Ewing+vs+CHI+G7+1994

NBA Playoffs 1994: Knicks vs Bulls

Chi, come il sottoscritto, è affetto da un’autentica malattia per il gioco, sa perfettamente che uno dei sintomi principali attraverso cui tale disturbo si manifesta con maggiore frequenza è la più che assoluta infatuazione per la caratteristica formula delle serie playoffs al meglio delle 7 partite. Cosa c’è infatti di più affascinante di una sfida fra due compagini che si protrae per un paio di settimane e che ogni due giorni aggiunge un capitolo nuovo a una trama di per sé già travolgente? Queste esprimono il ritmo martellante e il sentimento di familiarità propri delle moderne serie TV, tanto di moda al giorno d’oggi: l’attaccamento ai personaggi e l’intensità dei singoli episodi sono esattamente gli stessi nell’immaginario dello spettatore ammaliato. In taluni casi i protagonisti, giocandosi sul campo la reputazione a colpi di lancia e fragore di scudi, diventano in tutto simili ad eroi e le loro prodezze potrebbero essere raccontate con endecasillabi epici, come fossero medievali Chansons de geste.

Sarà perché, come ci ha insegnato un certo Pascoli, quando un vissuto è assimilato con gli occhi di fanciullo è più semplice prestare il fianco allo stupore e alla meraviglia e tutto sembra più bello e inarrivabile, però l’intensità raggiunta in alcune battaglie di post-season degli anni ’90 probabilmente non si è più vista dopo. Parlo nello specifico della serie di semifinale di conference, andata in scena ad est nel maggio del 1994, fra i ruvidi New York Knicks dell’ingellatissimo Pat Riley e i campioni NBA in carica dei Chicago Bulls. Tutto questo, all’indomani del ritiro di Sua Maestà, Michael Jordan, che aveva contribuito non poco alla caduta libera delle quotazioni dei rosso-neri pluri-anellati, spodestati dallo scranno di favoritissimi per essere relegati dagli addetti ai lavori al ruolo di “underdog”, condizione peraltro tutt’altro che sgradita a quella vecchia volpe di Coach Zen.

Knicks+vs+Bulls+G7+1994

Furono 2 settimane esatte in cui successe davvero di tutto. Fra una palla a due e l’altra si verificarono tutte le condizioni, anche le più improbabili, per entusiasmare il pubblico di mezza America: risse, buzzer beater, ammutinamenti, fischi arbitrali contestati e, sullo sfondo, una sana e appassionante rivalità, dopo Lakers-Celtics probabilmente una delle più accese della storia.

Ok, definirla sana forse è eccessivo. Questi si picchiavano sul serio.

Negli anni della prima tripletta dei Tori, i Knicks non l’avevano vista mai. Sempre schiaffati fuori in maggio dalle prodezze di His Airness. Adesso che il 23 non era più al suo posto, al Madison c’era chi si sfregava le mani. Nel 1994 infatti non bastava che alcuni sconsiderati malviventi in febbraio avessero sottratto dal Munchmuseet di Oslo il celebre dipinto di Munch conosciuto con il nome di L’Urlo, mentre poco più a nord – a Lillehammer – si consumava la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali. Al basket, nel torpore dell’off-season precedente, era stata sottratta la gemma più preziosa. Di MJ sappiamo tutto. Persino i muri – e non necessariamente quelli del Thalian Hall di Wilmington, North Carolina, dove è cresciuto il figlio di James e Deloris – conoscono le sue gesta. Quello che forse tanti appassionati di oggi fanno fatica a ricordare è che nel periodo di “interregno”, in contumacia Jordan, la bussola cestistica dei Bulls fece di tutto tranne che andare a sud. Specialmente nella stagione 1993-94 Chicago si fermò probabilmente ad un fischio arbitrale dall’ennesima, lunga e gratificante cavalcata nei playoffs, chissà… magari fino alla finalissima per l’Anello. Ma procediamo con ordine.

A Rough Rivalry

Nei playoffs della suddetta stagione, mentre il più grande del gioco faceva l’esterno destro per i Birmingham Barons della AA, New York si era liberata agevolmente al primo turno dei cugini meno nobili dei Nets, guidati dalla giovane combo Coleman-K.Anderson.

I campioni NBA degli ultimi tre anni invece, reduci da una sorprendente stagione da 55 vittorie e il secondo posto nella Central dietro ad Atlanta, avevano schiantato, tanto per cambiare, le speranze di Cleveland e dei vari Price, Mills e Wilkins (minore).

Si era così arrivati allo scontro annunciato, la rivincita che tutti aspettavano: quarto incrocio negli ultimi 4 anni per le due franchigie nel momento topico della stagione.

Nel 1991 fu un secco 3-0 al primo round per i Bulls. Con un piccolo sforzo, non vi sarà difficile ripescare dai meandri della memoria episodica i fotogrammi della poderosa schiacciata di Jordan sulla testa di Ewing, dopo un elegante balletto, degno del miglior Alberto Tomba (per restare in tema di Lillehammer), con partenza a sinistra, virata verso destra e poi di nuovo a sinistra sulla linea di fondo.

Una danza, quella del 23, condita con una discreta esitation che aveva mandato al bar i malcapitati Starks e Oakley.

L’anno successivo, la corsa di New York si era arrestata, sempre con Chicago, ma in semifinale di conference. In questa circostanza una caviglia disgraziatamente giratasi non aveva impedito a un commovente Ewing di segnare 27 punti e portare a casa gara 6. Nella settima ed ultima però, dopo una scaramuccia verbale con Xavier McDaniel, Jordan decise di prendere in mano i giochi e di metterne 42 a referto.

Prima della stagione 1992-93, nel tentativo di compiere il decisivo passo in avanti, necessario per sbarazzarsi una volta per tutte di Pippen e compagni, New York si rifece il look: via Mark Jackson, Xavier McDaniel e Gerald Wilkins e festoni di benvenuto per Doc Rivers, Charles Smith e Rolando Blackman. Pronto a scatenare l’inferno dalla panchina, per il secondo anno consecutivo, il sosia di Michael Douglas, l’immarcescibile Pat Riley. In una finale di conference ad est fra le più dure che si ricordi, i Knicks con le facce da subito cattive si portarono avanti 2-0.

starks_on_grant

La cartolina delle prime due gare al Madison, anche questa sicuramente di vostra conoscenza, è senza dubbio la prepotente schiacciata mancina di Starks sopra Grant e Jordan. Sì, il piccolo grande John Starks, “Feast or famine”: abbondanza o carestia, come lo soprannominò il suo coach all’epoca e non mi sembra che ci sia bisogno di aggiungere alcunché.

Jordan, Pippen e gli altri, di ritorno nella città del vento, ritrovarono tutto insieme il sacro fuoco delle gloriose campagne per l’anello delle stagioni precedenti. In un amen ribaltarono la serie: 4-2 Bulls alla fine.

Come detto, la sfida fu senza esclusione di colpi. Da un lato i Knicks cercavano di onorare la reputazione che avevano messo su con fatica e sudore di squadra “dirty”, dall’altro i campioni, orgogliosi più che mai, non facevano un passo indietro. Celebri sono rimasti gli scontri faccia a faccia di Starks con Pippen, di Ewing con Stacey King e ancora di Starks con Jordan, nonché i 4 tiri consecutivi da distanza ravvicinata sbagliati da Charles Smith nelle battute finali di gara 5. Scottie Pippen, uno che due o tre cosine nella Lega tende ad averle viste, disse:

«Quella non era una squadra come tutte le altre con cui abbiamo giocato. Era una squadra con la quale abbiamo costruito 3/4 anni di rivalità e odio.»

Playoffs NBA 1994: Eastern Conference Semifinals

Veniamo quindi alla famigerata serie del 1994. I primi due episodi al Madison ebbero un andamento piuttosto simile, con l’affermazione di misura dei padroni di casa, decisi più che mai a sfruttare l’assenza di Jordan per vendicare le cocenti sconfitte, patite in precedenza. In entrambi i casi, i Bulls erano andati avanti all’inizio per poi farsi recuperare tutto il vantaggio negli ultimi quarti, quando la difesa di Riley alzava con decisione i toni della radio.

Lo strapotere sotto canestro di New York era stato piuttosto evidente, così come l’impotenza della batteria di lunghi formata da Cartwright, Longley e Scott Williams al cospetto del giamaicano col 33.

A niente poi era valso il tentativo Zen di Phil Jackson di scacciare la tensione dalla testa dei suoi, cancellando l’allenamento e organizzando al suo posto una gita distensiva sullo Staten Island Ferry, il traghetto turistico fra l’isola di Manhattan e Staten Island.

Nella seconda ed ultima puntata entriamo nel vivo della serie, con la rissa di gara 3, il tiro all’ultimo secondo di Kukoc e il discusso fischio di Hollins sul tiro di Hubert Davis in gara 5 che permise a New York di avere finalmente la chance di vendicare tanti anni di vacche magre.

(Continua…)

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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