbe. In certi momenti siamo pervenuti addirittura all’evoluzione dei Fabolous Four: la stagione 2003-04 su tutte è lì a rimembrarcelo con l’atto finale, completo appannaggio dei 4 ben assemblati vs i 4 meno bene assemblati. Ma in questa estate esplosiva si è finito per mettere in discussione un assioma che era ormai più o meno accettato acriticamente a ogni latitudine: per vincere il titolo è necessario puntellare il roster con 3 stelle assolute, altrimenti non viene rilasciato il certificato di contender. Il mercato degli stravolgimenti ha quindi inaugurato una nuova fase, caratterizzata dal ritorno al gioco delle coppie. Ed allora abbiamo James&Davis ai Lakers, Leonard&George ai Clippers, Harden&Westbrook ai Rockets, per citare soltanto i più roboanti. Ancora una volta siamo ansiosi di vederli sfilare sul parquet sotto i loro nuovi vessilli. Ma la logica del duo ha guidato le mosse anche dei GM in modalità rebuilding. Per i possessori del League Pass, che non hanno mai superato il trauma della separazione fra Penny e Shaq, come non buttare un occhio e mezzo sui Grizzlies di Ja Morant e Jaren Jackson Jr., sui Kings di De’Aaron Fox e Marvin Bagley III ma soprattutto sulla combo più suggestiva di tutte: Doncic&Porzingis?

3.La corsa più pazza del mondo

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Appare complicato ai nastri di partenza attribuire l’etichetta di sicura favorita a una squadra piuttosto che a un’altra. Non accadeva da un po’, complici il quinquennio Warriors, la connection Wade-Bosh-James, l’intramontabile Sistema degli Spurs e il famelico bisogno di vincere di Kobe. Oggi, quando siamo in procinto di salutare l’avvio della nuova stagione, sono diverse le compagini in grado di accampare velleità di trionfo. Detto di Golden State, mi par d’uopo partire dalle due franchigie di L.A., mai tirate così a lucido in coppia come in questa occasione. Probabile finale di conference fratricida ad ovest? L’abbiamo detto, attenti con i pronostici! Perché nella corsa al posto da finalista potrebbero inserirsi i Rockets, reduci dall’upgrade dell’esperimento controverso del mostro bicipite Paul-Harden con l’innesto della tartaruga ninja con lo 0 sulla schiena. Oppure potrebbero essere i Blazers a sorprendere tutti e far saltare il banco. Ormai maturi e senza nulla più da dimostrare in termini di tenuta psicologica, potrebbero offrire al popolo della Rip City una nuova occasione per salire in bici e pedalare dietro a Lillard in primavera inoltrata. O ancora, la battaglia dell’ovest potrebbe premiare – perché no? – i giovani ma già ambiziosi Nuggets. Più temerario invece comprendere nel novero dei pretendenti gli Spurs. Anzi potremmo tranquillamente inserire il sotto-paragrafo 3.1 “Dopo 22 di fila ai playoff, Pop mancherà alfine l’accesso alla post season?” Troppo presto infine per i talentuosissimi Pelicans. Ne riparleremo. Diverso il discorso ad est, dove pare una questione a due, fra 76ers e Bucks, con quest’ultimi in rampa di lancio verso la grandezza assoluta. Da vedere anche se quello che resta dei Celtics, dopo anni di asset sventolati al mondo come spauracchi, saprà inserirsi nel vuoto lasciato dalla fuga di Leonard dal Canada: si tratta pur sempre di gran parte del team USA nella recente spedizione mondiale.

4.Blazers, Nuggets, Jazz eterne sottovalutate

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In ogni buona preview stagionale che si rispetti possiamo trovare in coda le solite, solide e vincenti realtà che però, non incontrando il gusto del pubblico mainstream, vengono sempre sacrificate in nome di quelle dotate come intrinsecamente di maggiore appeal o comunque uscite con la carrozzeria scintillante dall’ultima free-agency. Per la verità due di queste, parliamo di Portland e Utah, hanno cambiato non poco in estate. In Oregon è arrivato – forse – l’aiuto che Lillard e McCollum vanno chiedendo da, più o meno, sempre, ovvero quel Whiteside destinato a controllare il traffico aereo sul pitturato rossonero con più atletismo di Nurkic e meno “fantasia” di Kanter. Nello Utah hanno salutato l’iridato Rubio, sostituendolo però con uno che – è sempre stata una mia convinzione, magari irrazionale – aveva scritto Jazz Basketball in fronte e non lo sapeva, e non da adesso. Con Conley e il meno seducente ma forse più concreto dei Bogdanovic nel motore, Utah punta a fare meglio degli anni scorsi. Infine i Nuggets non hanno perso nessuno dei giovani core-player, aggiungendo invero un pizzico di imprevedibilità col buon Jerami Grant, conseguenza della diaspora di OKC. Partendo dal secondo posto dell’ultima tornata, non possono che guardare al primo scranno.

5.Game of Staples

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Ok, finiamola di girarci intorno. L’epicentro del basket NBA in questa stagione sarà chiaramente la Città degli Angeli. Lo è di norma, fulcro di scosse cestistico-telluriche e centro di attenzione mondiale, non soltanto per quanto concerne l’informazione sportiva. Figuriamoci quando Lakers e Clippers fanno man bassa di superstar. Con il pieno di talento e materiale egosintonico incamerato dalle due franchigie di L.A., prepariamoci a sentirne di tutti i colori. Potenzialmente una storia pronta a succedere (ed essere raccontata) praticamente ogni giorno. Steve Ballmer contro Rob Pelinka, Jack Nicholson contro Billy Crystal, il Re (dato per) decaduto contro il nuovo aspirante al trono (in arrivo dal North). Perché siamo a Hollywood e perché una vera e propria saga si sostiene non soltanto sulle battaglie e sui duelli sacrosanti del campo, ma trae nutrimento vitale proprio dalle faide fra fazioni avverse, dalle provocazioni e dagli intrecci. Per il mero basket giocato invece, siamo di fronte a due progetti che, pur distanziandosi nella genesi – aggressivi e disposti a sacrificare il sacrificabile nella caccia a un fucking All-Star da impreziosire con una pletora di figuranti i Lakers, chirurgici nel Leonard-derby e nel portare pure George dentro un gruppo con evidenti connotati tecnici e umani già consolidati i Clippers – condividono le stesse, grandiose aspettative di trionfo. Che Lakers-Clippers sarebbe stata la vetrina d’apertura e quella di natale della lega era fuori di dubbio. Vediamo se sarà anche quella che porrà il sigillo sulle guerre stellari a ovest. Una cosa è certa: per chi fallirà – e l’eventualità di non centrare la finale di conference non è così remota – la caduta sarà rovinosa.

 6.Uomini con la valigia

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Abbiamo fin qui cercato di delineare bellamente le nuove gerarchie della lega ma ci siamo scordati di alcuni giocatori rimasti – come dire – fregati dalle pieghe indesiderate prese dall’ultimo mercato. Parliamo segnatamente di Chris Paul – ma potremmo allargare il discorso a praticamente tutti i suoi nuovi compagni di squadra – visitatore di passaggio, di quelli che non si curano di prenotare neppure l’albergo per dormire, del neanche tanto ridente Oklahoma, e di Andre Iguodala, finito a fare da chioccia all’Under 21 dei Grizzlies. Ovviamente l’ex-MVP delle finals non fa mistero della volontà di andare altrove a giocare per il cacio, ma il management di Memphis sembra non sentirci da quell’orecchio, tenendolo per il momento in ostaggio. Col rimescolamento delle stelle, la maggior parte delle quali nello spot di ala, avvenuto in estate, non ci rimane difficile pensarlo come oggetto pregiato del desiderio di più di una franchigia. Immaginiamo Frank e Winger (Who?) da una parte e Pelinka dall’altra con occhiaie calanti e tic nervosi di vario genere a fissare il telefono da giorni in attesa della chiamata dell’agente del LeBron (o Kawhi) – stopper. Più difficile che sia CP3, non nel miglior momento in carriera, a spostare gli equilibri con un’eventuale trade o un succoso buyout. Più semplice immaginarlo in una Miami qualsiasi, in cui peraltro comporrebbe il duo (un altro!) con un Butler a caccia di rivincite. Sullo sfondo poi ci sarebbe sempre anche Melo, ma questo è un altro discorso.

7.Torno o non torno?

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Sulla stagione 2019-20, oltre ai movimenti di giocatori in partenza, incombe pure lo spettro dei lungodegenti. Fermi ai box ci sarebbero due personaggi del calibro di Klay Thompson e Kevin Durant. Il primo tornerà nella parte finale della stagione, ringraziando D’Angelo per avergli sostanzialmente tenuto in caldo il posto e dando – si spera – il solito contributo alla causa dei guerrieri. Su Durant, vista l’entità dell’infortunio e la prudenza sbandierata ai quattro venti da più o meno accreditati membri del suo nuovo club, ci sentiamo di andare naturalmente più cauti. KD non rientrerà in campo in questa regular season. Per vedere il duo (ancora!) con Irving toccherà pazientare almeno altri 12 mesi. Ma non vi preoccupate, non ne sentirete troppo la mancanza. O meglio, sul parquet mancherà terribilmente il suo basket celestiale ma la proverbiale lingua lunga e la altrettanto conclamata coda di paglia lo porteranno sovente a mischiarsi nelle discussioni – dissing li chiamerebbero loro. Ha già iniziato su twitter. Pensate cosa può essere in grado di fare con tutto quel tempo libero a disposizione…

 8.Zion è più importante di me, di te, e perfino di Morpheus

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Finalmente potremo ammirare il fenomeno Williamson, il ragazzone che già alla high school abusava di windmill, 360, affondate passando fra le gambe, di ogni genere di schiacciata vista sul parquet e non solo. Il collegiale che cadendo al suolo ha fatto crollare le azioni del gigante Nike. Era dai tempi della venuta di LeBron che non vi era un prospetto così annunciato, così tanto atteso. Bene, l’attesa è quasi finita. Fra poco scenderà in campo con gli entusiasmanti giovani Pelicans, alla guida di un gruppo che con Ball, Ingram, Hart, Hayes, ma anche il nostro Melli, intriga per talento, atletismo e potenzialità. Numero 1 della sua classe, che comprende fra gli altri R.J. Barrett, Ja Morant, Darius Garland, Jarrett Culver e tanto altro ancora (tutti nuovi di zecca e da sfogliare come una margherita), possiede già i prodromi dell’icona sportiva e culturale. Forse anche perché il suo arrivo coincide con il primo anno in cui il vecchio – forse è meglio dire ancora attuale – volto della lega, LeBron, è finito sommessamente fuori dai playoff. Personalmente non vedo l’ora di assistere alle sue evoluzioni per capire di cosa si tratti. Faccio fatica adesso a inserirlo in rigide categorie numeriche o descrizioni prototipiche. Impossibile paragonarlo a quanto (molto) già visto in passato. Qualcuno parla di un Barkley ma con più atletismo, qualcun altro lo avvicina proprio a LBJ o a Blake Griffin, per la spettacolarità del suo gioco. Per quanto lasciato intravedere sinora, pare coniugare senza sforzo la fisicità spigolosa tipica dei giocatori anni ’90 con l’atletismo dei moderni uomini volanti, il tutto condito con mani tutt’altro che ineducate.

 9.Doncic vs Young parte seconda

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La stagione andata in archivio è stata caratterizzata dall’entusiasmante dualismo nella corsa al ROY fra Luka Doncic e Trae Young. Il destino dei due sembra in qualche modo legato a doppio filo. Così diversi ma con così tanto da spartire. Hanno cominciato a incrociare le rispettive strade fin dall’inizio, dalla notte del draft: scambiati l’uno per l’altro. Difficile dire oggi chi fra Dallas e Atlanta ne abbia tratto maggiori benefici. Il primo round è andato allo sloveno. Ma non sono in pochi a scommettere che il cosiddetto ceiling dell’altro sia ancor più sconfinato. Il che è tutto dire, dato il dirompente ingresso nella lega di Doncic. Il biondino ha monopolizzato per mesi gli highlights delle principali trasmissioni televisive, risultando allo stesso tempo più che concreto, oltre che decisivo, nel dare una mano ai suoi in campo. La stagione di Trae ha vissuto un prima, un tantino balbettante, e un dopo, assolutamente deflagrante: le cifre della seconda parte di stagione di Young sono da capogiro. E siamo pronti a scommettere che non abbia finito qui. Appuntamento quindi al nuovo episodio, il secondo della storia.

 10.Che giocatore è Markelle Fultz?

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La prima scelta al draft del 2017 non ha ancora avuto la possibilità di giocare una partita senza limitazioni. Acquisito via trade a febbraio dai Magic, è scomparso dai radar più o meno da novembre. In uno degli ultimi bollettini si era parlato di TOS: sindrome dello stretto toracico superiore, una condizione che impatta i nervi e le arterie tra il collo e la spalla comprimendoli e limitando il movimento verso l’alto delle braccia, coinvolgendo quindi anche la meccanica di tiro. In estate ha lavorato con Kobe. Se la sua autostima non è rimasta investita sotto al camion di ossessioni del Mamba, siamo pronti a scommettere sul ragazzo. Dall’ambiente Magic filtra fiducia, seppure annacquata con ampie dosi di prudenza. Markelle rivendica il suo status di “scelta n.1 per un motivo.” Quel che più conta è che la guardia ex-Washigton dovrebbe partecipare al training camp “senza limitazioni.” Se funziona, Fultz e i Magic (non fortunatissimi fin qui con la loro messe di scelte al primo giro) hanno fatto 13.

Bonus Track: Ben Simmons ed il Jump Shot

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Brett Brown vorrebbe che Simmons tirasse da tre. Kobe Bryant lo invita sovente a mettere su un dannato tiro da fuori. Tutta Philadelphia gli augura fraternamente di aumentare la sua pericolosità da oltre l’arco. Al momento il tiro di Simmons non è ancora pervenuto. E questo rappresenta ad oggi il più grosso limite della sua squadra. Ma si sa, la off season porta consiglio – come la notte – e non stiamo nella pelle di scoprire se il jump shot di Ben ha fatto o meno qualche progresso. Se così non fosse, sarebbe davvero un peccato.

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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