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Playoffs 2018: Warriors – Pelicans

GOLDEN STATE (58-24) VS NEW ORLEANS (48-32)

Se i Playoffs NBA fossero una saga televisiva in episodi e stagioni, il 25 Aprile 2015 allo Smoothie King Center di New Orleans sarebbe certamente comparso sul sipario del primo turno della Western Conference la proverbiale profezia del “to be continued…”.

In questi tre anni, però, tanto è cambiato sotto il sole della Baia, quanto per i paraggi della Big Easy.

Quei Warriors erano lanciati come schegge impazzite verso la conquista di un titolo tutt’altro che aspettato ad inizio stagione, mentre in Louisiana già imperversava lo swing inarrestabile di un ventunenne Anthony Davis, All-NBA Team al termine della stagione e quinto assoluto in quella corsa verso l’MVP che avrebbe regalato agli annali il primo alloro di Steph Curry.

Molto è cambiato, dicevamo, seppure una delle due novità più altisonanti rispetto a tre anni addietro non figurerà nemmeno in questo secondo capitolo dell’avventura dei Pelicans attraverso la post-season 2018. Stiamo parlando di DeMarcus Cousins, costretto a chirurgia di riparazione del tendine d’Achille, convalescenza e riabilitazione dal 27/01/18 fino al termine dell’estate. Dall’altro lato, invece, non mancherà l’altra grande novità rispetto ai primattori del 2015, Kevin Durant, reduce da una stagione da 26.4 PPG, 6.8 REB e 5.4 AST in 68 gare giocate. Proprio quel Kevin Durant che tre anni orsono fu costretto ad assistere dal divano di casa alla serie tra GS e NO, escluso a causa degli scontri diretti in RS, nonostante la parità in termini di record generale (45-37) nel confronto con i Pelicans.

In realtà i cambiamenti rispetto all’ultimo confronto in PO tra le due franchigie vanno ben oltre le superstars. Sul fronte roster, se guardiamo in direzione Oakland, ritroveremo in campo Thompson, Green, Iguodala e Livingston, mentre sulle sponde del Mississippi saranno Holiday, Ajinça, il redivivo Okafor a tenere alta la bandiera dei reduci. Holiday, dicevamo. Quel Jrue Holiday (ex della serie assieme a Ian Clark) troppo spesso sottovalutato e troppo presto gettato nel dimenticatoio. Quello stesso Jrue che nel recente (e sorprendente) sweep ai danni dei Trail-Blazers ha fatto registrare 27.8 PPG conditi da 6.5 assist e 4 rimbalzi di media, tirando quasi il 57% dal campo e ingabbiando in una serie di prestazioni difensive leggendarie Damian Lillard.

Se per i Californiani è rimasta inamovibile la guida tecnica di coach Steve Kerr, a N’Awlins dalla stagione 2015/2016 il timone è passato dalle mani di Monty Williams a quelle di Alvin Gentry, alle prese con la prima annata in Louisiana con record positivo e qualificazione per la PS (l’anno scorso fu un deludente 34-48, con solo 4 vittorie in più rispetto all’anno precedente).

Paradossalmente, però, la novità più eclatante in questa introduzione da amarcòrd in chiave Playoffs risponde proprio al nome di Anthony Marhson Davis Jr., capace di trascendere i clamori, le critiche e i dubbi di qualche analista poco accorto, crescendo in maniera impressionante dopo l’infortunio di Cousins per trascinare l’intera NOLA alla vigilia di queste Semifinali di Conference dall’esito tutt’altro che scontato. Ancora una volta, come un moderno Enea cestistico, l’ex-Wildcat con la squadra sulle spalle. Questa volta, però, un po’ meno solo (“e se Cousins…”)

SEASON SERIES

I confronti stagionali tra Warriors e Pelicans sono stati in totale quattro, con la possibilità per entrambe le squadre di giocare due partite tra le mura amiche. Complessivamente la serie direbbe 3-1 Golden State, con un computo finale di 483-456. Ma attenzione, perché l’unica vittoria di NOLA è arrivata proprio nel match più recente, alle porte della post-season, il 7 Aprile 2018 sul parquet dalla Oracle Arena (126-120, con un Davis da 34 punti, 12 rimbalzi e 4 assist in grado di piegare un KD da 41, 10 e 5).

Negli episodi precedenti, come detto, tutti a marchio GSW: il 20 Ottobre 128-120 (con Thompson e Curry sugli scudi, nonostante i 70 punti equamente distribuiti tra AD23 e Cousins), il 25 Novembre 110-95 (ancora gli Splash Brothers ad imporsi su un Davis a 30 e 15 e un Holiday da 24 punti) e il 7 Dicembre 125-115, in assenza di Davis (Curry 31 pt, 11 ast, 5 rim, exploit di E’Twaun Moore con 27 punti a supportare i 34 di Jrue Holiday).

Analizzando i dati maturati durante i quattro incontri, risalta un elemento: i Pelicans quest’anno hanno patito la Oracle Arena molto meno della maggioranza delle altre quadre NBA, riuscendo a migliorare le proprie percentuali dal campo e dalla linea della carità rispetto a quanto avvenuto in casa (48.5% vs 47.6% e 73.3% vs 62.2%), collezionando in media più assist (31.5 vs 29.5) e producendo un miglior +/-, seppur rimanendo in negativo (-4.5 vs -9.0). Nell’unica vittoria ottenuta, i giocatori di Gentry hanno tirato con il 56.3% dal campo e il 40.7% oltre l’arco (45.4% e 40.6% nelle tre sconfitte), con 39 assist (27.7 di media nei primi tre confronti) e un +/- pari a 6.0 (-11.0 di media nelle 3L).

Insomma, pensare che il fattore campo possa eventualmente essere, almeno per un segmento della serie, ribaltato è tutt’altro che un’idea peregrina.

COME CI ARRIVANO

Diciamoci la verità, nonostante la strepitosa stagione dal post-ASG in avanti da parte di Anthony Davis, questi Pelicans, privati precocemente della co-star Cousins, mettevano piede nella PS non esattamente da favoriti per la conquista delle Semi-Finals della Western Conference. E invece è successo, per la gioia non solo della città del blues, bensì anche di coach Gentry e del GM Dell Demps, in aria di conferma in vista della prossima stagione.

The Brow ha giocato da MVP assoluto della prima serie di Playoffs, Rondo è entrato in quell’etereo stato iperuranico a cui hanno accesso solo pochi veterani, mentre Holiday, tornato sul parquet dopo una complessa fase familiare, ha scelto il momento più importante dell’anno per confermare, sotto lo sguardo dell’intero universo cestistico, la propria efficienza su ambo i lati del campo e la propria duttilità tecnica e tattica. Nella serie contro Portland, i beniamini della Louisiana hanno messo a segno 114.5 punti di media (125.0 allo Smoothie King Center, 104.0 sotto i riflettori del Moda Center) tirando con il 52.2% dal campo (55.2% in casa, 49.4% fuori) e il 40% da 3 punti (38.5% tra le mura amiche, 41.7% in Oregon), con una media di 26.5 assist e dominando sotto i tabelloni (43.3 rimbalzi di media), anche grazie alla scelta rivedibile di Stott di non rafforzare il quintetto con maggiori centimetri a protezione del ferro per ampie parti della serie.

Golden State, dal canto suo, arriva da una serie condotta in scioltezza contro gli Spurs di Popovich-Messina, prevalendo sui Nerargento anche in quella gara 5 che potremmo di qui a qualche mese ricordare come l’ultima apparizione nella Lega del mai domo Manu Ginobili. Big Three e compagni hanno fatto registrare nei cinque confronti tra la Baia e l’Alamo una prestazione difensiva in linea con le aspettative, tenendo l’asfittico attacco degli Spurs al di sotto dei 100 punti di media (96.8 PPG), con Thompson (22.6 PPG, 51% da 3 punti) e Durant (28.2 PPG) a guidare l’attacco.

MATCHUP

Il predestinato all’annoso ruolo di contenzione difensiva di Davis sembrerebbe essere nient’altri che Kevin Durant, probabilmente coadiuvato da Iguodala e/o Green. KD ha già dimostrato più volte in passato le proprie abilità di rim protector anche al cospetto di giocatori con più centimetri e più chili da spendere sotto le plance. Il punto è che in questa serie si troverà di fronte un giocatore caleidoscopico, capace di alternare gioco in post, presenza in pitturato, tiro dalla media e da oltre l’arco, con un’efficienza che ha sfiorato il 60% dal campo nella serie precedente, raggiungendo anche il 30% da 3 punti. Che il nativo di Washington D.C. possa, anche grazie all’aiuto dei due citati in precedenza, limitare AD è possibile e, anzi, in differenti frangenti sarà più che probabile, ma quanto costerà tale impegno difensivo alla superstar in maglia numero 35 sul fronte opposto del campo? Quante energie avrà da spendere, soprattutto nei minuti finali di partita? In questo conterà molto il lavoro di coach Kerr nel riuscire a ridistribuire il costo in termini di minuti e forze richiesto dalla difesa sul 23 dei Pelicans.

Non va inoltre dimenticato il supporting cast al servizio di Davis, con Mirotic e Moore ad aprire il campo e Holiday e Rondo a giocare in 1vs1 verso il ferro (o eventualmente jump shot per Jrue) e l’opzione penetra-scarica o palla dentro/alzata per The Brow (di sicuro, però, in questa serie vedremo molti meno alley-oops a riempire gli highlights di fine partita per i NOP).

L’altra chiave difensiva, dunque, per i Warriors, sarà il lavoro sul backcourt di Gentry, riuscendo non solo a limitare il potenziale offensivo di Holiday, bensì cercando al contempo di sedare il lavoro di Rajon Rondo in cabina di regia e in produzione per i compagni. Dando un’occhiata alle statistiche stagionali di New Orleans, risulta infatti chiaro come divenga cruciale la voce “assist”. Quando gli uomini della Big Easy riescono a generare gioco e muovere la palla, vedono aumentare le proprie chance di vittoria, differentemente, quando limitati sotto quest’aspetto, la musica si fa ben diversa. Pressione dunque sulle spalle di Klay Thompson, Andre Iguodala e Quinn Cook, chiamati ad un impegno in questo senso ben superiore rispetto a quello richiesto nel confronto con le guardie di San Antonio.

X FACTOR(S)

Golden State dovrà riuscire ad imporre il proprio dominio oltre l’arco, costringendo Davis lontano da canestro in fase difensiva, facendo soffrire Nikola Mirotic e costringendo le guardie dei Pelicans agli straordinari. Sarà altresì cruciale per la Baia riuscire a contrastare il lavoro sotto canestro dei lunghi avversari, soprattutto in fase difensiva, potendo in tal modo correre il campo, macinare punti in transizione e costruire gioco in contropiede, mettendo New Orleans all’angolo nelle proverbiali fasi di cinica entropia che ha segnato i successi di Iguodala e compagni negli ultimi anni.  Saranno dunque chiamati a supportare la causa anche i vari McGee e Looney, il cui inserimento e la cui efficacia nelle rotazioni potrebbe essere una delle chiavi per Kerr e Brown nel susseguirsi dei minuti.

Dal canto suo, Gentry, proverà a far soffrire Durant e compagni sotto canestro, senza cadere nell’errore di abbassare il ritmo, potendo contare sul miglior PACE della Lega (100.5, dall’altro lato GSW quinti in questa speciale classifica con 99.6). Il supporto offensivo e difensivo offerto dai compagni a AD23 nella serie contro Portland riuscirà a confermarsi anche in queste Semi-Finals?

X STATS

I key numbers in avvicinamento alla serie:

 

  • 12 - quando Rajon Rondo è riuscito a realizzare almeno 12 assist nell’arco dei 48 minuti di gioco, i Pelicans sono stati pressoché invincibili nel corso del 2017/2018. L’ex-Celtics ha realizzato almeno 12 assistenze 17 volte in questa stagione, includendo anche le quattro partite contro Portland, portando i Pelicans alla vittoria in ben 15 partite;

 

  • 29 - quando il team di Gentry riesce a produrre almeno 29 assist tende a polarizzare su di sé il favore degli dei del basket. 22-6 il record di vittorie nei 28 match stagionali in cui New Orleans ha raggiunto quota 29 in questa specifica statistica;

 

  • 110 - delle 24 sconfitte stagionali 17 (70.8%) sono arrivate quando i GSW hanno concesso 110 o più punti agli avversari. Allo stesso modo 21L (87.5%) sono state maturate allorché l’attacco di coach Kerr abbia messo a segno meno di 110 punti.

X HOMECOURT

Che i Warriors alla Oracle Arena siano squadra tutt’altro che facile da battere lo dicono non tanto i numeri stagionali (equilibrio perfetto Home vs Road: 29W e 12L in entrambi i casi, con una produzione pressoché uguale in termini di punti: 113.1 vs 113.8), quanto la storia recente della franchigia.

Per i New Orleans Pelicans il discorso è assai similare, se contiamo che in questa stagione il record ottenuto allo Smoothie King Center (24-17) è identico a quello registrato su campo ostile. Attenzione perché la similarità in termini statistici nel confronto Home vs Road per i ragazzi della Louisiana (113.3 vs 110.1 ppg, 49.7 vs 47.0 FG%, 35.2 vs 37.2 3P%, 1.5 vs 1.1 +/-) potrebbe dirci qualcosa di più: partire con lo svantaggio del fattore campo potrebbe non per forza condizionare la serie, come dimostrato dall’ultimo confronto diretto in RS (126-120 NOP @Oakland).

HISTORY SERIES

Dacché i Pelicans esistono in quanto tali (stagione 2013-2014) hanno raggiunto i playoffs una sola volta (2015) uscendo al primo turno (4-0) nella già citata serie proprio contro i GSW, poi destinati a conquistare il Larry O’Brien Trophy superando 4-2 i Cavs di LeBron James.

In quelle quattro partite brillò per i Californiani la stella dell’MVP stagionale Stephen Curry con 33.8 punti di media, 7.3 assist e 5.3 rimbalzi (da non dimenticare anche la grande serie di Klay Thompson, 25 ppg tirando il 48.5% da 3 punti), mentre sul fronte opposto l’eroe designato Davis chiuse con 31.5 ppg, 11 rimbalzi e il 54% dal campo. Attorno al faro della Big Easy, davvero poco in quell’occasione, a parte Eric Gordon (18.5 ppg con quasi il 41% da 3 punti). All’epoca militava già tra le fila dei NOP Jrue Holiday, ex-Warriors, non esattamente dentro la serie, sicuramente non quanto lo sarà in questa nuova edizione dello scontro.

Per la cronaca, dal 2013 ad oggi le due franchigie si sono fronteggiate in 26 occasioni, con 24 vittorie del team allenato da Mark Jackson prima, da Steve Kerr poi.

PRONOSTICO

Warriors – Pelicans 4-2

Saranno necessari i migliori Durant, Thompson e Green su ambo i lati del campo per permettere a questi Warriors privi di Curry di prevalere sugli uomini di Gentry.

Che Anthony Davis sia destinato ad una grande serie è cosa scontata, molto invece passerà dalle mani dei quattro alla corte del 23, ovvero Rondo, Holiday, Mirotic e Moore.

Occhio a Quinn Cook, possibile sorpresa in queste Semi Finals di Conference.

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Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

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