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Una promessa è una promessa

“Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca  male a qualcuno, se è utile, ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire”

È da questa massima di Siddhartha Gautama, noto ai più come il Buddha, che voglio iniziare a raccontarvi uno dei personaggi che più ha turbato il silenzio nelle arene NBA. Sono partito da Buddha e quindi dalla terra in cui è nato il movimento, diventato ben presto religione, del buddismo: l’India.

Ma dall’India vi chiedo di spostarvi idealmente di circa 4 migliaia di chilometri in direzione Nord Ovest per raggiungere la terra di Ciro il Grande, una delle terre più ricche conquistate da Alessandro Magno, la terra di Zarathustra: la Persia, ora conosciuta come Iran. I persiani, che dominarono sotto l’Impero di Ciro dalle sponde del Mar Caspio fino alla Valle dell’Indo, hanno lasciato un’eredità importante all’intera umanità  in termini culturali, religiosi e prettamente pratici: basti pensare all’utilizzo della moneta e a come il denaro stia oggi dominando il mondo. Ma la mia non vuole essere una lezione di storia né tanto meno una morale sull’uso e consumo del denaro; vi invito a trascorrere qualche attimo nell’antica Persia partendo da una semplice diceria popolare dell’attuale Iran per arrivare fino alle nostre tanto amate Arene Nba. Un vecchio detto persiano recita che se una donna incinta, ammirando una eclissi solare, dovesse toccarsi una parte del corpo con le mani, in quella medesima parte del corpo del futuro nascituro, si genererà una segno evidente che si distinguerà dal resto della zona interessata.

E la signora Jackie dev’essere rimasta realmente stupita dall’eclissi del Giugno del 1974, tanto da portarsi le mani sui capelli, ammaliata dalla straordinarietà dello spettacolo naturale, inconsapevole delle tradizioni e dei costumi persiani. Voi vi chiederete che cosa c’entra la tradizione persiana con la vita di una giovane ragazza che vive nella città dell’amore fraterno. C’entra eccome, perché se la signora Jackie decide di dare a suo figlio un nome di chiara origina persiana, con la tradizione della terra iranica ci deve fare i conti.

La luce in fondo al tunnel della gravidanza appare il 17 Settembre 1974 e per quella data facciamo in modo di aver già lasciato l’Iran, per raggiungere Philadelphia, anticipando di almeno un lustro “la crisi degli ostaggi” narrata dal film diretto e interpretato da Ben Affleck: “Argo”.  Se Mike Tyson è diventato vecchio troppo presto e intelligente troppo tardi (lo ha dichiarato lui, non mi assumo la responsabilità di questa frase), per il figlio di Jackie possiamo affermare l’esatto contrario. Il giovane nativo della Pennsylvania è diventato vecchio troppo tardi (e di conseguenza saggio troppo tardi) e diventato intelligente fin troppo presto. Il suo coach, alla Simon Gratz High School, coach Ellerbee, invogliato ripetutamente dalla onnipresente Signora Jackie a prenderlo a ceffoni ogniqualvolta lo meritasse,  capisce fin da subito di avere tra le mani un enorme potenziale e l’intelligenza cestistica dimostrata dal ragazzo dalla chiazza bionda (colpa dell’eclissi del ’74) su un mare di riccioli neri, lo eleva al di sopra di ogni avversario. Quella piccola macchia bionda attira l’attenzione di molti fra i college più importanti degli States ma il figlio di Jackie decide di accasarsi alle dipendenze di Dean Smith, in quella North Carolina che fu di Jordan, in quella North Carolina fresca vincitrice del titolo collegiale.

“Your Job is mine”

Frase accompagnata da una schiacciata e un poco gentile riferimento alla madre dei compagni di squadra che hanno tentato di bullizzarlo al primo allenamento a Chapel Hill e due anni a dirigere l’orchestra in bianco celeste, con entrambe le mani. Eh si, perché il giovane è un ambidestro naturale. Arriva il momento di confrontarsi con lo sport professionistico e il 1995 è l’anno dell’eleggibilità al draft. David Stern chiama in rassegna Joe Smith, Antonio McDyess, Jerry Stackhouse prima di annunciare la scelta di Washington. Rasheed Abdul Wallace è la quarta scelta assoluta, appena prima di un altro lungo di cui abbiamo spesso sentito parlare (Kevin Garnett). Rasheed ci mette appena dodici partite a ritagliarsi un posto nella squadra di Chris Webber e di Juwan Howard ma un infortunio lo costringe a chiudere anzi tempo la sua stagione da rookie. Washington rinnega ben presto la sua scelta al draft e dopo appena dodici mesi spedisce Rasheed nell’Oregon, nella Portland di P.J. Carlesimo, pur di arrivare a Rod Strickland e Harvey Grant.

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Lasciatemi immaginare il viaggio verso Portland, il viaggio verso la città e la squadra che farà crescere, ammirare e riconoscere Rasheed in ogni singola arena NBA. E la mia mente va ad una tratta aerea dove accanto a Sheed siede uno Spaldng, il suo compagno di gioco, il prolungamento dei suoi polpastrelli, sia della mano destra che di quella sinistra, l’oggetto che gli frutterà fama, successo e soldi, tanti soldi, quella sfera di cuoio color arancio che adorava le carezze dell’uomo da Philadelphia dal nome di origine persiana. In quell’aereo si consuma un appassionato quanto decisivo colloquio verbale tra i due strani compagni di viaggio, un dialogo fatto di insulti e docili parole, un vociferare fitto ed intenso conclusosi appena prima dello sbarco con una promessa, la promessa di fiducia incondizionata e reciproca, la promessa di non mentire mai, di dire sempre la verità, tra di loro e agli avversari, anche a costo di perdere, anche nelle difficoltà, al fine di permettere ad entrambi di raggiungere assieme il massimo possibile.

Ecco, piccola dimenticanza… si sono scordati degli uomini in grigio. A Portland Rasheed trova la capacità di crescere a dismisura sino a diventare uno dei giocatori chiave della squadra e soprattutto uno dei giocatori più importanti dell’intera Western Conference. Sino ad arrivare a 12 minuti dalle agognate Finals con 15 punti di vantaggio, sino alla sveglia suonata per mano di Kobe e Shaq che interrompono il sogno dei Blazers. Sheed mette in mostra un arsenale implacabile di giocate in tutte le sue stagioni in maglia Trail Blazers; alterna il post basso ad una lamentela che gli frutta un tecnico; una stoppata ad un tecnico per proteste; una difesa disarmante ad un litigio con gli arbitri che porta al tecnico; una schiacciata prepotente a….il solito tecnico. Eh già perché quegli uomini in grigio proprio non li sopporta, non facevano parte del patto tra lui e lo Spalding e lui glielo ricorda ad ogni occasione: “Ball don’t Lie!!!”.
Nell’Oregon la strada si fa piano piano sempre più impervia, anche a causa della dirigenza che costruisce la squadra su personalità non proprio semplici da gestire, dirigenza che, nel 2004, sceglie di epurare la macchia bionda dal roster in Rosso e Nero. Sheed cambia conference, sbarca ad Atlanta giusto il tempo di dominare una partita e poi si accasa nella città dei Motori.

Detroit Pistons v Denver Nuggets

Avete mai costruito un puzzle composto da migliaia e migliaia di pezzi? Immaginate Joe Dumars, seduto per terra come un bambino a metter ogni singolo pezzo al suo posto, con pazienza, con passione, con precisione e immaginate che arrivi all’ultimo tassello del puzzle ma si ritrovi in mano il pezzo sbagliato (Milicic) al posto di quello giusto. Rabbia, incredulità, rassegnazione, a meno che il pezzo giusto non cada dal retro della scatola proprio sotto il naso. Quel pezzo caduto dal retro della scatola direttamente nella mani del bambino Dumars è proprio Rasheed. “Play the right way”. Non c’è bisogno di studiare per intuire il concetto di insieme, non servono libri per capire la cibernetica, non servono lezioni per comprendere come il tutto sia maggiore della somma delle singole parti; serve sedersi sul divano e vedere la stagione e in particolare i Playoffs e le Finals dei Pistons 2003-2004. Una macchina perfetta guidata magistralmente da un professore del pino, Larry Brown, che arriva a tagliare il traguardo del Larry O’Brien Trophy a cospetto dei Lakers super favoriti, composti solo da Hall of Famers. Il pallone rispetta la sua promessa, non mente e permette a Sheed di raggiungere la cima dell’Olimpo cestistico e di indossare un anello (largo abbastanza per essere indossato nel dito medio) e una cintura in stile WWE fatta pervenire ad ogni singolo compagno di squadra. Sheed è un fiume in piena dal punto di vista tecnico e dopo aver dominato, anche dal punto di vista mentale, le Finals 2004, si approccia alla stagione 2004-2005 con la stessa fame e la stessa voglia di vincere, perché di vincere non ci si accontenta mai. Altra cavalcata, altri playoffs dominanti, altre Finals, questa volta contro gli Spurs. Una serie di finale memorabile, intensissima, ricca di spunti tattici, giocata a scacchi fra due strateghi della panchina, un continuo e costante tentativo di superarsi in attacco per scardinare delle difese degne di Leonida alle Termopili.

L’episodio chiave che gira le serie a favore degli Spurs è in gara 5 sul punteggio di 2 pari.
Equilibrio, come sempre, come da programma; il Palace, guidato dalla voce di Mason (lo Speaker del Deee-troit Basketball), è in fermento con i Pistons avanti di 2 a 9 secondi dal termine. La palla è nella mani degli Spurs e Pop decide di farla arrivare in angolo a Manu Ginobili. Lo Spalding sta facendo il suo dovere e lo sa, non sta mentendo neanche stavolta, è dalla parte di Sheed, come sempre dopo quella promessa, ma si accorge che qualcosa sta andando storto: “Perché Sheed? Non farlo!!! Non avvicinarti, stai con Rob”  . Sheed abbandona uno dei killer più letali della Lega, Robert Horry, per raddoppiare in angolo Ginobili seguito da vicino da Tayshaun Prince.

“Mi spiace ma non posso non entrare, ci eravamo promessi di non mentire mai, anche a costo di perdere”

Sono queste le parole che la palla sussurra a Sheed nel percorso verso il canestro. L’epilogo lo conoscete; tripla di Big Shot Rob a segno, espugnato il Palace e due match point Spurs. Nonostante il primo venga disinnescato i Pistons non riescono a ribaltare la Serie e perdono le Finals per 4-3 non riuscendo a bissare l’impresa dell’anno precedente. Da li in poi i Pistons, orfani di coach Brown, raggiungeranno sistematicamente le Finali di conference fino al 2008 senza riuscire a ritornare alle Finals, fino a spegnersi piano piano come naturale che sia per ogni ciclo.

Sheed prova l‘avventura a Boston e riassapora la sconfitta alle Finals in gara 7 contro il Black Mamba prima di  annunciare il ritiro nonostante due anni di contratto ancora in essere. Prova un rientro con i Knicks nel 2012, spinto più che altro dalla moglie nel tentativo di toglierselo dai piedi per gran parte della giornata, ma un infortunio lo costringe a dire addio definitivamente al Basket e alle sue imprescindibili litigate con gli arbitri. Si scioglie così il patto fra Sheed e lo Spalding, un connubio perfetto, un matrimonio fatto solo di amore e fondato su una promessa mantenuta da entrambi fino alla fine perché nessuno dei due ha mai mentito all’altro.

Abbiamo iniziato questo racconto in India  con la massima di Buddha: “Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca  male a qualcuno, se è utile, ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire”. Ogni volta che all’interno del parquet Rasheed Abdul Wallace ha preso parola era sicuro di essere nel giusto, era sicuro di non provocare male a nessuno, era certo che le sue parole sarebbero risultate utili ed è per questo che riteneva opportuno turbare il silenzio, ma la sua visione non era condivisa da tutti, i suoi modi di turbare il silenzio erano un po’ troppo stravaganti e coloriti e il suo atteggiamento era esageratamente provocatorio, tanto da invogliare gli arbitri ad incrociare le dita nel gesto inequivocabile di una grande T. Ma  lui sapeva di aver ragione e la palla glielo confermava ogni volta, perché in fin dei conti ciò che conta davvero è quello che dice la palla… e la palla non mente mai. “Ball don’t lie”.

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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