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Playoffs 2018: Rockets – Jazz

Houston Rockets (65-17) vs Utah Jazz (48-34)

Potrebbe essere presentata come la serie in cui si scontrano il secondo miglior attacco e la seconda migliore difesa della NBA. Oppure come quella che vede opposti il probabile MVP e il difensore “morale” dell’anno. Ovviamente Rockets contro Jazz è molto più di questo. Si tratta di due squadre che dal 24 gennaio in poi hanno fatto registrare un record combinato di 69-14, per distacco le migliori ad ovest. Poco importa se i texani ci sono arrivati infrangendo ogni sorta di record su tiri da 3 punti segnati e tentati mentre i mormoni si sono arroccati per lunghi tratti nel pitturato per respingere gli assalti degli avversari. Sarebbe troppo facile cadere nella tentazione di riassumere la sfida che vedremo al secondo turno in uno scontro – quasi di civiltà si potrebbe definire – fra vecchia scuola (basso numero di possessi, doppio lungo in campo) e nuova, nuovissima scuola (caos più o meno organizzato, pick&roll e pioggia di triple.) Per questo non lo faremo. Non daremo alcuna soddisfazione agli amanti del “eh, ma quello di Houston non è basket” né tantomeno rimpinzeremo l’ego dei nostalgici del doppio bigman. Anche perché a ben vedere i Jazz non sono così distanti dai Rockets, almeno per quanto riguarda alcune delle loro tendenze di gioco. La squadra di Snyder ha concluso al primo posto in stagione per numero di penetrazioni (52,9 a partita) ed è stata per tutto l’arco della stagione una delle più abili a costruire e finalizzare corner threes (289-693 in totale, per una percentuale finale del 41.7%.) La presenza rispettivamente di Mitchell e Ingles, su tutti gli altri, ha aiutato i Jazz ad eccellere in questi specifici settori del gioco: segno che nella lavagna del coach non sono indicate soltanto difesa granitica e palla in post basso.

I Rockets sono la prima numero 1 assoluta da i tempi dei (guarda il caso…) Suns 2005, sempre allenati da D’Antoni, ad essere entrati nella post season con valanghe di scetticismo sulle spalle, nonostante una regular season pressoché dominata. L’arrivo di Paul ha dotato l’ex-baffo della ghiotta possibilità di avere sempre in campo per 48 minuti un superuomo con la palla in mano. Questo in stagione ha pagato discreti dividendi, allorché CP3, quando in salute, si metteva, elmetto in testa, alla guida della second unit disfacendo letteralmente le linee avversarie. Anche a questo riguardo, i detrattori sono pronti a scommettere che un simile vantaggio vada irrimediabilmente perduto nei playoff, per via di rotazioni ridotte e conseguente estinzione dei quintetti da “partitella della domenica.” Certo è che, se esiste un esterno in grado di non scomporsi di fronte alla presenza imponente di uno come Gobert, porta la barba lunga e indossa la canotta rossa numero 13.

La serie in stagione

Siamo 4-0 Rockets. Il differenziale totale nel punteggio in favore di Houston di ben 70 punti rappresenta il quinto divario più ampio nelle serie stagionali fra ognuna delle 30 franchigie NBA, il più ampio se restringiamo il campo alle squadre che si affrontano in questa post season. Anche qui vale la raccomandazione fatta circa la sfida coi Thunder: 3 delle 4 gare sono state disputate prima che i Jazz ingranassero davvero, evolvendo nella solidissima macchina da guerra ammirata negli ultimi mesi. Gobert invece, a differenza degli incontri con OKC, in 3 partite su 4 ha preso regolarmente il suo posto al centro della porta, ehm… dell’area. Non solo. Nell’ultimo dei 4 episodi, quello datato 26 febbraio, i Rockets in back-to-back, hanno inflitto ai Jazz una delle pochissime (2) sconfitte nel mezzo di una scintillante striscia da 21-2 a cavallo fra gennaio e marzo. Come se non bastasse, nessun’altra squadra ha avuto la stessa efficienza di Houston nell’attaccare una difesa di elite come quella messa in piedi da Snyder (il fatto che più del 50% dei tiri Rockets arrivino da oltre l’arco potrebbe aver distorto questa rilevazione statistica.) Infine nelle 3 gare con Gobert in campo il dato dei tiri liberi guadagnati dal Barba, una delle cartine tornasole dell’efficienza dei Rockets, non ha subito alcun calo: 12, 9 e ancora 12.

Come ci arrivano

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Houston approda alle semifinali della western conference con una consapevolezza diversa rispetto alle passate edizioni delle squadre di D’Antoni. Al primo turno è riuscita a trasformare il quarto miglior attacco della lega (Minnesota segnava 110,8 punti ogni 100 possessi) nel settimo peggiore dei playoff. Questo le ha permesso di superare qualche difficoltà di troppo in fase di realizzazione, rispetto agli elevatissimi standard, soprattutto nelle gare 1 e 2 e di andare a Minneapolis in controllo. Il possibile rientro dall’infortunio alla spalla di quello che probabilmente è il miglior difensore a roster, ovvero Mbah a Moute, comunque da rivalutare all’inizio della serie, potrebbe rafforzare ulteriormente queste convinzioni. Un altro dato eccezionale della serie vinta coi T’Wolves è rappresentato dalle sole 8,6 palle perse di squadra ogni 100 possessi (di gran lunga il più basso dell’intero primo turno e significativamente inferiore rispetto alle 13,8 ogni 100 possessi in regular season.) Trattare con maggiore perizia i propri possessi può essere determinante per una squadra che fa del volume e dell’efficacia delle proprie conclusioni, uniti ai frequenti viaggi in lunetta (FTA Rate di 0.298), il proprio biglietto da visita. Soprattutto qualora si avverasse la profezia dei suddetti detrattori: “nel basket ruvido dei playoff, quando si sporcano le percentuali, questi Rockets sono spacciati…” Houston si è sbarazzata in 5 gare dei freschi ma ancora poco avvezzi a queste latitudini T’Wolves. Ma le sono servite quasi tre partite per tornare “se stessa.” Il terzo quarto di gara 4 da 50 punti è roba da playstation. D’altronde come faceva il Grande Torino col celebre “quarto d’ora granata”, a questi basta un attimo per seppellire gli avversari sotto una secchiata di triple. Con la stessa rapidità poi tendono anche a farli rientrare in partita, ma questo è un altro discorso.

I Jazz dal canto loro hanno superato (molto più agevolmente di quanto il 4-2 finale lasci intendere) i disfunzionali Thunder, estremizzando chirurgicamente le contraddizioni insite fin dall’inizio nel progetto OK3. Con un Rubio imprendibile per 5 episodi della serie (fermato in gara 6 soltanto da un infortunio) e il jolly Jae Crowder da spendere a piacimento (sempre più forte la sensazione che Cleveland se ne sia liberata con troppa leggerezza), Utah ha steso una delle squadre più attese (e mai pervenute) dell’anno. Donovan Mitchell si è letteralmente scordato di essere un rookie per guidare i suoi con la personalità di un veterano: il terzo quarto principesco (percorso quasi netto da 22 punti) della decisiva gara 6 è soltanto la ciliegina su una torta che ci parla del primo rookie in grado di andare sopra i 20 in tutte le sue prime 6 gare di post season dal 1970, quando a riuscirvi fu un tale Lew Alcindor, più tardi (meglio) conosciuto come Kareem Abdul-Jabbar. Quantomeno sorprendente è stato poi constatare, a risultato acquisito, che nella sfida ai BigThree la superstar più superstar di tutte l’avevano gli altri: 28,5 punti e 7,2 rimbalzi nella serie per l’ex-Louisville.

Outcoach è il termine americano per indicare la supremazia tattica di un allenatore su un altro e l’etichetta outcoached ben si associa alla figura austera di Billy Donovan, incapace per tutta la serie di compiere alcun aggiustamento contro le perfide mosse dello scaltro Snyder. Sempre nel solito terzo quarto di gara 6, Mitchell giocando abilmente il pick&roll si è permesso il lusso di scegliere quasi ad ogni azione il difensore da sfidare. Utah già da gara 2 ha preso il controllo da un punto di vista tecnico della serie, vacillando soltanto nella 5, a causa di un uragano emotivo di nome Westbrook&George, e parzialmente all’inizio dell’ultimo atto, scossa dalla perdita di Rubio. Per il resto si è giocata soltanto la pallacanestro dei Jazz, fatta di blocchi, penetrazioni del rookie, tiratori in angolo e costante pressione a rimbalzo offensivo.

Matchups

Dopo aver spedito a casa in anticipo sulle sue previsioni un personaggio come Russell Westbrook, Mitchell si trova sulla strada di un altro “mostro sacro” della stagione, James Harden. Con ogni probabilità, stante la problematica fisica accusata da Rubio al tendine del ginocchio sinistro in gara 6 contro i Thunder (si parla di 10 giorni di stop), il 45 verrà preso in consegna soprattutto da Chris Paul, più abile nella metà campo dietro e soprattutto più diabolico del compagno di reparto. Jae Crowder, uomo chiave contro le ali dei Thunder, specie nel ridurre Paul George in gara 6 il fratello insicuro e titubante di Playoff P, potrebbe non avere per i suoi la stessa enorme utilità del turno precedente, se non per abbassare il quintetto coprendo più accuratamente le ampie spaziature dei Rockets. Il roccioso Favors presumibilmente avrà vita dura contro i mezzi-lunghi mobili dei Rockets: opposto a un giocatore ormai statico come Melo non ha demeritato; molto peggio è andata contro Jerami Grant. Qualora invece dimostrasse di poter tenere dignitosamente il campo potremmo vedere molto più Nene di quanto ci si aspetti. Su Harden finirà almeno all’inizio Ingles, pronto a riproporre l’intero arsenale di trucchetti già mostrato al primo turno, mentre si prospetta un minutaggio maggiore anche per Exum, con compiti prettamente difensivi e focus sulle guardie. Nel duello Capela-Gobert si gioca la consueta guerra di posizione, con i Rockets tanto più avvantaggiati quanto più il loro centro sarà in grado di stanare il diretto avversario. Sono due compagini piuttosto profonde. La batteria di tiratori su cui può contare D’Antoni è pressoché illimitata. Peccato per l’assenza di Rubio, che stava giocando il miglior basket in carriera.

X Factor(s)

Coach Snyder ha già dimostrato contro i Thunder di essere in grado di limitare alcuni dei punti di forza degli avversari. I Jazz sono riusciti praticamente a neutralizzare prima il pick&roll Westbrook-Adams, uno dei più letali della lega, grazie al coinvolgimento di un terzo difensore, e dopo le ricezioni dell’attaccante più efficace fin lì nella serie, ovvero PG. Sappiamo che Houston fa un ampio utilizzo dei blocchi sul portatore di palla (Harden o Paul.) Da qui si genera (e a volte qui si esaurisce) gran parte dell’attacco dei rossi. A maggior ragione contro una squadra così attrezzata nel pitturato, potrebbe essere vitale determinare qualche cambio difensivo scomodo sul perimetro. Utilizzando lo stesso accorgimento della serie precedente però, i Jazz riuscirebbero a non esporre troppo Gobert (o Favors), trasformando il gioco a due in un triangolo e permettendo al proprio centro di cambiare sull’uomo sempre più vicino al canestro, senza quindi scoprirsi. Contro i Thunder ha funzionato, riducendo l’apporto in termini di punti e rimbalzi offensivi di Adams e scoraggiando le scorribande al ferro dell’MVP in carica. Harden e soci tuttavia sembrano possedere quella varietà di soluzioni che alfine è mancata a OKC. È ipotizzabile in una serie al meglio delle 7 che una Utah senza il suo metronomo (Rubio) finisca per soccombere di fronte ai violenti parziali che, come il quarto d’ora granata, i texani riverseranno sul parquet praticamente ogni sera. I Jazz sono una squadra evoluta, la cui fortuna origina – è vero – nella metà campo difensiva (se orecchiate un timeout qualsiasi di Snyder annoterete sul taccuino un certo numero di ripetizioni della parola defense) ma si sublima in un gioco d’attacco armonico ed equilibrato. Nel sistema Jazz si cerca di generare un vantaggio attraverso la circolazione veloce della palla e l’utilizzo di blocchi sugli esterni che, oltre a smarcare la guardie, propizino il taglio dei lunghi verso il canestro, con la possibilità di scaricare negli angoli. Decine e decine di volte, la posizione eccessivamente flottata di George, Melo o Abrines, ha lasciato praterie di spazio davanti a gente come Ingles o Crowder, animali a sangue freddo quasi infallibili in certe circostanze. Quando il gioco disegnato dal coach non funziona, non importa. Palla a Mitchell, che di partite di playoff sembra ne abbia giocate un centinaio, che la spara senza senso da tre punti o brucia il difensore andando a concludere in controtempo al ferro. Per quanto buono sia già oggi il giovane Donovan, for real direbbero loro, i Jazz faranno uno sforzo commovente ma finiranno per cedere il passo ai più attrezzati Rockets. Se in 5 o 6 partite dipenderà da quando (e se) tornerà Rubio e da quanta energia saranno in grado di produrre quando la serie si sposterà alla Vivint Smart Home Arena.

Un po’ di storia…

stockton

Quella fra Jazz e Rockets è stata una delle rivalità più accese degli anni ’90. Erano la Houston di The Dream e la Utah della micidiale combinazione Stockton-to-Malone. Si contesero per anni la vetta della Midwest Division. Fra il 1994 e il 1998 incrociarono le armi per quattro volte e, in ognuna di queste occasioni, la vincente della serie completò il viaggio fino alle finals. Nel 1995 per esempio dettero vita ad un primo turno entusiasmante, con continui colpi di scena. Sotto 2-1 nella serie, i Rockets si aggiudicarono gara 4 grazie ai 41 punti di Drexler e ai 40 di Olajuwon, per completare il lavoro nella decisiva gara 5 al termine di contesa durissima che li vide prevalere col punteggio finale di 95-91. Ma forse la sfida più iconica resta quella delle western conference finals 1997. I Jazz vincono le prime due al Delta Center. Trasferitisi a Houston, i Rockets rispondono con altrettante vittorie, di cui l’ultima in gara 4 grazie alla tripla di un eroico Eddie Johnson sulla sirena. Nella gara definita comunemente pivotal, la quinta, di nuovo a Salt Lake City, torna a sorridere Utah, che si porta sul 3-2. Quindi in gara 6  Stockton segna 15 dei suoi 25 punti totali nell’ultimo quarto, guidando i suoi nella rimonta da -12. Nel finale, in situazione di perfetta parità, 100-100, in quella che poi è diventata una sequenza vista e rivista negli spezzoni celebrativi della NBA, l’ex-Gonzaga University sfrutta un blocco (forse irregolare, di sicuro granitico) di Malonee chi altri sennò? – su Barkley, dalla rimessa, per prendersi un buzzer da oltre l’arco in posizione centrale e spedire i Jazz alle finals.

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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