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Playoffs 2018: Rockets-Warriors

HOUSTON (65-17) VS GOLDEN STATE (58-24)

Ci siamo.

Eccoci a quell’epilogo che tredici mesi fa a Ovest sembrava già inesorabilmente inciso nelle agende e nei playoffs bracket di analisti e appassionati di tutto il globo. Con Tommaso Madriani proveremo a raccontarvi quella che potrebbe essere la serie più avvincente di questi Playoffs 2018.

Nonostante gli strenui sforzi di Donovan Mitchell e Anthony Davis nei precedenti paragrafi della post-season 2018, la finale della Western Conference sarà tra le predesignate Houston e Golden State, in un’eco che, secondo alcuni, già sussurra di titolo (ai posteri l’ardua sentenza…).

La storia dell’ormai imminente scontro fratricida sulle sponde del Pacifico affonda le proprie radici tra le lande desolate del Giugno 2017, a quindici giorni di distanza dai vividi fotogrammi di una Oracle Arena ormai vuota, eppure ancora pervasa dall’eco della vittoria, dall’odore di champagne e da qualche coriandolo nascosto nelle fessure tra i seggiolini.
Le ragioni di queste finali di Conference, infatti, ritrovano il proprio seme in una diatriba manichea che potremmo riassumere andando a ripescare e reinterpretare le parole di un vecchio spot a marchio Jordan: “I got something more important than courage, I got patience”.

Ebbene, mentre l’estate scorsa molti general manager NBA si affidavano all’incontrovertibile assunto jordaniano, scegliendo di continuare una lenta opera di edificazione in attesa del declino della parabola Warriors, 165 miglia a est di Austin e 250 miglia a sud di Dallas le teste d’uovo di Fertitta, sotto l’egida di Daryl Morey, avevano già iniziato da tempo a tramare all’ombra della Space City. Il 28 Giugno l’Associated Press annuncia: “LA Clippers trade Chris Paul to Houston Rockets”. Il messaggio è fin troppo chiaro. Il guanto di sfida è lanciato. Le punte delle stilografiche dei cronisti cominciano a vomitare inchiostro freneticamente, le dita picchiettano nevrotiche sui tablet aziendali in una pioggia di tweet, i redattori di mezza America si trincerano dietro le scrivanie delle proprie residenze estive, mentre qualche signora in nero viene lasciata ad aspettare tra le penombre di una camera del Ritz di Olympic Boulevard o al tavolo del Commis di Oakland. È già finito il tempo degli allori. È il principio dell’ennesima Iliade dell’Ovest. È il nuovo “cantami, o diva…” della National Basketball Association.

Da un lato gli Hamptons Five, affiancati dagli stessi militi ignoti del 2017 con l’eccezione di Quinn Cook e Jordan Bell, uniche novità rispetto alla passata PS, dall’altro un roster disegnato appositamente per l’occasione in ogni movimento di mercato compiuto con precisione maniacale tra la finestra estiva e quella invernale. Quattro volti nuovi tra i dieci giocatori di rotazione a disposizione del coaching staff texano rispetto all’ultima edizione dei Playoffs. Dunque non solo Chris Paul, con lui anche P.J. Tucker, Luc Mbah-a-Moute e Gerald Green ad avallare la causa della compagine di Harden.

La perfetta metafora di questa serie potrebbe essere l’uroboro: un serpente ritorto su se stesso nell’atto di divorare la propria coda. La fine che si annulla nell’inizio, il potere che divora e rigenera se stesso, l’eterno ritorno. E dunque Harden vs Durant, il gregario d’eccellenza contro il predestinato ai tempi di OKC, Paul contro Golden State, quel Paul che fece dei Clippers l’ultimo team ad aver sbarrato la strada per le Finals ai Warriors dal 2014 ad oggi, D’Antoni contro Kerr, ovvero lo small-ball ante-litteram contro la sua versione contemporanea in un amarcòrd dal sapore d’Arizona che troppo facilmente riporta alla mente i Suns di cui il primo fu head coach e il secondo GM. Ma non solo. Di nuovo HOU-GS, riedizione di quelle Western Conference Finals 2015 che avrebbero preannunciato la trilogia della Baia.

Alle porte di una serie tanto attesa, quanto dibattuta, il vecchio adagio Destino contro Dinastia è fin troppo scontato. Soprattutto perché quest’anno il Destino sarebbe dovuto arrivare da Est tra le folate del vento del Massachusetts, mentre quel che ne rimarrà, Rozier e Tatum permettendo, molto probabilmente non sarà che un grande “if…” sospeso almeno fino alla post-season 2019.

E dunque, eccoci, ancora una volta nella mischia, nell’ultima battaglia tra le polveri dell’Ovest.

Citando Draymond Green alle porte della serie: “Now you’ve got to play the game. You wanted us, now you’ve got us.”

SEASON SERIES

I duelli in regular season tra la Baia e Bayou City sono stati complessivamente tre tra il tip-off del 17 Ottobre 2017 e la sirena finale del 20 Gennaio 2018, con un’unica W californiana nel secondo dei tre atti stagionali, il 04/01/2018, in assenza di Harden e Durant (124-114 @Toyota Center, 57 punti per gli Splash Brothers e un Draymond Green da 17 punti, 10 assist e 14 rimbalzi). Sedici giorni più tardi, sempre a Houston, saranno invece i Texani a prevalere (108-116) trainati da un imperioso CP3 da 33 PTS, 7 AST, 11 REB e 3 STL. Nel primo match vittoria inaugurale di misura per gli uomini di coach D’Antoni tra le mura avverse dell’Oracle Arena (122-121) con 27 PTS e 11 AST per il Barba e un inedito sixth-man challenge tra Eric Gordon (24 punti a referto in 29 minuti d’impiego) e Nick Young (23 in 26, con 8/9 dal campo e 6/7 oltre l’arco). Nonostante il 2-1 Rockets, il tabellino finale recita 353-352 Warriors, a testimonianza di quanto le due squadre si siano date battaglia già nel corso della RS, riuscendo a superarsi vicendevolmente per una manciata di punti in ogni singola occasione.

Analizzando lo svolgersi degli incontri, risulta interessante il ruolo di alcuni gregari. Swaggy-P, fin qui non esattamente il primo della classe nella panchina di Steve Kerr, ha fatto registrare complessivamente 50 punti, con una solla palla persa, in 63 minuti di gioco, tirando il 68.7% dal campo (88.9% il 17/11/17) e il 69.3% da 3 punti (85.7% nell’illuminazione sulla via di Damasco della prima partita della stagione). Sul fronte opposto Eric Gordon si è confermato pedina fondamentale negli equilibri d’antoniani, mettendo a referto un totale di 60 punti in 102 minuti, con un +/- finale pari a 22, nonostante le pessime prestazioni alla voce downtown-shot (rispettivamente 0/6, 2/9 e 0/9, con una percentuale media da 3 punti di poco inferiore al 7.5%). Gerald Green, arrivato come free-agent il 28 Dicembre scorso, ha incrociato le armi con KD e compagni solo in occasione del match disputato il 4 Gennaio, regalando 29 punti in 34 minuti alla causa del duo Paul-Harden. Difficoltà a rimbalzo, invece, per uno dei personaggi più attesi e indicati come cruciali da vari analisti in questi giorni, ovvero Clint Capela (complessivamente media di 6.3 conquiste sotto i tabelloni, con un +/- rispettivamente di -23, -12 e 0).

Note a margine:

  • in entrambe le sconfitte subite da Golden State mancava all’appello Andre Iguodala;

  • nel tanto citato confronto da 3 punti i Warriors hanno tenuto in tutti gli episodi stagionali percentuali superiori a quelle dei Rockets, lo stesso dicasi per il FG%;

  • Houston ha prevalso ogniqualvolta sia riuscita a conquistare più rimbalzi totali e più rimbalzi difensivi dei Californiani.

COME CI ARRIVANO

Tra i molti parallelismi ed incroci cabalistici della serie, ritroviamo similarità anche nel percorso fin qui compiuto da entrambe le franchigie lungo il sentiero dei Playoffs.

Warriors e Rockets hanno ad oggi un post-season record di 8-2, dopo aver superato per 4-1 rispettivamente Primo Turno e Semi-Finals. Houston ha attestato il proprio dominio offensivo, registrando nei PO un offensive rating pari a 110.3 (primi assoluti), mentre la Dub Nation si è attestata poco al di sotto, con il quarto miglior rating in questa particolare statistica (109.1). Il primato in termini di defensive rating spetta, invece, agli uomini di Mike Brown (99.3), seguiti a ruota proprio dai Texani (102.1). Quest’ultimo è risultato probabilmente il dato più impattante già in RS, con una crescita in efficienza difensiva di Ariza e compagni assolutamente sorprendente, se consideriamo che fino alla primavera 2017 i Rockets erano la diciottesima difesa della Lega per rating su 100 possessi (106.4), riuscendo in poco meno di un anno a divenire leader stagionali assoluti con un rating di 103.8. Parlando di RS, si affronteranno in queste WCF i due migliori attacchi stagionali della Lega in termini di offensive rating (112.3 per i GS, 112.2 per HOU).

Nella precedente serie contro i Pelicans, la squadra di Kerr ha tenuto una media di 115 PTS con il 46.2% alla voce FG e il 32.3% da 3P, riuscendo a migliorare le proprie medie in rimbalzi, palle rubate e palle perse rispetto alla RS (49.4 vs 43.8, 10 vs 8.5, 13.2 vs 15.5).

I Rockets nell’inaspettato incrocio con gli Utah Jazz di coach Snyder hanno totalizzato in media 108.6 PTS tirando il 44.7% dal campo e il 36.3% da 3P. Anche in questo caso il fatturato in termini di produzione sotto i tabelloni, aggressività in fase difensiva e lucidità nella gestione dei possessi è incrementato rispetto alle medie stagionali (REB 44.4 vs 43.5, STL 10 vs 8.5, BLK 7.2 vs 4.8, TO 11 vs 13.8).

Attenzione a CP3, incandescente nella decisiva gara 5 delle Semi-Finals, con quei 41 PTS, 10 AST, 7 REB e 0 TO, tirando 13/22 dal campo e 8/10 da 3 punti (precedentemente in PS 29.4%), che lascerebbero intendere che l’ex-Clips abbia iniziato a sentire l’odore del sangue e sia seriamente intenzionato a giocare le sue prime Finals in 12 anni di onorata carriera. Potrebbe essere proprio il neo-trentatreenne della Carolina del Nord la chiave di volta nelle fin qui alterne sorti della franchigia texana. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che in questi Playoffs i Rockets hanno saputo tenere un record di 4-0 quando Harden ha avuto un’efficienza al tiro sotto il 40%, con Paul contemporaneamente capace di salire di livello mettendo a referto la media di 26.8 PPG con il 48.8% dal campo. Nelle quattro post-season precedenti l’arrivo del playmaker in maglia numero 3, quando Harden ha messo a segno meno del 40% dei tiri presi (15 partite totali), i Rockets hanno collezionato un record di 5 W e 10 L.

MATCHUP

Elemento strategico cruciale nella difesa di coach Jeff Bzdelik sarà rappresentato dal duello Trevor Ariza-Kevin Durant, con l’ex-Bruins chiamato all’ennesima prova di difesa all-around su uno degli attaccanti più letali e multiforme della Lega. Il campione NBA 2009 ha nel proprio carniere l’esperienza, la rapidità, i centimetri, l’attitudine perimetrale e l’abilità da rim-protector necessarie a contenere il numero 35. In stagione regolare il confronto si è presentato in una sola occasione (il 17 Ottobre), con Ariza a marcare KD per ben 27 possessi, riuscendo a costringere il nativo di Washington DC a 4/14 dal campo (28.6%). Sarà dura per il più giovane rookie nella storia dei Knicks riuscire a tenere questi livelli di intensità difensiva instancabilmente nell’arco di una serie al meglio delle 7. Al tempo stesso è necessario rimarcare come, con Clint Capela a proteggere il pitturato, sarà più facile per Trevor concentrarsi su uno strenuo lavoro perimetrale contro l’ala piccola dei Dubs. Attenzione, dunque, perché KD sta tirando in questi Playoffs solo il 28.1% da oltre l’arco, proseguendo la scia negativa tenuta nel corso delle ultime nove partite della RS (30.9% di media).

Parlando di difesa perimetrale e tiro da 3 punti, sorge spontaneo un nome: Steph Curry. Storicamente Chris Paul ha incontrato non pochi problemi in difesa sul figlio di Dell. Nei tre precedenti stagionali la tendenza sembrerebbe però essersi invertita, con CP3 a contenere lo Unanimous MVP mediamente per 16 possessi/partita, concedendo soltanto il 38.5% al tiro. Diverso, invece, il discorso per il compagno Eric Gordon, accoppiato a Curry mediamente per 17 possessi/partita e costretto a subire il 66.7% di efficacia al tiro.

Sul fronte occidentale il grande cruccio di Mike Brown sarà rappresentato dall’annunciato MVP 2018 James Harden. Nei due match giocati nel 2017/2018 dal Barba contro Golden State il difensore designato è stato Klay Thompson, con il numero 13 limitato a 11 punti di media su 38.5 possessi. Il dato più impressionante, però, è rappresentato dai tiri liberi concessi dal figlio di Mychal: 0, ripetiamo, zero. Impressionante, se pensiamo che il top scorer della Lega ha tenuto quest’anno una media di 10.1 liberi/partita. In generale ci aspettiamo che il fatturato di Harden dalla linea della carità rimanga al di sotto delle medie abituali, considerando che nei due match di RS gliene sono stati concessi un totale di sei.

Da non escludere, inoltre, che la difesa dei Californiani, posta di fronte alla proverbiale scelta tra “spada o carabina”, preferisca di quando in quando concedere al Barba il tiro anziché la penetrazione, considerando che il leader dei Rockets ha fatto registrare tra l’inizio dei PO e G4 contro Utah il 41.7% dal campo, fino al tracollo in G5 (7/22).

Da ultimo, importante sarà anche il contributo delle wild cards: Gordon per la Space City, McGee, Looney, Cook o Young per la Dub Nation, con i lunghi di Kerr chiamati a fare un passo avanti nel confronto con Capela.gettyimages-862604542

X FACTORS

Quello a cui assisteremo da stanotte sarà un confronto affascinante ma non di semplice lettura. Se è vero che i Rockets hanno messo insieme i pezzi mancanti del roster fra la scorsa estate e la deadline di febbraio avendo in mente gli Warriors e la possibilità di sfidare il loro dominio, è altrettanto pacifico che siano arrivati a queste Western Conference Finals giocando la loro pallacanestro, che per certi versi condivide i presupposti con quella dei Campioni in carica (si legga sopra il comune background dei due allenatori), ma che si è evoluta in direzioni profondamente diverse. Siamo di fronte a due concezioni che potremmo definire opposte: lato Baia si privilegia il movimento della palla, dalla parte dei texani non si disdegna il ricorso all’isolamento; Kerr pretende dal suo quintetto principe, gli Hamptons Five, ritmo alto e contropiede, D’Antoni cerca di controllare come non mai la qualità dei possessi, affidandosi a due gestori della palla, CP3 e il Barba, decisamente sopra media e limitando il numero delle palle perse.

Abbiamo imparato piuttosto bene negli ultimi anni a riconoscere la capacità di Curry e soci nel muovere quasi freneticamente la palla: blocchi, assist (GSW prima con 29,3 in stagione) e tagli fanno del gioco offensivo di Golden State uno spettacolo per palati fini oltre che un flipper, dentro il quale gli avversari tendono a perdere l’orientamento. Houston ha già avuto l’opportunità di confrontarsi con un attacco armonico e “democratico”, seppur spuntato per via degli infortuni, ovvero quello dei Jazz, e la sua difesa è persino salita di giri. La possibilità di cambiare quasi in ogni circostanza, anche con i lunghi (Capela è nettamente migliorato nella difesa sugli esterni) ha costretto Utah a rinunciare all’abituale opera di ricerca del mismatch, condannandola a delle soluzioni forzate e poco convenzionali in 1 vs 1, anche in isolamento. In finale di conference sarà fondamentale per i Rockets provare a fermare l’attacco tambureggiante degli avversari nelle mani dei singoli giocatori, stimolando la tendenza, già abbozzata in questa post season, di Durant a congelare più del dovuto il possesso per i suoi.

Complice la presenza in regia per tutti i 48 minuti di ogni gara di due interpreti formidabili come Harden e Paul, i Rockets hanno sensibilmente ridotto il numero di palle perse, aumentando l’efficacia dei propri possessi ma soprattutto riducendo le opportunità di rapida transizione degli avversari. Mantenere questo trend significherebbe limitare enormemente uno dei cavalli di battaglia degli scintillanti Warriors di questi anni: anche in questa post season dalle parti della Baia si primeggia in percentuale di possessi in contropiede (16%), punti in contropiede a partita (17,6) e punti per singolo possesso di contropiede (1,26.)

Un’altra battaglia decisiva si giocherà, come già anticipato sopra, sul campo dei rimbalzi. Per questo, sorprendentemente (visto che disponiamo di una margherita pressoché infinita di superstar) possiamo identificare in Capela uno dei papabili uomini chiave della serie. Lo svizzero, partendo da doti atletiche eccezionali, è diventato adesso anche un vorace rimbalzista oltre che un autentico fattore nel pitturato. Se ci ricordiamo di quante insidie abbia arrecato in passato (specialmente nella serie del 2016) uno come Tristan Thompson alla corazzata Warriors, non sarà difficile immaginare l’impatto del giovane Clint – che del compagno della Kardashian potrebbe benissimo rappresentare un upgrade per dinamismo al ferro – su queste finali a ovest. Mani piene quindi per Draymond Green, che partirà in marcatura sul centro avversario e cercherà di tenerlo lontano dall’area, confidando nella sua abitudine ad agire da playmaker occulto dei suoi: in questa post season più di un terzo dei suoi possessi finiscono in assist per i compagni (soltanto Rondo fa meglio.) È opportuno – per Kerr – che i vari Looney, McGee (ma anche Bell e - perché no? – Pachulia) si dimostrino per lo meno spendibili come corpi da gettare in mezzo all’area. Se è vero che gli Warriors permettono agli avversari di raggiungere il ferro praticamente soltanto 1 azione ogni 4 (26% dei tiri permessi nella restricted area), i Rockets sono la squadra che più di tutte si affida alle penetrazioni (52,0 a partita.) E se Klay Thompson ha già dimostrato di trovarsi a proprio agio nella marcatura di un cliente scomodo come Harden, questa volta è necessario riservare attenzioni extra anche al compagno Paul ed al suo uso sopraffino del midrange. Fra le tante point guard devastanti della lega, forse l’ex-Clippers non possiede fra le sue armi quella velocità in grado di far sfigurare a prescindere un difensore non eccellente come il 30. Da considerare però che Steph, reduce dall’infortunio, potrebbe non essere al meglio e che nella marcatura delle temibili guardie dei Rockets dovremmo vedere impiegata, non sappiamo quanto continuativamente, anche l’esperienza di Iguodala, fattore, ontologicamente parlando, di tutte le serie.

X STATS

A certificare la bontà del cosiddetto ball movement, nei playoff Golden State sta facendo registrare finora la bellezza di 390 passaggi ogni 24 minuti di possesso. Nello stesso lasso di tempo i passaggi di Houston si fermano a quota 252. Non solo, gli Warriors sono primi per percentuale di possessi conclusi in taglio: addirittura il 12,4% del totale.

La difesa dei Rockets è quella che costringe gli avversari al maggior numero di soluzioni in isolamento sui possessi giocati in totale (14.5%). È anche piuttosto efficace in questo frangente, dato che subisce soltanto 0.78 punti per possesso. Il fatto che sia preceduta proprio da Golden State in questa particolare graduatoria (0.60 punti concessi per possesso) non rappresenta esattamente un dettaglio, se pensiamo che il 14,1% delle volte in questi playoff la compagine di D’Antoni ricorre per l’appunto al gioco in isolamento.

Il dato di Houston relativo alle palle perse ogni 100 possessi (solamente 9,8) è il secondo più basso degli ultimi 41 anni, da quando più o meno si è cominciato a conteggiare le turnovers. La serie di finale di conference ad ovest mette di fronte il capintesta nella graduatoria individuale, fra quelli rimasti in corsa, per percentuale di rimbalzi disponibili catturati (Capela col 21.2%) e la migliore in questa statistica nella classifica di squadra (Golden State col 53%.)

Solo il 30% dei tiri degli avversari degli Warriors avviene da oltre l’arco, con una percentuale di realizzazione in questi playoff pari al 32%. Conosciamo invece l’utilizzo che fa Houston del tiro da tre punti (in post season il 45.7% dei tiri totali.)

Differentemente dagli altri anni, Kerr, arrivato a questo punto della stagione, ha già messo le cose in chiaro: Pachulia e JaValone in fondo alla panchina a sventolare gli asciugamani e Hamptons Five in campo già alla palla a due in gara 4 e 5 del secondo turno. Il quintetto Curry-Thompson-Iguodala-Durant-Green in 54 minuti in campo in questi playoff ha concesso agli avversari soltanto 86,6 punti ogni 100 possessi. Tuttavia, se si confermeranno su certi standard, potremmo essere presto costretti a trovare un nomignolo accattivante anche al lineup degli altri, quello composto da Paul-Harden-Ariza-Tucker-Capela: in 153 minuti di post season hanno concesso agli avversari 92,3 punti, forzando più di 21 palle perse, ogni 100 possessi.

I Rockets dovranno porre particolare attenzione al rientro dal riposo lungo di metà partita: Golden State infatti fin qui ha un net rating di +26,9 soltanto nei 3° quarti di gioco. Anche il differenziale fra punti segnati e subiti, parametrato su 100 possessi, premia la panchina Warriors: la migliore con +5,1. I Rockets però possono spolverare dal pino uno come Eric Gordon che, nonostante le cifre in calo (è passato dai 18 punti della regular season ai 12,9 dei playoff e dal 36% da tre punti al 31%) è segnalato in ripresa e minaccia di scombinare pesantemente i piani di Kerr.

X HOMECOURT

Si tratta della prima serie di playoff dell’ormai quadriennio fantastico Warriors in cui gli uomini di Kerr non avranno il fattore campo a proprio favore. È pur vero che negli anni hanno abbondantemente dimostrato di poter trionfare ovunque e, allo stesso modo, di poter crollare pesantemente anche fra le mura amiche della Oracle. Si prendano, su tutte, la vittoria cruciale di gara 6 a Oklahoma City delle finali di conference del 2016 e la bruciante sconfitta in casa, in gara 7, nelle successive finali NBA contro i Cavs. Sono due squadre, Rockets e Warriors, dotate di un’identità forte, già abbondantemente definita, per pensare che non siano in grado di imporre i propri argomenti anche in trasferta. Osservando alcuni dati, emerge una solidità per certi versi inaspettata per la banda D’Antoni in trasferta: a margine (ma non troppo) di un record rispettabilissimo di 3 W e 1 L in questa post season, Houston detiene anche il miglior attacco (110,4 punti per 100 possessi) e la miglior difesa (99,5 punti concessi, sempre per 100 possessi.) on the road. Data la potenza di fuoco dei Campioni in carica e la maggiore esperienza a questi livelli il fattore campo potrebbe saltare immediatamente. Ma non date per certo l’esito della serie… è altrettanto possibile che Houston possa andare a riprendersi qualcosina nella Baia. Come è possibile infine assistere a gare che finiranno in blow out e vertiginosi parziali scambiati cortesemente anche all’interno della stessa contesa.

HISTORY SERIES

Sorprendentemente, per due franchigie che possono vantare una certa storia alle spalle, Rockets e Warriors non si erano mai incontrate prima delle Western Conference Finals del 2015. Era la Houston dell’esperimento (fallito) Barba-Superman, anche se, per la verità, Howard già mostrava di non poter essere più la co-star di una squadra di vertice. Capela aveva un ruolo del tutto assimilabile a quello che ricopre nella versione attuale dei texani l’ex-Lakers Tarik Black e un supporting cast dalle tendenze (di gioco) discutibili, capeggiato da Josh Smith e che poteva avvalersi delle prestazioni degli affidabili Jet Terry e Trevor Ariza e dei meno affidabili Corey Brewer e Terrence Jones, provava ad aiutare Harden a dare l’assalto alla Dinastia in erba degli invincibili Warriors, con Barnes in luogo di Durant, ma tutti gli altri al loro posto. Finì 4-1 per i – più tardi – Campioni NBA dei Golden State Warriors ma fu meno scontata di quanto lasci supporre il punteggio, almeno per quanto riguardò le prime due gare, giocate in California. I Rockets vi erano arrivati sulle ali dell’entusiasmo dopo esser tornati da esser sotto 1-3 nella serie precedente contro i Clippers, vincendo consecutivamente le 3 gare finali. Chris Paul uscito malconcio (eufemismo) dalla lotta senza quartiere al primo turno con gli Spurs aveva visto sfumare ancora una volta la possibilità di giocare la prima finale di conference per mano dei suoi attuali compagni di squadra. La stagione successiva le due squadre si incrociarono nuovamente al primo turno ma questa volta la sfida non ebbe davvero storia.

PRONOSTICO

Rockets – Warriors 2-4

Il trio Harden-Paul-Capela, coadiuvato da Ariza e P.J. Tucker, è sicuramente uno dei più micidiali della lega in termini di attacco-difesa, ma sarà abbastanza per cortocircuitare la small-ball unit al servizio di Steve Kerr? Ce lo diranno soprattutto le prime due gare al Toyota Center, dove, in caso di sconfitta, D’Antoni potrebbe vedersi già condannato a rinunciare a quelle agognate Finals che mancano a Houston dal 1995.

Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

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