TD Garden

Quando il Garden inventò il coro:”Beat LA!”

Nella vita degli americani essere un “east coaster” o un “west coaster” ha un significato che va oltre quello che possiamo immaginare da qui. La nazione è talmente grande, la storia stessa del paese la divide e la differenzia da area ad area: l’est è quello dove è nato tutto, dove sono nati gli Stati Uniti d’America. Le prime città della costa, i movimenti per l’abolizione della schiavitù e una certa tendenza democratica che si respira ancora oggi dalle parti di New York & C.

Con un salto di qualche migliaio di chilometri finiamo sull’altra costa, il “lontano ovest”, come abbiamo imparato a conoscerlo nei western o sulle pagine ingiallite di Tex Willer. Il miraggio, la conquista, l’oro…e un (non) rispetto delle leggi che faticavano nel venire applicate. Ci arrivarono gli europei, gli asiatici via Oceano Pacifico, i messicani, gli ex-schiavi.

Qui – come qualcuno ama ripetere – a Nostro Signore è scappata davvero la mano. Stretta tra il deserto da una parte, il mare dall’altra, c’è una striscia di terra benedetta. Ora, qualche problemino lo hanno anche in California (leggi: terremoti) ma storicamente quando si pensa all’America, si pensa a Los Angeles e dintorni. Il sogno porta sempre qui.

Ha portato quelli del cinema, dello sport, del glamour della moda o della musica, i nerds e le loro invenzioni tecnologiche. Qui, dove tutto sembra possibile e realizzabile, sono state impiantate anche delle franchigie di sport professionistico.

Capiamoci: una partita di hockey su ghiaccio con fuori…beh, quel che c’è fuori, faccio fatica ad immaginarmela. Come atmosfera almeno, stessa cosa vale per l’Arizona e altre lande dove non per forza quello dei pattini con la lama è lo sport di riferimento. In parte il discorso, nel mio immaginario, vale anche per il basket.

Ok il campetto a Venice Beach con vista mare, ma vogliamo paragonare il tutto all’epicità dell’asfalto newyorkese? Al canestro appeso al granaio degli stati centrali? E per quel che riguarda la pallacanestro organizzata: vogliamo parlare di chi va alla partita in pattini (a rotelle stavolta) e canotta o chi deve spalare la neve per garantire, in un qualsiasi venerdì sera invernale, che si giochi un incontro di high school nel Michigan o nell’Indiana?venice-beach-playground

The Rivalry

Quando la pallacanestro professionistica in America, negli anni 50-60, cercava di farsi spazio nel cartellone di eventi legati alla NCAA (o al torneo NIT, allora ben più importante), le squadre erano poche e le finaliste quasi sempre le stesse: Boston Celtics vs Los Angeles Lakers. Dei laghi (“lacustri”) a Los Angeles?!? Trapiantati, diciamo così, perchè in origine i Lakers come sappiamo vengono dal Minnesota, terra sì di laghi e – leggi poco sopra – di inverni gelidi. Ma dove tutto è business e spettacolo, potevano mancare dei validissimi (e vincenti) rappresentanti dello sport che era ormai nel cuore di tutti gli americani, baseball permettendo?

Inizia lì la rivalità, ancora oggi sentitissima nonostante le squadre siano – a diversi livelli – in ricostruzione dopo le finali del 2008 e 2010. E tanto per partire bene è subito maledizione: i Lakers ne perdono tante di Finals (un paio anche contro i Knicks nel 1970 e ’73) prima di rimettere mano all’anello tanto agognato nel 1972, sempre contro New York, l’unico titolo tra l’altro di Jerry West. Bill Russell è un ostacolo insormontabile, e fino al suo ritiro, di vincere, non se ne può proprio parlare. Nemmeno quando il proprietario Jack Kent Cooke aveva già fatto adornare il soffitto del Great Western Forum di Inglewood, casa dei Lakers dal 1967 al 1999, fino alla costruzione dello Staples Center, di palloncini colorati con la scritta “World Champion Lakers“, sicuro che quella sarebbe stata la volta buona, maledetti “irlandesi”!

E invece bisogna arrivare agli anni ’80, gli anni di Magic vs Bird, Bird vs Magic, come ricordano gli stessi diretti interessati (“Non potevi girare la testa che qualcuno ti chiedeva: cosa sta facendo Bird? Cosa sta architettando Magic?“) che dopo un bellissimo spot girato a casa di Larry a French Lick, Indiana, scoprirono di avere tantissime cose in comune, essendo entrambi ragazzi del mid-west, con un’educazione familiare comune basata sull’etica per il lavoro e un percorso simile, oltre all’amore viscerale per la pallacanestro e il desiderio di vincere, sempre.

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Sul parquet scintillante del Forum o su quello incrociato del vecchio Boston Garden, le due squadre non se le mandarono mai a dire. Tutte le parti in causa provavano ad inventare qualsiasi cosa, lecita o meno (si dovrebbe chiedere, se fosse possibile, a Red Auerbach…) per portare il titolo di campione a casa, a discapito degli “odiati” rivali.

Beat LA!

Ad inizio degli 80′s sia Boston che Los Angeles erano tornate in auge, come appena detto, grazie alla scelta al draft dei due fuoriclasse che, senza se e senza ma, salvarono letteralmente l’NBA. Magic perfetto per lo star-system hollywoodiano, Bird per una città di lavoratori come quella del Massachusetts. I due rivali che meglio non avrebbero potuto rappresentare nell’immaginario collettivo la distanza non solo geografica tra est e ovest (e pensare appunto che entrambi arrivano da stati della zona centrale del paese, Michigan e Indiana) si erano già incontrati nel 1979, finale NCAA a Salt Lake City, con gli Spartans di Michigan State guidati da Johnson che ebbero la meglio su Indiana State.

Tutta la nazione attendeva la rivincita, che però a livello professionistico tardò ad arrivare. Con Magic schierato come centro nella decisiva gara del 1980 contro Philadelphia, per l’infortunio di Jabbar, i Lakers tornarono al successo. Nel 1981 fu la volta dei Celtics, vittoriosi però su Houston. L’anno successivo sembrava tutto pronto, tavola apparecchiata e finalmente…Lakers vs Celtics, Magic vs Bird!

Invece ancora Philadelphia, una superpotenza dell’epoca, quando nella Eastern Conference non c’era una sola squadra a primeggiare, fece lo sgambetto a Boston, e lo fece nel peggiore (per i biancoverdi) dei modi.

Gara 7 al Boston Garden e i Sixers che sfatano il mito del vecchio palazzo stregato (o fatato, dipende se visto da avversario o da fan dei Celtics), togliendo per l’ennesima volta la possibilità a Larry e Earvin di incontrarsi sul palcoscenico più prestigioso: quello delle NBA Finals. Per la cronaca vinceranno i Lakers, quelle Finals, con i 76ers a rifarsi l’anno dopo.

Ma in quella gara 7, nel come sempre irrespirabile clima del Garden, nasce uno slogan, un coro che è più di una trovata da tifoseria: Beat LA! Eppure i tifosi di Boston, consci dell’ormai impossibile recupero dei propri beniamini nei minuti finali, non inventarono questo “chant” per incoraggiare i propri giocatori, bensì gli avversari. Il concetto è chiaro: ok avete vinto voi, ora andate alle Finals e fate il vostro dovere…Battete LA!

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Il coro, o come detto, lo slogan vero e proprio, nel corso degli anni è riapparso ogni volta che Boston e Lakers hanno incrociato nuovamente le armi, ma è stato utilizzato da qualsiasi franchigia con minima ambizione di rivalità nei confronti di Los Angeles.

I Kings ad esempio, forse proprio in quanto tali (non Re ma…”bovari di Sacramento”, detto con molta più ironia di quello che fece Phil Jackson, autore della frase) lo usano dai primi anni 2000 in poi sia contro i Lakers che i Clippers (!!!), e con questo penso di aver detto veramente tutto.

Per loro è il significato di affrontare la città che non è la capitale dello stato (lo è proprio Sacramento) ma che tutti ritengono tale, quindi con un senso di inferiorità che, anche solo con l’ironia, va combattuto in tutti i modi. Per un vero “east coster” invece significa ben altro: significa tracciare una linea, delimitare le distanze – ovvio, mi auguro solo ed esclusivamente in senso sportivo e di puro sfottò tra tifosi, che ci sta – e ribadire il concetto, che è anche una forma di stima assoluta per l’avversario (nel mio caso lo è, eccome!): che sia la propria squadra o un’altra rappresentante dell’est ad affrontare i Lakers, solo una cosa conta davvero… Beat LA!

Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

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