Chicago Bulls v New Jersey Nets

Trump, l’NBA, due donne e un pellerossa

GUERRA FREDDA

Non è stato propriamente “amore a prima vista” quello fra il Presidente Donald Trump e il massimo campionato professionistico americano. Gli eventi successivi all’elezione, fino agli ultimi recenti sviluppi, hanno chiarito che non sarà neppure a seconda né a terza vista.

Se uno dei primi atti della Presidenza del tycooon, il Muslimban, pareva porre in pericolo addirittura la possibilità di continuare a giocare in NBA di protagonisti come Luol Deng o l’allora rookie Thon Maker – e sappiamo quanto pesino, più dei principi, le stories, quanto maggiormente si imprimano nella mentalità statunitense –, è stata comunque fin da subito guerra aperta tra il miliardario newyorchese e alcune delle superstar della lega cestistica più amata al mondo.

Il commissioner Silver è stato il primo a parlare ufficialmente, anche se con i toni felpati e indiretti che il business richiede:

“L’elezione di Trump potrebbe creare problemi rispetto ai valori di inclusione e non-discriminazione su cui si fonda la Lega”

Ed era lo stesso Silver che, il giorno dopo dell’elezione, inviava una mail alle franchigie, ricordando sì l’importanza dell’unità della nazione, ma anche specificando che, Presidente o non Presidente, i valori di fondo dell’NBA, di uguaglianza e di favore per le diversità, non mutavano per nulla.

Il day after è stato poi un florilegio di commenti, negativi, da parte dei giocatori stessi. Il migliore, neppure ci sarebbe bisogno di rilevarlo, quello del sempre geniale Joel Embiid: “L’America sta tankando”. Nessun complimento è stato risparmiato, dal “Pregherò tutta notte” di Jamal Crawford al “Non smettiamo di lottare” di LeBron James – a fianco di Hillary fino all’ultimo comizio -, per giungere al “Trump un asset? Sì, se togliamo la e e la t” [“ass” significa str**o, NdR] di Steph Curry.

POP FOR PRES

La pantomima dell’invito alla Casa Bianca è poi nota a tutti: Curry che con i suoi Warriors, a fine stagione e ad anello conquistato, tardano a fissare la tradizionale visita al Presidente della squadra vincitrice, creando un precedente abbastanza unico nella storia del campionato e dando il via ad un florilegio di commenti, ipotesi, pettegolezzi, culminato nel (finora) ultimo atto dello scambio di tweet di pochi giorni fa. Peraltro, neppure i contender Cavaliers, campioni dell’anno precedente, erano stati teneri nei confronti del neo-eletto Presidente: Richard Jefferson, in riferimento alla visita post trionfo dei Cavs da Obama, si era detto onorato di essere stato parte dell’ultima squadra (“last”, in assoluto, non “latest”) a salire alla Casa Bianca.

Da ultimo, il tweet di LeBron, in risposta a quello dello stesso Trump (“È un onore essere chiamati alla Casa Bianca” – “Lo era, finché non sei diventato Presidente tu!”) ha poi dato la temperatura, ma anche il livello non certo eccelso, dello scontro.

Non di minore intensità la presa di posizione degli allenatori, significata dalle parole di due mostri sacri del mondo cestistico: Stan Van Gundy, coach dei Pistons, e soprattutto il vero “grande saggio” della Lega, colui che è considerato unanimemente una guida non solo tecnica, ma quasi morale, per l’età e per il suo rapporto coi giocatori, con lo staff, coi giornalisti, con la sua franchigia: Gregg Popovich detto Pop.

Proprio a seguito di un match contro i Warriors, il coach degli Spurs ha tuonato:

“…oggi sento come un’ombra sul mio paese, qualcosa di paranoide e surreale. Non si tratta dei Democratici che hanno perso o dei Repubblicani che hanno vinto, non è qui la questione, il punto è un solo individuo e il suo modo imbarazzante di comportarsi… È pericoloso per le istituzioni e per tutto quanto ci battiamo e per come vorremmo che fosse il nostro Paese. Ho male allo stomaco a pensare al disgustoso tenore di tutti quei commenti xenofobi, omofobi, razzisti e misogini e posso solo immaginare come si senta demoralizzato oggi un musulmano, o una donna, o un afro-americano, o un ispanico o un portatore di handicap… la cosa che più mi spaventa è che viviamo in un paese in cui la metà degli elettori ha votato non tenendo in alcuna considerazione tutto questo”.

Popovich, per inciso, qualora si buttasse in politica, avrebbe il sostegno di tutte le star dell’NBA.

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THE BLACKEST LEAGUE

La NBA ha di certo e tiene a dare di sé l’immagine di una lega aperta, progressista, attenta ai valori tipici dell’area democrats. Si tratta pur sempre della blackest league del paese, l’attenzione alla tutela delle minoranze ne rappresenta in qualche modo un dato originario, connaturale, ineliminabile. Tuttavia, l’assiduo frequentatore della vita NBA che da inizio anni Duemila si trovasse improvvisamente proiettato in questo 2017 potrebbe stupirsi e non poco della libertà espressiva sia di atleti che di coach. In passato – parliamo soprattutto della lunga reggenza del Commissioner David Stern – le esternazioni minimamente al di fuori dell’oggetto sportivo venivano mal tollerate per non dire vivamente sconsigliate.

La presidenza Silver ha impresso una decisa sterzata in tal senso. La stessa mail di cui più sopra davamo conto, si dice preceduta da intense consultazioni interne, rappresenta un chiaro indicatore. Perché, in fondo, di ingerenza politica si tratta.

Non necessariamente nel senso negativo di intrusione indebita, quanto come dato di fatto: l’NBA si occupa di politica, ne parla, esprime valutazioni e considerazioni rispetto alla coerenza al proprio “programma”, quei valori di inclusione, tolleranza, tutela delle minoranze che Silver ricordava appunto alle franchigie.

SOFT POWER

Alcuni analisti, invero, vanno evidenziando da tempo la precisa volontà di Silver che l’NBA e i suoi giocatori rappresentino un punto di riferimento anche sociale, un veicolo valoriale. Pertanto, le esternazioni in tale direzione sono non solo sopportate, ma addirittura supportate. La vera notizia, se vogliamo, più che la critica a Trump, è dunque rappresentata dal rinnovato rapporto tra il mondo NBA e la politica.

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Pochi mesi prima del bubbone-Trump, ad esempio, Carmelo Anthony si era espresso in modo assai significativo, rivolgendosi direttamente ai colleghi atleti, in relazione agli scontri fra polizia e afro-americani:

“Non possiamo più stare a guardare e aver paura di fare proclami politici. Quei giorni sono finiti da un pezzo. Dobbiamo farci avanti. Non possiamo preoccuparci di perdere qualche sponsor o di qualcuno che pensi che siamo pazzi. Ho bisogno che le vostre voci si facciano sentire. Possiamo chiedere il cambiamento. Dobbiamo solo volerlo. È il momento giusto. Io sono pronto”.

Qualcuno lo chiamerebbe “soft power”. In sé, niente peraltro di così nuovo, specie se si guarda ad altri settori dell’entertainment: in fondo, Hollywood lo fa da sempre.

LA BRECCIA?

Se questo è il dato, viene da chiedersi in modo spontaneo se l’NBA riprodurrà la medesima divisione tra trumpisti ed antitrumpisti che viene evidenziata nel corpo elettorale e nel corpo sociale americano. In altre parole, l’impegno “politico”, la natura sostanzialmente “progressista” della lega, produce e produrrà sempre una risposta compatta ed uniforme – così come nel caso dei tweet presidenziali – o altre idee, come quelle di cui l’istrionico Trump, non si sa quanto strumentalmente o quanto per reale convinzione, si è servito e si trova ad essere simbolicamente investito, potranno farsi spazio?
Per ora, come detto, la risposta pare compatta. Ma almeno un paio di versanti potrebbero incrinare il fronte, versanti che l’attualità ha curiosamente quanto significativamente collegato a due figure femminili, entrambe ex-cestiste: Pamela McGee e Candice Wiggins.

Tim Clayton

PRO-LIFE

Il primo è indubbiamente rappresentato dalla tematica pro-life, sempre al centro di un acceso dibattito interno negli USA, molto più che nel Vecchio Continente. Gli americani sono assai sensibili al tema, e l’NBA non ne è esente.

Da ultimo, è stato JaVale McGee a commuovere il mondo con la sua incredibile storia. Raggiunto dalla madre Pamela, anch’ella ex giocatrice, a seguito dell’All Star Game di Los Angeles del 2011, si sono trovati insieme, casualmente, alla funzione celebrata presso la Faithful Central Bible Church di Inglewood. Lì Pamela è scoppiata in un pianto dirotto. E ha confessato, per la prima volta nella sua vita, che proprio in quella Chiesa si era recata, confusa ed imbarazzata, quando vent’anni prima aveva scoperto di essere incinta di JaVale. E già aveva deciso di abortire. La gravidanza era giunta all’improvviso, in mezzo alla carriera cestistica, quando Pamela aveva 24 anni e a tutto pensava, tranne che ad essere madre. Ebbene, un sermone ascoltato proprio in quella Chiesa la convinse che quel bambino era un dono e no, non si poteva abortire.

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Non è un segreto la spinta politica pro-life di Trump, tanto che alla Marcia per la Vita di Washington, tradizionale appuntamento dei vari movimenti per la vita americani, ha presenziato ufficialmente il Vice Presidente Mike Pence. Si tratta della prima volta, in 44 anni, che un membro del Governo partecipa a tale iniziativa.

GOD’S NOT DEAD

Un secondo elemento è il problema della cultura antidiscriminatoria, che, nei suoi sviluppi più aggressivi, sta ponendo diversi problemi di interferenza con la libertà religiosa, valore irrinunciabile per l’autentico spirito liberale statunitense. La vicenda, così sentita negli USA da provocare il grande successo del christian film “God’s not dead”, “Dio non è morto”, già giunto al sequel, è stata anche al centro di un vivace dibattito interno al Vaticano, con l’arcivescovo di Philadelphia mons. Charles Joseph Chaput (curiosità, a proposito di minoranze: è il primo alto ecclesiastico di Santa Romana Chiesa d’origine pellerossa) a precisare i confini di questa “battaglia”, che coinvolge insieme protestanti, ebrei, ortodossi e cattolici, a fronte delle critiche del direttore della Civiltà Cattolica, padre Spadaro, di “andarsela un po’ a cercare”.

Sul lato sportivo, un clamoroso riflesso di quanto si va dicendo ha trovato riscontro nella denuncia di Candice Wiggins, star della WNBA – la NBA femminile – di doversi ritirare dall’attività sportiva perché soggetta a profonda discriminazione… in quanto eterosessuale.

“Sono stata molestata durante la mia carriera di giocatrice di basket, in quanto eterosessuale. Il 98% delle giocatrici della Wnba infatti è omosessuale”

ha detto Candice, specificando altresì come i suoi gusti in fatto di uomini le provocavano l’accusa più antica e maschilista del mondo:

“…non sono stata chiamata mai così tante volte “puttana” nella mia vita”.

La denuncia ha, ovviamente, suscitato un vespaio, con solidarietà e al contempo profonde critiche. La stessa Candice ha imputato a questa sorta di “settarismo” la poca popolarità della WNBA, molto lontana per numeri ed interesse dalla Lega dei colleghi maschi.

Il che, in questo strano gioco di discriminati che diventano discriminatori e viceversa, ci riporta alla domanda di fondo: sapranno tali nuove e per certi versi inaspettate problematiche fare breccia nel soft power NBA, portando in rilievo temi, di per sé tendenzialmente ascrivibili, almeno nella semplificazione mediatica, all’identità dell’elettorato trumpista?

Matteo Fortelli

Matteo Fortelli

Nasce nel 1977 - prima stagione della Pallacanestro Reggiana in biancorosso - con sei mesi esatti di vantaggio su Emanuel Ginobili. Nel prosieguo, si accontenta di pareggiarlo nel numero dei figli. Catechista, avvocato, fanatico acritico di tutto quanto venga da Reggio Emilia, trova bellissima la definizione del basket come "l'unico sport che guarda verso il cielo". Romantico sostenitore delle bandiere come Manu, il turbinoso mercato NBA, dove cambiano squadra anche le città, è il peggiore fra i suoi incubi.

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