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Sogno di una notte di mezzo inverno (Diario di viaggio da inviato molto speciale)

Si sa, per poter sognare bisogna prima riuscire a prendere sonno, e la cosa per  me non era così scontata agli albori della vita.
Per favore, non parlatene a mia madre, insegnante pendolare costretta a trascorrere le notti in bianco causa la mia insonnia prolungata fino all’età di tre anni e alla avversione per le ore notturne sino ai dieci, impressionato da chissà quale pericolo immaginavo si celasse dietro il buio della mia cameretta.

“Che vuoi fare da grande?”

e la mia risposta era sempre la stessa:

“Un lavoro dove possa star sveglio di notte”.

Con il passare del tempo le cose sono un po’ cambiate, prendere sonno è diventato l’ultimo dei problemi e come tutte le persone normali ho iniziato a sognare e soprattutto a sperare che quei sogni, un giorno, potessero realizzarsi proprio come è successo lo scorso 2 Gennaio. Durante tutto il periodo natalizio ho controllato spasmodicamente la casella mail, in attesa di ricevere il regalo scritto in cima alla mia personalissima letterina fatta recapitare a Babbo Natale:

“Dear Francesco Rivano,
you have been approved for a credential to cover the NBA London Game 2018 for NBALife.it.”

La mia richiesta è stata accolta, il sogno diventato palpabile e il mio unico compito è quello di trasformarlo definitivamente in realtà.
Per dire la verità il viaggio era organizzato da parecchio tempo, non potevo permettermi di prenotare il viaggio all’ultimo istante con la triste prospettiva di veder sfumare il tutto; biglietti aerei, pernottamenti e trasferimenti erano fissati da novembre, alla peggio avrei avuto la possibilità di trascorrere qualche giorno in una delle città più affascinanti del Vecchio Continente.

L’avvicinarsi del giorno della partenza per Londra, fissata per il dieci di Gennaio, mi ha reso impaziente e allo stesso tempo irrequieto. Il nuovo è sempre un qualcosa di piacevolmente inquietante; per me si avvicinava la prima esperienza assoluta da inviato per un evento di tale portata e l’assenza di consapevolezza del compito assegnatomi ha provocato un mix di adrenalina e di agitazione che mi ha riportato indietro nel tempo, a quell’età da infante insonne, che non mi ha permesso di chiudere occhio la notte prima del viaggio.

Quanti mezzi di trasporto conoscete? Immaginateli tutti e pensate che io, per raggiungere Londra, dall’isola di San Pietro in cui risiedo, non me ne sono fatto mancare neppure uno. Traghetto alle 05:05 del mattino che consente a me, e alla mia compagna di viaggio, nonché mia compagna nella vita da vent’anni a questa parte, di raggiungere in auto l’aeroporto di Elmas; breve scalo a Linate, nel quale un’area di transito consentirebbe ai passeggeri di evitare la doppia trafila dei controlli, e sbarco alle 11,30 locali all’aeroporto di London City, dal quale subito si nota la vastità della città e la prominenza della O2 Arena, situata nelle immediate vicinanze. Ultima tappa in rotaia ovviamente, giusto per non farci mancare l’ultima via possibile, che tramite la DLR e la District Line dell’efficiente rete metropolitana più antica del mondo, ci porta dritti al nostro alloggio ubicato in una delle tipiche costruzioni in stile Vittoriano presenti nel servitissimo quartiere di Hammersmith. Londra a primo approccio è un catino di personalità e individualità disparate in grado di assortire nello spazio di pochi metri quadri l’intera varietà delle popolazioni mondiali; a differenza di quanto intimatoci prima della nostra partenza, l’ospitalità e la disponibilità dei cittadini di Londra è calda e particolarmente sensibile alle nostre esigenze e, cosa alquanto improbabile al momento dell’organizzazione del viaggio, riusciamo anche a vedere uno spiraglio di cielo azzurro e a farci scaldare dai raggi del sole. La partita è fissata per il giorno successivo e nell’attesa che arrivino in fretta le nove del mattino del giorno della gara, orario di apertura della zona riservata al ritiro degli accrediti alla O2 Arena, ne approfittiamo per visitare i principali centri di interesse della capitale inglese. La giornata vola via in un battito di ciglia, occupati ad ammirare la maestosità e l’eleganza di tutta la zona che, da Buckingham Palace attraverso il Saint James’s Park, porta alla Abbazia di Westminster, al Big Ben e ai centotrentacinque metri della London Eye.

Il risveglio nel giorno del NBA London Game 2018 è piacevole come quello di un bambino che, nel giorno dell’Epifania, corre in fretta alla ricerca delle calze appese per la casa ricche di dolciumi e caramelle pronte a rendere felici i milioni di odontoiatri sparsi per il mondo. La giornata è uggiosa, tipica Londinese, con quella nebbiolina fitta che si materializza in fini gocce d’acqua sulla punta del naso; il tragitto da affrontare per raggiungere la O2 Arena è piuttosto lungo visto che, da Hammersmith (estremo Ovest della Zona 2 di Londra) a Peninsula Square (Estremo Est della zona 2 di Londra), bisogna attraversare tutto il centro di Londra.

Fuori presto dall’Hotel, solita fermata della District Line a Westminster, e via ad imbarcarci in un battello sul Tamigi per godere della vista di entrambe le sponde della città da una prospettiva differente. Il battello parte tra le acque non proprio limpidissime del Tamigi e dopo alcuni minuti di navigazione durante i quali abbiamo l’onore di accostare la Belfast, incrociatore della Royal Navy in servizio per la marina di sua Maestà durante la seconda guerra mondiale, si materializza di fronte a noi la grazia e l’imponenza del Tower Bridge. Su Peninsula Square l’O2 Arena si erge prepotente e, facilmente raggiungibile dall’attracco di North Greenwich della linea RB1 dei Navy Bus londinesi, è completamente tappezzata di manifesti e gigantografie delle star del passato e del presente di Sixers e Celtics.

Il mio ingresso di riferimento è l’ingresso G e raggiungerlo non è una passeggiata di salute; appena passati in rassegna tutti i negozi e ristoranti assortiti che si susseguono in una lista senza fine, arriviamo nella zona dove a farla da padrona sono gli operai, rigorosamente in caschetto, giubbetto catarifrangente e scarpe anti-infortunistiche, che brulicano come uno sciame di formiche operaie nell’intento di rendere il più pronto e più sicuro possibile lo scenario di quello che è per Londra uno degli eventi sportivi più importanti dell’intero anno solare. Zero fila all’ingresso G, poco più di un minuto e ho il mio badge pronto per essere appeso al collo. Stento a credere che su quel tesserino plastificato ci sia il mio nome e la mia foto e dopo alcuni scatti di rito necessari ad immortalare un momento per me storico, custodisco gelosamente il mio tesoro nello zaino per paura di poterlo perdere o che qualcuno, preso da chissà quale attacco di gelosia, me lo possa strappare di dosso.

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È ancora presto, decidiamo di tornare indietro e raggiungere il centro per mangiare qualche boccone e attraversare a piedi il Tower Bridge ma la tensione inizia a salire e alle 17 decido di salutare la mia bella e amata moglie e salire sul primo treno della Jubilee Line. Che si stia avvicinando il momento della partita è palese; stivati come sardine nei vagoni della metro, all’arrivo alla O2 Arena un fiume di persone senza fine si riversa a  farsi immortalare in ogni dove ci sia un qualcosa che raffiguri la Lega. Per fortuna molti si attardano all’esterno, in effetti mancano ancora più di due ore all’inizio della gara e all’ingresso principale dell’Arena, mentre il negozio del merchandising dell’evento viene preso d’assedio, “esco fuori” dallo zaino il mio badge, passo attraverso i controlli di routine che garantiscono la sicurezza e in men che non si dica mi ritrovo nell’area riservata ai media stracolma di giornalisti provenienti da tutta Europa.

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Mi giro attorno un po’ spaesato, un rapido sguardo alla tavola imbandita di ogni sorta di sandwich e biscotti, giusto per ricordarne la posizione in caso di attacco di fame e dopo una foto alla griglia nella quale è indicata la postazione da cui seguirò la partita provo a fare un giro di perlustrazione. Avere quel badge al collo è come essere in possesso di una chiave che non mi preclude nessun angolo del mondo di cui magicamente sono entrato a far parte; attraversando un corridoio illuminato da una luce calda soffusa mi ritrovo improvvisamente a vedere in fondo un bagliore che mi attira e mi spinge verso esso. Una signora gentilissima, di colore, sulla trentina, con qualche kilo di troppo lancia un rapido sguardo al mio cartellino, mi accenna un sorriso e apre la porta che mi catapulta nel tunnel dal quale, miliardi di volte alla TV ho visto uscire i miei beniamini.

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L’adrenalina inizia ad entrare in circolo, la sensazione di stupore mista ad incredulità mi fa dubitare della veridicità del momento che sto vivendo e a rompere la tensione ci pensa l’incontro con Andre Miller, ex stella tra gli altri proprio dei Sixers, che mi ridesta e mi fa rendere conto che sì, in quel preciso istante sono un inviato stampa per seguire il NBA London Game 2018. Selfie d’ordinanza con Andre che racconta come sia arrivato a Londra per tenere in mattinata un clinic con  45 bambini inglesi e scozzesi, e via verso il parquet.

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Sono appena le 18 e nonostante ciò Ben Simmons da un lato e Aaron Baynes e Yabusele dall’altra sono già in campo a scaldare la mano. Ben  mi da l’impressione di essere un perfezionista, cura nel dettaglio ogni movimento, è super concentrato e compie ogni passo del suo riscaldamento come se fosse nei momenti chiave di una gara decisiva.

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Lo raggiunge poco dopo Joel Embiid; alla vista di The Process, per la prima volta in assoluto riesco a rendermi conto di cosa significhi, in termini di dimensioni, trovarsi a portata di pacca sulla spalla un giocatore NBA. Joel  è tremendamente grosso e vederlo dal vivo mi fa pensare che sia impossibile, con quelle dimensioni, essere aggraziati su un campo da basket. Niente di più falso; appena smette con gli esercizi di stretching e inizia a provare qualche tiro e qualche movimento mi rendo conto della leggerezza con cui quei sette piedi e 250 libbre si muovano sinuosamente in un tripudio di coordinazione ed eleganza proprio come siamo abituati a vedere seduti comodamente davanti allo schermo.

I Sixers ormai sono quasi tutti in campo, compreso Markelle Fultz al quale non viene neanche fatta annusare la palla, mentre dall’altra parte del campo, un pò alla volta, i Celtics escono fuori per prendere confidenza con il parquet. Marcus Smart e Al Horford, che infila una serie di triple degna del miglior Ray Allen,  passano in rassegna ogni singola lista del parquet nelle immediate vicinanze del canestro su cui si stanno riscaldando al fine di farsi trovare pronti a inizio gara, mentre Tatum e Brown non si fanno vedere. L’ultimo a scendere sul terreno di gioco è Kyrie Irving che, in una serie inestimabile di esercizi di ball handling e conclusioni dalla media e lunga distanza cattura la mia attenzione quasi convincedomi che la Terra sia piatta.

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I minuti passano inesorabili, come sempre quando stai godendo di momenti felici, e l’Arena va pian piano riempiendosi in ogni sua zona. Le immediate vicinanze del parquet vengono investite da un via vai di addetti ai lavori e personaggi noti che a fatica riesco a gestire nel tentativo di immortalarli con la mia fotocamera. Il team di commentatori Sky è al completo, capitanato da Flavio Tranquillo al seguito del quale si muovono Davide PessinaAle Mamoli; non possono mancare volti noti della Premier come Kevin De Bruyne, Sir Alex Ferguson e Courtois. Li passo tutti in rassegna, mettendo via la fotocamera nell’intento di godermi il momento ed ecco che appaiono le Leggende NBA convocate per l’occasione: Robert Parish  e John Amaechi chiacchierano a un metro di distanza da me mentre il White Mamba Scalabrine si fa il giro di tutte le emittenti televisive in tutto il suo innato istrionismo da divo. Rip Hamilton se ne sta in disparte, tende a non farsi notare, cosa che invece riesce piuttosto male al nativo di  Kinshasa al secolo Dikembe Mutombo.

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La voce di Deke è inconfondibile, lo avvicino per cercare di strappargli due battute ma la calca attorno a lui è esagerata; riesco a strappargli una foto e a chiedergli come se la stia passando a Londra, giusto per sentirmi rispondere, anche di fretta, con quella voce indiscutibilmente unica proprio pochi minuti dell’inizio della gara. È ora di prendere posto, non proprio a ridosso del terreno di gioco perché i posti migliori sono riservati alle emittenti più note, la partita sta per iniziare e la O2, salvo qualche posto libero, è ormai piena al limite.

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Il rito è il solito, squadre al centro del campo per gli inni nazionali; uso il plurale perché essendo ospiti della regina è d’obbligo permettere alla filarmonica di Londra di eseguire “ God Save the Queen” subito dopo “The Star – Spangled Banner”. L’emotività dell’esecuzione degli inni, ascoltati dal pubblico in un silenzio assordante, lascia il passo all’esplosione dei decibel che accompagnano le presentazioni delle squadre nelle quali il pubblico dà il meglio di se nel momento in cui lo speaker annuncia The Process e la partita può iniziare. Phila parte a razzo, i primi possessi sono per quella macchina perfetta di tiro a nome JJ Redick che trasforma in punti tutto ciò che gli passa per le mani. La precisione al tiro di JJ e l’onnipotenza tecnica di Ben Simmons (se solo avesse un raggio di tiro un po’ più ampio…) permettono a Phila di scappare via sul +22 nonostante un Joelone non particolarmente preciso al tiro. I Celtics a differenza dei Sixers partono morbidi, con le scarpe ancora slacciate e con le mani freddissime e solo dopo l’incitamento del pubblico impaurito dalla piega che sta prendendo la gara, accorciano le distanze riducendo a meno nove lo svantaggio all’intervallo grazie soprattutto alla vivacità di Jaylen Brown.

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Fra il primo e il secondo tempo abbandono la mia postazione, memore di quel tavolo imbandito notato appena arrivato nella zona dedicata alla stampa, vado a ricaricare le pile e soprattutto lo stomaco per tornare rapidamente al mio posto pronto per il secondo tempo. Appena rientro ai margini del campo la mia attenzione è catturata dallo sventolio di una bandiera a me molto cara sugli spalti dell’Arena; cerco invano di attirare l’attenzione di Andrea e Claudia intenti a sventolare con orgoglio il vessillo dei quattro mori in terra londinese ma loro hanno occhi solo per i giocatori che stanno riprendendo la gara e io me ne ritorno in postazione godendo delle prime due azioni proprio a bordo campo dietro la panchina dei Sixers.

Il secondo tempo è un monologo biancoverde; Jayson Tatum sale in cattedra, sembra un veterano in grado di attendere i momenti clou della gara per tirar fuori il meglio di sé e Kyrie inizia a fare il Kyrie. I Celtics ripagano la fiducia del pubblico mettendo in scena la difesa più forte della Lega, aggiustando definitivamente la mira, fino a raggiungere e definitivamente surclassare i Sixers che naufragano in un mare di palle perse ed errori al tiro. La partita, seppur emozionante per la lunga rincorsa biancoverde, a onor del vero non è brillantissima dal punto di vista degli spunti tecnici; molte palle perse, alcuni errori, alcuni anche pacchiani, ma siamo pur sempre in regular season, in una delle 82 partite da affrontare nella speranza per Phila e nella certezza per i Celtics, di affrontare la Post Season e la partita si conclude con tre minuti scarsi di garbage time sul 113 a 104.

Appena dopo il suono della sirena il parquet lentamente si svuota dei principali protagonisti per cedere il passo ai front man televisivi intenti a relazionare la partita e io mi lancio in una corsa rapida verso la Interview Room della O2 Arena per assistere alla disinvoltura di Brad Stevens, alla signorilità di Brett Brown, al carisma di Joel Embiid e la lucidità di Ben Simmons. Toccherebbe a Jaylen Brown raggiungere la sala stampa ma si attarda e io decido di abbandonare la stanza dedicata alle interviste per calcare un’ultima volta lo scenario del mio sogno. Ci sono solo gli operai intenti a smontare il tutto e qualche bambino che gioca dentro il parquet e finalmente ho il libero accesso verso il centro del campo.

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Mi posiziono con i piedi sul logo del NBA London Game 2018 e faccio un giro di trecentosessanta gradi su me stesso per ammirare la bellezza stordente dell’Arena, ormai svuotatasi dei 18 mila abbondanti spettatori che hanno assistito alla gara, come a rivolgere ad essa l’ultimo saluto di una serata indimenticabile. È ora di tornare in Hotel, è ora di ricontrollare se nel mio cellulare ci siano tutti gli scatti fatti durante quelle sei ore trascorse alla O2 Arena e il fatto di vederli comodamente seduto sul classico Cab nero londinese mi rassicura di aver realmente vissuto una serata da inviato speciale. La mia esperienza ormai è andata, ancora un giorno a Londra mi permette di chiudere il giro di una delle città più belle di tutta Europa e sabato 13 sono pronto a riaffrontare tutti i mezzi di trasporto possibili e immaginabili per tornare nella mia isoletta forte di un’esperienza emotiva e professionale fuori dal comune.

Mi imbarco sull’aereo del rientro con l’obiettivo di trascorrere le due ore di volo chiudendo gli occhi e rivivere con la mente la bellissima esperienza trascorsa in veste di inviato in una notte gelida londinese ma non faccio in tempo a sedermi al mio posto in corridoio che sono costretto ad alzarmi per lasciar passare una coppia che ha i posti assegnati nella mia fila. “Prego, passate pure”. La felpa dei Sixers indossata da lui attira la mia attenzione, alzo lo sguardo verso il viso dei due ragazzi e riconosco Andrea e Claudia, i ragazzi della bandiera dei quattro mori alla O2 Arena. Mi presento, gli racconto di come dal campo li avessi notati e il volo trascorre rapido rivivendo con loro le bellissime sensazioni della sfida tra Phila e Boston.

C’è ancora un’ora di auto e una quarantina di minuti di traghetto prima di ritornare a casa e riordinare definitivamente le idee ma la consapevolezza di aver vissuto una delle esperienze emotivamente più importanti della mia esistenza mi fa affrontare il resto del viaggio a cuor leggero lasciando cullare la mia mente sulle onde di un mare di ricordi e di emozioni incisi indelebilmente nel mio cuore come fossi dentro un sogno in una notte di mezzo inverno.

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 
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