maxresdefault

Preview Northwest Division

La Northwest Division 2017-2018 appare nel complesso rinforzata. Sono molti i volti nuovi approdati nelle città cestistiche che coprono la vasta parte di America che va dalle Montagne Rocciose alle foreste pluviali temperate del nord-ovest. Se un all-star come Gordon Hayward ha lasciato lo Utah, destinazione Boston, e l’italiano più forte a non aver disputato l’ultimo Europeo, Gallinari, ha preferito trasferirsi al sud, sono arrivati a darsi battaglia, fra gli altri, George, Anthony, Millsap e Butler. Ah, e Rubio, per la gioia di coloro che contribuiscono ad alimentare (se ancora ve ne sono) il suo hype, si è soltanto trasferito inter-division dai T’Wolves ai Jazz. Ma veniamo alla presentazione nel dettaglio, squadra per squadra, in rigoroso ordine alfabetico.

Denver Nuggets

I Nuggets si presentano ai nastri di partenza della nuova stagione come una squadra a cui guardare con una certa curiosità. Hanno perso il loro miglior marcatore Danilo Gallinari, reduce da un paio di stagioni post-grave infortunio decisamente produttive nel segno della continuità di rendimento ma desideroso forse di compiere una nuova esperienza lontano dal Colorado, ed hanno aggiunto dalla free-agency Mr Solidità Paul Millsap, uno che fra lo Utah e la Georgia si è guadagnato la pagnotta in ogni singola serata in cui è sceso in campo. Danny Chau, editor di The Ringer l’ha definito “LeBron, scolpito nel calcare invece che nel marmo.” Ed è una definizione che rende abbastanza l’idea di quanto, seppur composto di materiale meno pregiato di quello con cui è corredato James, sia efficace il suo gioco. Accanto al genio di Jokic, per la prima volta dichiaratamente al centro del progetto tecnico di Mike Malone (giunto al terzo anno sulla panchina di Denver), minaccia di fare faville. Già dal primo gennaio del 2017 alla fine della stagione appena conclusa i Nuggets avevano messo su il secondo miglior attacco della lega (dietro, manco a dirlo, agli Warriors), con 113 punti per 100 possessi, figurarsi cosa potrebbe succedere con un Millsap in più nel motore. Jokic è recentemente stato inserito al sedicesimo posto assoluto nel ranking annuale redatto, non senza seminare perplessità qua e là, da Espn. Se le sue mani sono sicuramente già oggi dotate della sensibilità dei migliori pianisti contemporanei – difficile trovare in giro per la lega un centro passatore e facilitatore di gioco migliore del serbo – in questa stagione dovrà fronteggiare per la prima volta il peso delle fortissime aspettative e delle rinnovate attenzioni dei gameplan delle avversarie dei Nuggets. Ad aiutarlo ci penserà, in questo e negli anni a venire, la guardia quarto anno e freschissima di sontuoso rinnovo (84 milioni di dollari in 4 anni), Gary Harris. L’ex-Spartan è reduce da un campionato molto convincente, in cui ha saputo dimostrare, a differenza dei balbettanti inizi, tutta la sua concretezza. Proveranno a dargli una mano i soliti Chandler, Nelson, Barton con le solite scintillanti esplosioni dalla panchina, Plumlee e Faried. Aspettative di crescita sono riposte anche nei secondo anno Jamal Murray, Malik Beasley e Juan Hernangomez. Il nativo di Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, Emmanuel Mudiay invece, dopo aver mostrato lampi di talento nella stagione da rookie, non ha saputo finora dare seguito alle incoraggianti premesse: al secondo anno nella lega non è riuscito a migliorare le scarse percentuali, né l’accuratezza nella gestione del pallone, tanto da venir già messo in discussione in alcune circostanze. Per lui siamo alla stagione della verità. Lasciano ben sperare in ottica futura infine le aggiunte dello stretch-4 Trey Lyles, in uscita dai Jazz, e il rookie da Syracuse Tyler Lydon.jokic

Nonostante abbiano perso il giocatore che nelle intenzioni, almeno iniziali, del management dei Nuggets sarebbe dovuto essere il volto della franchigia, Malone e soci puntano a fare meglio delle 40 vittorie della scorsa stagione. A giudicare dalla carta d’identità dei membri del roster e dalle caratteristiche dei componenti del core, Denver parrebbe in modalità rebuilding. Vediamo se basterà l’aggiunta di uno come Millsap, a cui non puoi chiedere di avere un obiettivo diverso dal vincere, per sgombrare il campo dagli equivoci. Diciamo che 43-44 W, con vista playoffs, potrebbero non essere un miraggio, a patto che si registri la difesa, per lunghi tratti dello scorso campionato la peggiore della lega.

Minnesota Timberwolves

Minnesota è stata probabilmente la più grande delusione della stagione scorsa. Da una squadra che poteva avvalersi degli ultimi due vincitori del premio di Rookie of the year ci saremmo aspettati sicuramente qualcosina in più. A maggior ragione se ad aiutarne la crescita era arrivato in panchina un coach come Thibodeau. Quello che si è visto invece è stata una squadra priva di mordente, soprattutto nella metà campo difensiva – che dovrebbe essere la specialità della casa: 109,1 punti concessi per 100 possessi sono un’enormità. Come inaccettabile è sembrato l’atteggiamento passivo di alcuni dei protagonisti, soprattutto nei secondi tempi delle gare. Si percepiva come una sistematica dissociazione fra ciò che il coach predisponeva e quello che erano realmente in grado di effettuare sul campo i suoi giocatori. Le sole 31 vittorie accumulate rappresentano soltanto il degno compimento di una stagione al di sotto delle aspettative, che – lo ricordiamo – c’erano e si sono fatte sentire in tutta la loro pesantezza. Per ovviare a questi problemi, e per scacciare il fantasma della quattordicesima stagione consecutiva, la striscia più lunga ancora in corso, fuori dai playoffs (l’ultima apparizione risale all’anno di KG Mvp, 2004), in estate si è messo mano pesantemente al roster. È arrivato Jimmy Butler, vero pretoriano di coach Thibs, via trade, con il sacrificio non ininfluente di Dunn, LaVine e della settima scelta al draft, trasformatasi poi nel promettente Lauri Markkanen, e si è cercato di puntellare il team con l’acquisizione dalla free-agency di qualche veterano di peso: Teague, reduce da una stagione un po’ in ombra ai Pacers, Gibson, altro fedelissimo del coach, e Crawford, una sicurezza dalla panchina. Questo per cercare di ovviare alle lacune mostrate dai giovani, soprattutto per quanto riguarda la capacità di rimanere dentro alla partita per tutti i 48 minuti. Basterà? Vediamo meglio.

Butler aiuterà sicuramente a dirimere la questione difensiva. Non è un mistero il fatto che sia lì proprio per dare l’esempio, giorno dopo giorno al Mayo Clinic Square, la practice facility di downtown Minneapolis, e cercare di trasferire a qualche compagno dosi massicce di etica lavorativa. Teague rappresenta un upgrade rispetto al conclamato deficit di pericolosità offensiva a metà campo di Rubio, il vecchio titolare del ruolo. Taj Gibson porta cattiveria agonistica ed esperienza. Come qualche partita ad alto livello dovrebbe averla giocata pure Jamal Crawford in carriera. Esistono tuttavia anche delle (possibili) controindicazioni. Seppure sia appena arrivato, è abbastanza evidente come Butler, forse il prodotto meglio confezionato dell’Accademia Thibodeau, vada a ricoprire una casella centrale nello scacchiere del coach: potrebbe, grazie all’esperienza già maturata insieme, rappresentare il naturale trait d’union fra panchina e campo. Questa investitura potrebbe anche creare qualche incomprensione nel rapporto fra Butler e Wiggins, due giocatori se vogliamo anche simili e che si troverebbero a condividere il ruolo di maschio alpha dei Lupi, con il rischio di scontrarsi. Anche a livello tecnico potrebbe crearsi una sovrapposizione: Wiggins potrebbe un giorno svilupparsi appieno come una guardia/ala esplosiva, in grado di giocare in post basso, condurre il pick&roll e difendere sulle tre posizioni del perimetro. Praticamente ciò che fa Butler, soltanto ad un livello più alto di consapevolezza. Nel ricco passato NBA abbiamo molteplici esempi di connubi fra personalità e giocatori ingombranti da un punto di vista caratteriale e tecnico che si sono trasformati a volte in potenti alleanze, altre in controverse e logoranti convivenze. Si ricordano Wade&LeBron fra i primi, Carter&McGrady per i secondi, per citarne solo alcuni.butler

Questo ci porta alla considerazione successiva: esiste un problema di spacing? Ipotizzando un quintetto che nell’idea di coach Thibs potrebbe stare in campo a lungo, osserviamo come Teague, Butler, Wiggins e Towns durante la scorsa stagione abbiano tenuto una media inferiore ai 5 tiri da 3 punti tentati per 100 possessi. Questo dato li esclude in massa dalla lista dei top-200 per frequenza di tiro da oltre l’arco fra i giocatori che abbiano giocato almeno 500 minuti. La media della lega nella percentuale nel tiro da 3 è di 35.8%. Soltanto Towns e Butler non stanno al di sotto di questo dato. Né Gibson, né tanto meno Dieng (che potrebbero ricoprire il ruolo di quinto del lineup) sono tiratori abituali da oltre l’arco. Il concetto è stato illustrato abilmente da Nick Sciria in un articolo su Nylon Calculus, nel quale l’autore ha persino costruito un indicatore statistico per mostrare questa tendenza: lo spacing rating. Se in effetti andiamo a guardare, nonostante alcune evoluzioni lungo il corso della loro carriera, sia Butler che Wiggins si trovano a loro agio nell’avvicinamento a canestro, grazie all’utilizzo di soluzioni in palleggio, arresto e tiro dal pick&roll o all’abilità nelle penetrazioni al ferro. Lo stesso dicasi di Teague, che tende a penetrare con una certa insistenza. Towns invece ha mostrato nei suoi due anni una progressiva tendenza ad allontanarsi dal canestro, garantendo lui sì, uno spacing adeguato agli standard della NBA del 2017. Si tratta ovviamente di supposizioni, la realtà resta soltanto quella del campo. In più i Lupi hanno in KAT il bigman con il futuro (e il presente?) più radioso d’America. Oltre agli effettivi già citati, i T’wolves possono contare sull’apporto di giovani giocatori come Bjelica, Tyus Jones e il rookie Justin Patton e degli esperti Shabazz Muhammad e Aaron Brooks.

Raggiungere i playoffs in questa stagione sembra obbligatorio, per non dover ricorrere a scomodi processi sommari in estate. La nostra previsione è leggermente al di sotto della soglia proposta negli odds di Las Vegas: 47-48 vittorie sembrano infatti un traguardo abbordabile per un gruppo con così tanto talento. Questo porterebbe a un incremento di 16-17 W rispetto alla scorsa stagione, un salto in avanti di non poco conto per la franchigia del Minnesota.

Oklahoma City Thunder

I Thunder e il loro GM Sam Presti sono stati i protagonisti indiscussi della off-season. Per essere una franchigia che i più davano come terremotata in seguito all’addio di Kevin Durant e praticamente impossibile da ricostruire dato lo small market in cui si muove abitualmente, bisogna ammettere che abbia impiegato poco tempo a crogiolarsi nel dolore di vedova abbandonata. Alla fine dei salmi sono arrivati infatti in Oklahoma Paul George e Carmelo Anthony, ovvero due dei pezzi più ambiti e corteggiati del mercato estivo NBA. I due all-stars andranno ad affiancare l’MVP in carica della lega, Russell Westbrook, reduce da una stagione che, almeno numericamente parlando, farà parlare di sé per molto tempo ancora, nella composizione dell’ennesimo Big Three che minaccia di spostare alcuni equilibri, se non della lega in generale, almeno della Northwest Division. La cosa più sconcertante però è che i suddetti George e Anthony sono approdati alla corte di Billy Donovan sostanzialmente in cambio di Oladipo, Sabonis, Kanter, McDermott e una seconda scelta di Chicago al draft 2018. A questo punto dalla curva occupata dai detrattori di Presti si alzerà in coro la voce circa l’assoluta assenza di certezze sul rinnovo delle due nuove stelle, che potrebbero già salutare fra un anno. Ma questo è un discorso che in questa sede, nella quale si fanno supposizioni sulla stagione che va cominciando, interessa il giusto. Si potrebbe comunque argomentare per controbattere un minimo, chiedendosi se dover corrispondere 36 milioni e mezzo di dollari a Kanter nei prossimi 2 anni e ben 84 a Oladipo nei successivi 4 rappresentino veramente delle sicurezze solide sulle quali costruire. L’unico dato certo che abbiamo è che Westbrook, il padrone del baccellaio, è rimasto soddisfatto dagli sforzi del management ed ha rinnovato, a cifre molto alte, va detto, ma non era affatto scontato che lo facesse. Ma veniamo al campo.westbrook

La stagione 2016-17 di Westbrook ha del clamoroso. Alzi la mano chi avrebbe mai pensato di veder un giorno rispolverati i fasti di Big O, Oscar Robertson, e della sua stagione mitica in tripla doppia di media. Nah.. impensabile nella NBA attuale. E invece… L’ultimo campionato ha lasciato negli occhi degli appassionati la percezione di un uomo in grado di sfidare il destino, senza arrendersi ad ovvie difficoltà. Ad essere sinceri ha lasciato anche la sgradevole sensazione che Russ giocasse, a volte, almeno nella seconda parte di stagione, quasi esclusivamente per portare a casa la tripla doppia di media. Poco importa. Quel che conta è che adesso non dovrà più sprecare energie fisiche e mentali a disperarsi per quello che poteva essere con KD e, per tanti fattori, non è stato. Nella stagione che sta per partire ha due nuovi compagni con cui spartire l’arancia, un po’ a malincuore, e i rinnovati sogni di gloria, molto meno a malincuore. In chi vi parla è forte la convinzione che Paul George, ex-uomo franchigia dei Pacers, rappresenti forse il miglior fit possibile per condividere il parquet con Westbrook. Mi spiego meglio. Non ce ne voglia il numero 0 se affermiamo che la sua tendenza a monopolizzare il gioco dei Thunder sia piuttosto pronunciata. E non da oggi. Ebbene, gli hanno messo accanto forse l’unico giocatore che, sempre a mio modestissimo parere, soffriva enormemente il ruolo affibbiatogli a Indiana di gestore della palla, e con essa delle sorti, dei giallo-blu. Se esiste una parte del gioco di PG13 non ancora sviluppata al livello delle altre, è proprio la gestione dei possessi: sia intesa come perizia del gesto tecnico (palleggi troppo alti e palle perse banali), che come decision-making e tempestività nelle scelte. Non a caso quando è apparso più efficace in queste ultime stagioni è stato proprio quando si è trovato a condividere il campo per esempio con uno come Lance Stephenson, che fra i molteplici difetti che gli vengono additati aveva allora ed ha mantenuto ancora oggi quello di monopolizzare il gioco per lunghi tratti della partita. Con la palla in mano a Westbrook per gran parte dell’azione dei Thunder alla Chesapeake Arena non si paleseranno neppure certi rischi del passato. George è invece un ottimo attaccante in situazioni di catch & shoot (terzo in assoluto nella stagione scorsa per punti segnati in questo specifico fondamentale, con 7,4. Il primo è stato Klay Thompson) ed è giustamente ancora considerato difensore sopraffino se alleggerito di alcuni compiti offensivi. Fino al gravissimo infortunio di cui rimase vittima con Team USA, la sua abilità nella metà campo dietro non era neppure oggetto di discussione. Dopo l’infortunio ha mostrato di accusare qualche colpo ma è opportuno considerare come non siano stati secondari nella sua minor resa difensiva i dettami del nuovo coach McMillan (diversi da quelli di Vogel), né la gravosità del lavoro a cui era chiamato in attacco per permettere ai suoi Pacers di sbarcare il lunario. Insieme a Steven Adams e Andre Roberson, compone la Linea Maginot dei Thunder, quella che con l’aggiunta di Westbrook nelle giornate in cui è ispirato, dovrebbe consentire di mascherare le mancanze di Anthony. Per quanto riguarda l’ex-Knicks vado, ancora una volta, controcorrente. “È un accentratore di gioco… è un perdente… uno che guarda soltanto alle sue statistiche… non difende…” Queste sono solo alcune delle cose che si sentono dire di Anthony da quando il progetto Knicks è naufragato insieme agli scarsi risultati di questi anni. Per carità, ci sono punte di verità anche in queste affermazioni. La realtà dei fatti però ci ricorda anche che si tratta, ancora nella stagione scorsa, del decimo in classifica per punti prodotti in situazioni di tiro spot-up - con i piedi per terra – fra i giocatori che abbiano disputato almeno 50 partite e abbiano fatto registrare una media di almeno 2 possessi a partita per la specifica tipologia di conclusione trattata. I suoi 1,23 punti per possesso inseguono da vicino i punti segnati da un certo Kevin Durant (1,26) nelle stesse circostanze. Come dire, Carmelo come George sanno far male anche come rifinitori del gioco, costruito e distrutto dall’altro, e non è detto che debbano per forza iniziarlo con la palla in mano. In più, in quanti si possono permettere di spolverare il 13 e il 7 come attaccanti secondari, in situazioni di gioco rotto?

Sul resto del roster possiamo tranquillamente sorvolare, e questa rappresenta forse la nota dolente: poche squadre al via di questa stagione mostrano una panchina meno profonda dei Thunder. Saranno chiamati ad offrire un contributo extra il secondo anno Alex Abrines, il poliedrico Patrick Patterson (sarà interessante vedere gli effetti del suo impiego da 5, dal momento che un reale sostituto di Adams non è stato trovato) e l’inossidabile Raymond Felton.

Per colpa delle perplessità che accompagnano, per motivi differenti, Westbrook e Anthony, gli addetti ai lavori non sono disposti a scommettere forte su OKC, mettendola abbastanza unanimemente dietro a Warriors, Rockets e Spurs. Personalmente scommetto i miei 50 centesimi su di loro: finiranno con almeno 56-57 vittorie e daranno del filo da torcere a chiunque intenda guadagnarsi il diritto di sfidare i campioni in carica di Golden State.

Portland Trail Blazers

Per ultimare la preview dei Blazers di questa stagione potrebbe bastare un copia e incolla di quella redatta 12 mesi or sono, corredandola con un capitoletto bello grosso sul centrone bosniaco Jusuf Nurkic, acquistato da Denver il 12 febbraio scorso, una data che ha rappresentato il punto di svolta della stagione di Portland. In estate Neil Olshey, il Presidente delle basketball operations, ha a lungo flirtato con la possibilità di completare il quintetto titolare con l’arrivo di Carmelo Anthony, dato in partenza dalla grande mela. Non solo Anthony non è approdato in Oregon ma si è accasato in una rivale di Division, i Thunder, un’avversaria con la quale Portland dovrà fare i conti per replicare il risultato della scorsa stagione (che appare anche il massimo raggiungibile in questa tornata): l’accesso ai playoffs.

Carmelo Anthony, di cui abbiamo ampiamente parlato qualche riga sopra, rappresentava un incastro funzionale alla causa dei rosso-neri. Grazie alle sue capacità realizzative avrebbe offerto una possibile variante al tema tattico principale della squadra di coach Stotts, decisamente sbilanciata sulla produzione del backcourt. L’asse play-guardia Lillard-McCollum costituisce il massimo in fatto di punti segnati in coppia a cui si possa ambire nella NBA recente: i loro numeri sono in linea con quelli di alcune delle accoppiate più micidiali del passato, viene in mente su tutte la coppia West-Goodrich nell’anno del titolo ai Lakers del ’72.lillard_mccollum

Per fortuna a togliere un po’ di responsabilità ai due sopra citati è arrivato Nurkic. Nelle 20 partite in cui è stato in campo prima di fratturarsi il perone della gamba destra ha prodotto 15,2 punti con 10,4 rimbalzi, fornendo una valida alternativa agli attacchi dei suoi. Portland, che aveva cominciato la stagione stentando, in quel lasso di tempo ha ottenuto un record di 14 vinte e 6 perse, una striscia positiva che ha dato il là per la conquista dell’ultimo seed disponibile nella corsa ai playoffs. Giunto in città con la fama di giocatore lunatico e la presunta tendenza a finire fuori forma – retaggi di un passato non troppo glorioso ai Nuggets – Nurkic è riuscito a infondere fin da subito nuova linfa alla sua giovane carriera. Ha finito la stagione al primo posto nel defensive rating fra i suoi, e al secondo nel box plus/minus (un plus/minus stimato per 100 possessi e rapportato alle medie della lega.) Fintanto che ha occupato l’area dei Blazers, The Bosnian Beast ha garantito anche una buona dose di intimidazione. Con Nurkic a guardar loro le spalle in difesa e portare blocchi granitici sul perimetro in attacco, Lillard e McCollum possono vivisezionare gli avversari come sanno, in tutta tranquillità. Un problema per Stotts potrebbe essere costituito dalla coperta troppo corta nel settore guardie. La dipartita cestistica di Crabbe, per 83 milioni di buone ragioni di offer sheet, ha lasciato scoperto il ruolo in panchina. Il nuovo arrivato Morrow avrà quindi un discreto minutaggio per permettere ai titolari di rifiatare, oltre al compito di alzare la pericolosità, per la verità scarsina in tutti quelli che non si chiamino Lillard e McCollum, nel tiro da 3 punti. Anche Evan Turner sarà spostato più stabilmente nel settore guardie. Per quanto concerne le ali, abbiamo invece un discreto assortimento, con il difensore ed equilibratore di quintetti Al-Farouq Aminu, Mo Harkless, Ed Davis e il rookie Zach Collins, interessante prospetto di stretch-Big in grado di tirare da fuori e fronteggiare il canestro mettendo palla per terra. Qualcuno lo paragona come best case scenario a Serge Ibaka, qualcun altro a Myles Turner. Vedremo. Ad esser pignoli, nel roster di Portland manca forse una valida alternativa a Meyers Leonard per cambiare Nurkic.

Fatte queste premesse e venendo da una stagione con 41 vittorie e altrettante sconfitte, potrebbe essere considerato accettabile confermarsi, visto l’aumentato livello di competitività della Division e della Conference. Chissà che, con un Nurkic in più nel motore, a partire da ottobre, non si possa ambire a traguardi maggiori.

Utah Jazz

Alla fine arrivano i Jazz. Un po’ come la simpatica serie della CBS che nell’originale si intitola How I met your mother. Utah è quella squadra di cui nessuno fa menzione ma che alla fine va ai playoffs in carrozza al posto di una qualsiasi di quelle che sono state sulla bocca di tutti per mesi.

Hanno perso il loro miglior giocatore, Gordon Hayward, accasatosi nel Massachusetts, e hanno già salutato per infortunio (alla spalla) probabilmente per l’intera stagione il promettente Dante Exum, eppure non è consigliabile toglierli a prescindere dalla corsa ai playoffs. Nelle ultime due estati, i jazz hanno sempre finito per aggiungere una point guard al roster: George Hill nel 2016, Ricky Rubio adesso. Se Hill – finito a Sacramento – ben rappresentava per caratteristiche personali e tecniche il prototipo del giocatore dei Jazz, diligente, mai sopra le righe, coscienzioso, rimane difficile immaginare Rubio, con le sue improvvisazioni, in maglia Jazz. Vero che pure uno come Pistol Pete è stato un Jazz ma all’epoca giocavano a New Orleans e nello Utah Maravich è transitato per sole 17 partite. Improbabile che lo spagnolo costituisca per il GM John Hammond qualcosa di più di un semplice asset da scambiare. Meno improbabile immaginarcelo alzare lob per le schiacciate di Gobert. Proprio il francese, in contumacia Hayward, è atteso ad un ulteriore passo in avanti, quanto a responsabilità sul rettangolo di gioco. Già lo vediamo da qualche tempo dominare difensivamente sotto le plance; ancora decisamente da affinare sono invece le sue armi offensive. Al fianco di Gobzilla, questo il suo soprannome che mi piace maggiormente, il granitico Derrick Favors spera di ritrovare la continuità di rendimento persa per strada durante la scorsa regular season a causa dei ripetuti problemi fisici che ha dovuto affrontare e che non gli hanno permesso di allenarsi con serenità. La sua produzione dovrebbe tornare sui livelli di due anni fa, per colmare il vuoto lasciato da Hayward. Chi più di tutti viene indicato però come papabile successore del neo-biancoverde come punto di riferimento offensivo dei Jazz è Rodney Hood. L’ex-Duke, giunto al quarto anno fra i pro possiede tutte le carte in regola per prendere in mano le redini dell’attacco di coach Snyder. Sa colpire dalla lunga distanza ed è dotato dell’atletismo necessario per finire al ferro. Resta da vedere se abbia già toccato il suo ceiling oppure ci sia ancora spazio per sognare. Completano il roster Joe Ingles, entrato stabilmente nella rotazione, il veterano Joe Johnson e l’alterno Alec Burks, anch’egli caratterizzato da una sospetta tendenza ad infortunarsi. Per il resto sono arrivati anche due international come Jerebko e Sefolosha, se non altro per incrementare il fenomeno del melting pot fra i mormoni.utah-jazz

Appare decisamente irrealistico pensare di bissare le 51 vittorie dell’ultima stagione. I Jazz sono alla disperata ricerca di qualcuno che sia in grado di mettere continuativamente punti a referto, per non rischiare di sentire enormemente la mancanza di Hayward. D’altro canto hanno la solidità dell’impianto difensivo e la durezza mentale a cui aggrapparsi nelle notti più nere da un punto di vista realizzativo. La previsione si aggira intorno alle 41-42 vittorie, probabilmente non sufficienti però a garantire loro un viaggio alla postseason.

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Editore ENBIEILAIF - Nacho Symbolic Associazione Culturale
P.IVA - COD. FISC. 03383520545
Direttore Responsabile testata on line: Luca Fiorucci
Server Provider: Aruba
Registro Stampa Tribunale di Perugia N°9 27/05/14
Email: info@nbalife.it

© 2017 Copyright NbaLife.it, tutti i diritti riservati