Jordan Spike Lee

Sneakerheads – Episodio 2

Inizia la stagione 1985/86. Per l’NBA è tutto a posto. Niente da segnalare. O forse sì.

Il 23 dei Bulls scende in campo alla prima di Regular Season con delle scarpe ai piedi “sospette”: alte alla caviglia, sulla linea delle classiche Air Force, swoosh Nike sul lato, tutte nere con contorni rossi. Si mette mano al regolamento, ecco l’inghippo. Vanno vietate. Non sono conformi alle regole stabilite dall’NBA per cui le scarpe indossate dai giocatori non devono essere di nessun’altro colore fuorchè bianche, con inserti dei colori della propria squadra. Ai piedi di Michael Jordan in quell’ottobre del 1985, di bianco, non c’era niente.

Air Jordan 31 Banned (6)

L’NBA marchia quelle scarpe col fuoco: ogni volta che Michael le avrebbe indossate la Nike avrebbe dovuto pagare cinque dollari di multa. Al tempo quelle Nike costavano 65 dollari e stavano già invadendo le strade di tutta America, al quartier generale della Nike fecero due calcoli e stabilirono che della multa potevano beatamente fregarsene, così Michael continuò a scendere in campo con le scarpe rosse e nere.

La Nike anzi raddoppiò lanciando lo stesso modello di Air Jordan 1 proponendolo bianco e rosso, colori conformi al regolamento NBA. Bastò poco a quel paio di scarpe di cambiare la storia delle sneakers e del basket, da lì a poco Mike le avrebbe portate a spasso in alcune delle sue più celebri performance.

Era nata una stella: erano nate le Air Jordan I, soprannominate Air Jordan Banned.

Le AJ1 furono indossate da Jordan nella celebre gara delle schiacciate del 1986, vinta con le due strafottenti catenine al collo e soprattutto il 20 di aprile di quello stesso anno al Boston Garden dove probabilmente nacque definitivamente la leggenda di Michael Jordan che segnò sessantatre punti e Larry Bird a fine partite dichiarò:

“Ho visto Dio travestito da Michael Jordan.”

Dopo essere diventato “dio” con le 1 ai piedi Jordan divenne uno degli uomini più in vista d’America verso l’inizio degli anni ’90, sia per le sue performance sul campo, sia per il successo commerciale e mediatico del marchio Air Jordan.

Nel 1989 per le strade di Bed Stuy, Brooklyn, le Air Jordan IV di Buggin’ Out vengono calpestate e sporcate da un bianco in maglia Celtics che fa nascere un contenzioso di strada mentre i passanti curiosi mettono benzina sul fuoco dichiarando “Your Jordan’s are fucked up”, il tutto dietro le telecamere di un regista emergente alle prese con quello che sarebbe diventato il suo capolavoro: Spike Lee, “Do The Right Thing”.

A testimonianza che le Jordan erano già un fenomeno di culto trasversale, che copriva le città d’America da New York a Los Angeles senza soluzione di continuità e soprattutto avevano soppiantato le Adidas nella sottocultura afroamericana che venivano dall’hip hop.

E’ proprio Spike Lee nelle vesti del suo personaggio Mars Blackmon che diventa testimonial Air Jordan nel 1990 insieme a Jordan per lanciare le Air Jordan V in cui Mars è convinto che Jordan sia il miglior giocatore del mondo grazie alle sue scarpe secondo lo slogan “it’s gotta be the shoes!”.

Nello stesso anno però la bacheca degli eventi di culto del mondo del basket va aggiornata. Siamo alla gara delle schiacciate, Dee Brown è pronto a esibirsi con la schiacciata che lo farà vincere, ma prima di prendere la ricorsa si china sulle sue scarpe e fa il gesto con le mani di “pomparsi” le linguette per riempirsi di un’energia immaginaria.

Tuttavia Brown non aveva le Jordan ai piedi e neanche le Adidas, aveva scarpe che stavano per affrontare la scalata delle rivali delle Nike e che si sarebbero guadagnato un posto stabile nel panorama mainstream metropolitano: le Reebok Pump.

La Reebok in quegli anni puntò su giocatori del calibro di Dominique Wilkins, Dennis Rodman e soprattutto Shaquille O’Neal. Nonostante lo scettro di re del mercato fosse indiscutibilmente in mano alla Nike, con l’Adidas dietro e il nuovo protagonista Reebok, la competizione nel panorama delle sneakers nel mondo del basket e per le strade si faceva sempre più spietata e altri marchi dovevano ancora nascere.

Shaq-wearing-Shaq-Attaq-1-2

Alessandro Zorzoli

Alessandro Zorzoli

Milano, 21 giugno 1994. Studio lettere. Gioco a basket da quando sono nato. Lo sport è la cosa più bella del mondo e nello sport si concretizzano tutti gli aspetti di un’arte: tecnica, poetica, forma e stile. Del basket e dei suoi protagonisti mi affascina indagare questi aspetti. “Quando dipingo non penso all’arte. Penso alla vita”, Jean-Micheal Basquiat.

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Editore ENBIEILAIF - Nacho Symbolic Associazione Culturale
P.IVA - COD. FISC. 03383520545
Direttore Responsabile testata on line: Luca Fiorucci
Server Provider: Aruba
Registro Stampa Tribunale di Perugia N°9 27/05/14
Email: info@nbalife.it

© 2017 Copyright NbaLife.it, tutti i diritti riservati