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Playoffs 2018: Thunder – Jazz

Oklahoma City Thunder (48-34) vs Utah Jazz (48-34)

Secondo molti pareri, più e meno illustri, è la serie di primo turno dal pronostico più incerto, perché combattuta. Bene, fatemi capire perché. Si tratta di due squadre, Thunder e Jazz, che, nelle condizioni in cui arrivano alla post season, non si sono mai incrociate, nemmeno da lontano. Sono le numero 4 e 5 ad ovest. D’accordo. Ma mai come quest’anno la distribuzione dei seed dallo slot 3 al 9 è stata così rocambolesca: 2 sole partite di distanza hanno separato il record di Portland, terza, da quello di Minnie, ottava, ovvero le 6 rappresentanti dell’ovest che non vinceranno l’anello. Perdonate lo spoiler. Anche se – è risaputo – la squadra del destino, la Dallas del 2011 per intendersi, è sempre dietro l’angolo, nello sport più bello del mondo. Curioso invece il fatto che, una volta che Westbrook e compagni si sono liberati di Memphis all’ultima giornata, nel marasma delle combinazioni possibili i Thunder avrebbero potuto incontrare soltanto i Jazz, da quarti contro quinti in caso di vittoria con Portland della banda Snyder, da sesti contro terzi in caso di sconfitta. Come dire, era scritto nelle stelle. Forse perché da quando Clay Bennett ha privato la città del grunge della possibilità di godere di una squadra di basket pro, le due franchigie non si erano mai sfidate a questo punto della stagione.

Fatta la dovuta premessa, siamo di fronte comunque a una serie dotata di grande fascino: da una parte la sublimazione del concetto di star power, dall’altra esecuzione e atteggiamento al servizio del bene più alto della squadra.

La serie in stagione

Il computo dice 3-1 Thunder. Ma oltre a una mera questione di punteggio (seppur dirimente per la classifica avulsa) non rivela assolutamente nulla. L’ultimo incontro fra le squadre è datato 23 dicembre. Finì 103-89 per OKC. Coach Donovan poteva ancora contare sull’apporto difensivo di un integro Roberson e dal pino dei Jazz si alzavano Hood, Sefolosha e Iso Joe. Persino Alec Burks rientrava ancora nelle rotazioni. Ma quel che più conta, l’altro Donovan – il rookie meraviglia Mitchell – era agli albori della sua debordante stagione, Ricky Rubio proseguiva nel non banale inserimento in una squadra dal basso numero di possessi e Rudy Gobert osservava i compagni infortunato. Il centrone di Utah, probabilmente il vero fattore X della serie (lo vedremo), ha giocato soltanto 59 dei complessivi 192 minuti delle quattro sfide. Dal canto loro i Thunder erano nel bel mezzo della prima delle molteplici metamorfosi della stagione: da squadra caparbia in difesa ma incapace di segnare con continuità nelle prime 20 gare di regular season (8-12 il record; 102,8 punti segnati ogni 100 possessi) iniziava ad amalgamare le pronunciate individualità presenti.

Come ci arrivano

I Jazz arrivano alla post season come una delle squadre più in forma, se non la più in forma dell’intero lotto. Dal 24 gennaio, ovvero 3 partite dopo il rientro dall’infortunio di Rudy Gobert, hanno messo insieme il secondo miglior record della lega, dietro a Houston: 29-6. Sempre nello stesso lasso di tempo hanno concesso agli avversari in media 96,5 punti ogni 100 possessi, praticamente nulla. Il net rating è ancora più impressionante, il loro +12,0 non ha eguali nella NBA del 2018: segno che anche l’attacco ha iniziato a girare al meglio. Rubio è finalmente a suo agio nei panni di direttore d’orchestra, Mitchell ha inanellato una serie di record da far impallidire il ricordo delle stagioni da rookie di alcuni dei più grandi giocatori del recente passato; da inizio febbraio, complice il repulisti di Cleveland, Snyder ha un Crowder in più nel motore, con cui cambiare anche i più statici Favors-Gobert e modellare quintetti diversi, adatti ad ogni occasione. Paradossalmente arrivano all’incrocio con OKC di domenica sera con un po’ di amaro in bocca, visto lo scivolamento al sesto seed dei playoffs dell’ovest, a causa della sconfitta nello spareggio con Portland ma soprattutto della partenza a handicap: 19-28 fino al 24 gennaio.

I Thunder invece sono stati probabilmente la squadra meno costante del campionato. Sono partiti 8-12 mostrando un attacco disfunzionale e una difesa granitica. Sembravano aver trovato finalmente la quadra, quando fra inizio dicembre e fine gennaio hanno vinto 21 delle 29 partite giocate, aggiustando le proprie statistiche offensive: 109,9 punti segnati ogni 100 possessi. Quindi la rottura del tendine rotuleo del ginocchio sinistro del meno attaccante di tutti, Roberson, ha scombinato nuovamente i piani di Billy Donovan. Da quel 27 gennaio è stato un continuo esperimento. Difficilmente si ricorda un altro coach, costretto a provare così tanti lineup e soluzioni alternative come l’ex-Gators. Forse nemmeno lo Spoelstra post-LeBron. Allora fuori Roberson per la stagione, dentro il rookie Terrance Ferguson. Fuori Ferguson, dentro il terzo anno (si fa per dire…) Huestis. Ma neppure questo cambio convinceva Donovan. Per un breve periodo di tempo, a fine febbraio, si sono aperte le porte del quintetto a Sì Señor, Alex Abrines. Soltanto l’arrivo di Corey Brewer, forse il più insospettabile degli upgrade, ha conferito ai Thunder una nuova, diversa identità: dal 3 marzo 11 W e 7 L, con una difesa tornata su livelli accettabili, dati i 105,8 punti concessi agli avversari ogni 100 possessi. Come si può vedere quindi, all’interno della stagione dei Thunder vi sono state molteplici micro-stagioni diverse. OKC entra nei playoffs cavalcando una striscia di tre vittorie, frutto soprattutto del colpo di reni finale che ha portato a un inaspettato (a un certo momento) quarto posto con relativo vantaggio del fattore campo.

Matchups

Gli Utah Jazz sono forse il cliente più scomodo per i Thunder. Dato il loro stato di forma attuale, lo sarebbero in realtà anche per molte altre compagini. Poter disporre di un albatross del pitturato come Gobert significa avere, sulla carta, l’antidoto per l’unica certezza della stagione dei Thunder: il pick&roll Westbrook-Adams. Per tutto l’arco delle 82 gare, ognuna delle versioni diverse di OKC che abbiamo ammirato ha avuto un’unica, costante, exit strategy. Ogni volta che l’attacco disegnato da Donovan veniva disinnescato, si ricorreva a questo gioco. Complice la presenza di un altro duro come Favors, Utah è seconda per punti concessi in area agli avversari: soltanto 41,8 a partita. In più, grazie al senso superiore della posizione e alla perseveranza di Adams, i Thunder hanno avuto sotto forma di rimbalzi offensivi un sacco di seconde possibilità per correggere soluzioni precedenti, frutto di scelte affrettate o tiri forzati. I 5,1 rimbalzi offensivi in media di Adams sono pura fantascienza. Oklahoma City in generale ha concluso al primo posto nella percentuale di rimbalzi offensivi disponibili catturati per la terza stagione consecutiva. Ecco, Utah dal 19 gennaio, la data del rientro di Gobert, cattura l’80.8% dei rimbalzi orbitanti intorno al proprio tabellone, una percentuale che se estesa a tutta la stagione li avrebbe proiettati in testa alla relativa graduatoria, davanti a Charlotte.

Gran parte dell’esito della serie dipenderà dalla capacità dei coaching staff di portare gli avversari al di fuori della loro comfort zone. L’ala forte titolare dei Thunder è Carmelo Anthony, quella dei Jazz Derrick Favors. Si tratta di due filosofie completamente differenti. Anche qui però, mentre Donovan ha cambiato spesso in stagione Melo con lunghi o mezzi-lunghi comunque perimetrali, vedi Patterson, ma anche Jerami Grant, mantenendo la stessa idea di gioco, Snyder può pescare dalla panchina un 4 tattico come Crowder per correre sulle piste di avversari che sono più propensi a stazionare lontano dal canestro. Allo stesso modo, Crowder, ma anche Exum, può essere impiegato in marcatura sull’altra superstar dei Thunder, Paul George. Il duello da copertina sarà ovviamente quello fra Westbrook e Mitchell, fra l’uomo capace di concludere la seconda stagione consecutiva in tripla doppia di media (25,4/10,1/10,3) e il primo rookie dai tempi di Melo – guarda il caso – a guidare la propria squadra ai playoffs segnando almeno venti punti di media (20,5.) Sul piano tattico, è ipotizzabile tuttavia vedere molti minuti di Rubio su Russell, almeno all’inizio, con Brewer o, più facilmente, PG13 sul re degli schiacciatori. Che l’ultimo trionfatore dello slam dunk contest sia anche il recordman di triple mai segnate in stagione da un rookie (187) è soltanto un dettaglio.

Da quando The Drunken Dribbler (curioso soprannome di Brewer) è arrivato in Oklahoma, la sua nuova squadra ha visto aumentare il già buonissimo dato dei punti da turnover e quello relativo ai canestri segnati in generale in contropiede: da 15,2 a 17,1. Proprio sull’ex-Lakers esiste un gigantesco punto di domanda: sarà presente al via? Una distorsione al ginocchio gli ha impedito di allenarsi. Stesso discorso per Abrines, ancora day-to-day per via del protocollo NBA destinato alle vittime di traumi cerebrali. Tra i Jazz mancherà soltanto Sefolosha.

X Factor(s)

Il fattore chiave della serie potrebbe essere – ne abbiamo già parlato – l’impatto di Gobert. Curiosamente la svolta della carriera del francese è legata proprio ai Thunder: fu la trade che portò nel febbraio 2015 Kanter a OKC a liberare lo spazio necessario per lo sviluppo di Rudy nella frontline dei Jazz. Adesso, 3 anni più tardi, Presti e soci potrebbero davvero finire per rimpiangere quel momento. In stagione quando Gobert è stato fuori, Utah ha avuto un rendimento balbettante: 11 W, 15 L il record. Diventa vitale per i Thunder cercare di tenerlo il più possibile lontano dal pitturato, anche col rischio di sacrificare la produzione in termini di punti e rimbalzi offensivi di The Big Kiwi. D’altro canto la fortuna dei Jazz passerà necessariamente da quanto Snyder riuscirà ad allestire una difesa in grado di trasformare gli avversari in un jump shooting team. In special modo potrebbe far virare la serie dalla parte dei mormoni il fatto di portare Westbrook a intestardirsi, mettendosi in proprio e prendendo molti tiri in arresto e tiro, senza coinvolgere i compagni. Nonostante la buona disponibilità del coach a disegnare lungo la stagione giochi offensivi, anche diversi, in grado di coinvolgere molti giocatori in campo, non di rado si è visto finire le azioni dei Thunder con una serie di isolamenti a turno delle proprie stelle: 2 Westbrook, 1 George, 1 Melo, in una successione quasi regolare, oltre che ripetitiva. Il 10.5% dei possessi della squadra di Donovan è rappresentato da isolamenti, un dato inferiore solo a quello dei Rockets. La differenza, netta, con i texani (ma in generale anche con le altre squadre da isolamento) sta nell’efficacia di tali giochi: solamente 0,82 punti per possesso in situazione di isolamento. Per Harden e compagni sono 1,12. Snyder possiede le capacità tecniche oltre che la disponibilità di uomini per indirizzare la serie su questo binario, a lui favorevole. È altresì vero che nei playoffs, at the end of the day – si dice – conta avere in campo le superstar. E qui il divario gioca decisamente a favore dei Thunder. Ma mentre Paul George appare a questo punto della stagione inserito in modo quasi complementare al fianco di Westbrook (le 244 triple segnate sono il massimo in carriera, mentre il dato delle palle perse è il minore dalla stagione 2011-12), Anthony è rimasto un oggetto estraneo alle logiche della squadra, dall’apporto ondivago e troppo legato a – sempre più rare – esplosioni realizzative.

Alla luce di queste considerazioni, dico Jazz in 6.

Un po’ di storia…

Le due squadre non si sono mai incontrate nei playoffs, a meno che non si voglia considerare la precedente vita dei Thunder come Seattle Supersonics. Volendo compiere questo sacrilegio, possiamo scomodare la stagione 1995-96 per ritrovare un precedente illustre: si giocavano le Western Conference Finals fra la #1 Seattle e la #3 Utah. Era lo scontro per antonomasia fra i migliori binomi 1-4, intesi come asse play-ala grande, della lega: i giovani e rampanti Payton e Kemp contro i più maturi ma irriducibili Stockton e Malone. Seattle veniva da due stagioni da, rispettivamente, 63 e 57 vittorie, concluse entrambe con l’eliminazione a sorpresa al primo turno. Erano più che mai decisi a continuare un cammino finalmente all’altezza. Nella serie che garantiva un posto alle finals, si portarono sul 3-1 ma persero gara 5 in casa all’overtime, nonostante i 31 punti del Guanto. Quindi sprofondarono sotto 35 punti di disavanzo nella successiva gara 6, a Salt Lake City. Il solito immarcescibile Malone ebbe nella serie cifre da capogiro: 27 punti e 11,6 rimbalzi di media. Ma nella decisiva gara 7 fu Seattle a spuntarla in un finale tirato, col punteggio di 90-86, grazie ai due liberi realizzati da Kemp (26+14 alla fine) da una parte e ai due mattoni scagliati dalla lunetta dall’altra da un impreciso Postino.

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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